Il dilemma è ormai una guerra tra guelfi e ghibellini. Prosecco sì, prosecco no: tifoserie contrapposte, sospinte nell’un senso (i favorevoli) dall’inarrestabile fascino – che è quasi un’idea di marketing, benché spesso involontario e inconsapevole – del “prosecchino” da aperitivo (magari a buon mercato), e nell’altro – i contrari – dalla cattiva letteratura di un prodotto inteso come “commerciale”, non esente magari da snobismo pseudotecnico.

@credits Mattia Mionetto

Poi, a intorbidire le acque concorre anche una certa fumosità nella conoscenza del mondo Prosecco. Perché si dice “Prosecco”, ma spesso senza sapere che si parla di tre realtà, un po’ come succede in Toscana con il garbuglio tra Chianti Docg e Chianti Classico. Tre realtà che insieme fanno una macchina da guerra da 800 milioni di bottiglie, con tutta la voglia di arrivare al miliardo: c’è il mare magnum del Prosecco Doc, 28mila ettari e 650 milioni di bottiglie; c’è la Docg Asolo, 2.700 ettari e 25 milioni di bottiglie; e infine c’è il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg con l’altra Docg Prosecco Superiore e un piccolo lembo di paradiso, l’”orticello” di Cartizze (altra Docg), in tutto 8.700 ettari – sono le colline proclamate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – e circa 80-100 milioni di bottiglie. 

E qui si comincia a ragionare di cose serie. Già, perché tra Cartizze e le storiche “rive” – le pendici delle colline scoscese da cui nasce vino con uve prodotte in un solo comune – di Conegliano e Valdobbiadene si condensa la storia del Prosecco “serio”. Quello che ha secoli di saghe e racconti affidate a famiglie che da sempre se ne tramandano la tradizione. E dunque la qualità, per quanto si possa obiettare contro la “qualità” di un vino che nasce da un’uva come la glèra, generosa e iper produttiva, per arrivare a rese fino a 180 quintali a ettaro, precoce eppure resistente anche al freddo perché qua non siamo nelle dolci colline del Centro Italia.

@credits Mattia Mionetto

Ed è facendo la conoscenza di una di queste belle realtà di imprenditorialità e passione che si entra nelle vicende più affascinanti del mondo Prosecco. Cantina Le Colture, famiglia Ruggeri, che sarebbe un po’ come dire il “Rossi” di queste zone, cognome diffusissimo eppure assolutamente identitario. Pochi numeri, per capirsi: 800mila bottiglie da 45 ettari vitati distribuiti in parte vicino all’azienda, a Santo Stefano, in parte in altre zone come Valdobbiadene, con una piccola porzione sulla collina del Cartizze fino all’altopiano di San Pietro di Feletto, appena a ridosso della storica città di Conegliano.

E l’ultima acquisizione, 5 ettari “fuori area”, nella zona collinare trevigiana del Montello. Tanto export in Svizzera e in Gran Bretagna – sembra perfino ovvio… – e tanta Italia del Centro-Nord in portafoglio vendite. E tanta voglia “di promuovere un nuovo storytelling per il Prosecco: un vino già simbolo del made in Italy a livello internazionale che però non è sempre stato percepito come eccellenza”.

Le parole sono di Alberto Ruggeri, 47 anni: lui e le sorelle Veronica e Silvia (più Cristian Agostinetto, marito di Silvia, che coordina il lavoro degli enologi) si spartiscono i compiti di conduzione dell’azienda di una famiglia nata già un’ottantina d’anni fa con pochi ettari per vendere uva, poi sviluppata a partire dal 1983 da Cesare Ruggeri, padre dei tre contitolari di oggi. 

Mio padre Cesare è un uomo di grande ingegno – commenta Alberto – e ha sempre avuto l’ambizione di produrre il proprio vino con le proprie viti. È allevatore e viticultore da sempre, ha una profonda conoscenza della vigna e forse proprio per questo negli anni ha cominciato a progettare l’idea di una propria azienda vitivinicola, senza quindi limitarsi al solo conferimento, com’era invece prassi negli anni ‘80“. Così nasce l’azienda che diventerà Le Colture: il nome lo prenderà più tardi, dal luogo dove sorge, e dove è diventata una tra le più grandi della zona.

Abbiamo incontrato Alberto, che cura il commerciale de Le Colture, in occasione di un pranzo voluto per presentare anche a Firenze alcuni dei prodotti di punta. Location il Caffè dell’Oro, piatti preparati con eccellente gusto dell’abbinamento dallo chef Antonio Minichiello per esaltare le caratteristiche di ogni singola bollicina. A cominciare dal “welcome cocktail”: bao di avocado e astice; crudo di ricciola Hamachi, shoyu e maionese katsuobushi; chips al wasabi con thai aioli.

Nel calice il Fagher 2023 Valdobbiadene Docg brut 2023, 120mila bottiglie in scaffale a 10-12 euro: vivo, energico e pulito, perlage fine con sentori di agrumi e floreale e una gradevole nota di pane. Una sorpresa con l’antipasto, tartare di tonno rosso Balfegò con zuppetta ghiacciata di ostriche, avocado e croccante al limone:

tappo a corona per Incalmo 2022, rifermentato in bottiglia, vino pet-nat da uve Glera di “fuori area”, zona Nervesa della Battaglia dove tra l’altro i Ruggeri hanno messo su Prime Gemme, fascinosa struttura ricettiva. Duemila (per ora) bottiglie, un anno in bottiglia dopo la seconda vinificazione: vino-manifesto di un viaggio trasversale oltre le denominazioni, sottile residuo sul fondo che regala note di crosta di pane, burro e frutta secca, senza presenza di zuccheri. Tutt’altro che banale, in vendita diretta a 9 euro. Con il risotto Riserva San Massimo ceci, cocco, chimichurri e chutney di albicocche e sesamo (a me che detesto il cocco in qualsiasi espressione e manifestazione è toccata una pasta al burro) si sale nel territorio dei cru con

Gerardo, il Valdobbiadene Doc Rive di Santo Stefano, due annate, 2022 e 2023, bel perlage fine persistente e pulito in una livrea giallo paglierino che offre al naso ancora agrumi, fiori e pane. Seimila bottiglie, in vendita a 15 euro. Il 2022 va sul secondo piatto: salmone upstream (quello selvaggio che si fa tutto l’Atlantico fino ai mari del Nord e ritorno) con cuore di lattuga, senape, arance e zafferano. Infine il dessert, mango grigliato e menta:

arriva il Cartizze Superiore 2023, 25mila bottiglie, 11,5% di alcol, 30 euro per un sorso ora più amabile e fruttato tra profumi che ricordano la pesca tabacchiera e l’albicocca a sfumare in note delicate di rosa e zagare.

Lotta integrata, gran lavoro nel campo e gran cura dei filari, e poi iniziative ecologiche come i pannelli fotovoltaici e il depuratore per il riuso delle acque reflue, e infine il progetto “glera resistente” con altre 10 aziende, Quando si dice che anche Prosecco sa essere sinonimo di sostenibilità. 

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