ALLA SCOPERTA DEL BIANCO DI PITIGLIANO NEL TERRITORIO

C’è qualcosa di nuovo oggi nel tufo, anzi d’antico: Pascoli non ce ne vorrà, se per l’ennesima volta, ebbene sì, lo ammetto, si fa parafrasi di comodo a uno dei suoi versi più usati e abusati. Ma non stona, se si pensa a Pitigliano e ai suoi vini: roba antica quasi come le civiltà che in queste zone oggi così suggestive, plasmate dalle terre residue dei vulcani impastate con l’acqua del lago di Bolsena e di qualche altro specchio dei dintorni, si sono insediate in tempi che si fa fatica a immaginare, quando qui si seminavano cereali, si allevavano ovini, si inventavano gli aratri, si commerciava ossidiana e si venerava la Dea Madre. Il vino sarebbe arrivato dopo, ma fa comunque storia.

LA DOC PITIGLIANO

Lo fa la doc Pitigliano, tra le prime in Italia a metà degli anni Sessanta, e già nel 1954 si era fondata la Cantina Cooperativa, che nei primi anni Duemila avrebbe perfino detenuto un record nazionale, con i suoi 98.400 quintali di vino, anche se gli ettari vitati si erano già seriamente ridotti, nel 12971 erano 1.840, oggi si arriva a malapena a 1.000 (ma cresceranno, par di intuire), numero cresciuto grazie all’arrivo anche della Doc Sovana all’interno del Consorzio di tutela, per assicurare tra l’altro l’apporto dei vini rossi da vari vitigni perché non va dimenticato che Pitigliano è comunque da sempre sinonimo di bianco, che è di gran lunga maggioritario nel complesso di 3 milioni di bottiglie messe sul mercato ogni anno da queste vigne di collina, 300-350 metri con questo suolo generoso, in mezzo a panorami e luoghi che regalano emozioni anche forti, ma di questo parleremo poi.

IL BIANCO DI PITIGLIANO

Se chiedete in giro, forse, non avrete grandi risposte sui vini di questa zona, soprattutto sul Bianco di Pitigliano, magari i rossi di Sovana fanno già storia più recente a sé, magari c’entra anche lo sbarco di qualche grande griffe vinicola come Antinori o la personale affermazione di qualche singola azienda. Ma Pitigliano, insomma, più facile vedere facce a punto interrogativo, se non qualche naso che si storce. Scarsa letteratura. Eppure: Sandro Pertini volle festeggiare al Quirinale l’Italia campione mondiale di calcio 1982 con il Bianco di Pitigliano; e Ronald Reagan nel 1984 ne ordinò 600 bottiglie per la cena italo-americana della Niaf alla Casa Bianca dopo averlo assaggiato grazie a una presentazione. 

LE TERRE DEL TUFO

Insomma, pare che la stoffa ci fosse. Sì, però, dai, via… Poi gli anni passano, e con gli anni anche le mode, attraverso anche un certo ricambio di generazioni. E così oggi tra Pitigliano e Sovana ci sono sì i soliti piccoli coltivatori diretti magari anziani che conferiscono alla Cantina Cooperativa dal loro fazzoletto di terra; ma accanto ai Grandi Vecchi : non ce ne voglia, la bandiera resta Stefano Formiconi, comunque dinamico e in grande spolvero presidente del Consorzio ci sono anche i giovani, e se non è ancora tempo di rivoluzione copernicana, insomma, via, qualcosa davvero si muove. La nuova viticoltura delle Terre del Tufo, che fa qualità dalla vigna alla cantina, e che vuole far conoscere il territorio anche attraverso l’enoturismo, complici, come si diceva, panorami in parte incontaminati e selvaggi, borghi semplicemente splendidi e ricchi di chicche storiche e artistiche ed anche archeologiche, gastronomia ricca di delizie, e il recente rilancio di interessanti acque termali. 

IL PRESSO TOUR E LA DEGUSTAZIONE

In un simpatico press tour organizzato dal Consorzio abbiano fatto qualche assaggio, interessante per comprendere che la Doc Pitigliano non è ferma, statica, vecchia e compassata ma propone un fermento di novità e gioventù, pur mantenendo fedeltà a una personalità consolidata e nota ormai da sessant’anni, in particolare nel suo bianco. Nella sede della Cantina Cooperativa, quattordici vini, bianchi e rossi, nell’assaggio guidato dal sommelier Fisar Luca Contini, che lo ha fatto precedere da un colto e interessante excursus storico e geologico sulla formazione dell’area, e poi alla scoperta delle uve presenti nei vigneti di zona: tra i bianchi trebbiano toscano, procanico rosa, da cui è stato tratto anche un esperimento in un ottimo spumante, annata 2000, purtroppo poi non replicato, e verdello le più diffuse con la malvasia bianca lunga e poi greco, ansonica, nocchianello e in parti minori chardonnay e sauvignon blanc; tra i rossi ovviamente il ciliegiolo e il sangiovese, le uve regine di Maremma, poi il nocchianello nero, l’alicante, l’aleatico.

GLI STILI DIVERSI

Assaggi interessanti, nei bianchi prevale la visione tradizionale, colori pallidi e sentori di frutta fresca e fiori bianchi con sapidità più o meno accese, qua e là uso di barrique, qua e là tentativi di macerazione più o meno spinta, e sorprese di balsamicità resinose anche leggermente sguaiate per vini non filtrati e non stabilizzati. E’ una sorta di inversione di tendenza, la spinta giovanilistica che arriva dai ragazzi della cantina Lascesa, con Marina Delogu ansiosa di affermare che “il vulcano porta energia e qualità, offre un potenziale incredibile, ma porta un fermento tra i giovani per la rivendicazione di un territorio che aspetta un riconoscimento”. Tra i rossi, è il ciliegiolo che domina la scena con le sue morbidezze di trama e di olfatto, l’acidità presente ma non spinta, la beva pronta e il tannino vellutato dei meno giovani.

Un press tour davvero piacevole, dunque, che ci ha immerso anzitutto nelle interessanti realtà turistiche del territorio; non tutte, ché ci sarebbe occorso assai più tempo, così si è saltata Sovana con i suoi gioielli, la piazza, il Duomo e le suggestive necropoli etrusche, né si è visitato il caratteristico centro storico di Sorana. Ma si è fatta la conoscenza, con una bella passeggiata in un bosco tappezzato di ciclamini, della perduta città rupestre di Vitozza, davvero un unicum storico e sociale abitato fino al 1700, con le grotte utilizzate però anche durante le guerre del Novecento; e si è trascorsa una mattinata gradevole e coinvolgente per le strade e i luoghi simbolo di quella che fu la “piccola Gerusalemme”, Pitigliano, i suoi palazzi e i suoi luoghi-simbolo. Senza dimenticare le Terme di Sorano che ci hanno ospitato; antiche di secoli, già monastero poi abbandonato ricoperto dalla boscaglia, e riscoperte casualmente da Luciano Calvani, ex calzaturiero sangimignanese, a caccia di tartufi in una mattinata senza altri scopi. Vide un ricolo d’acqua, qualche rudere: capì, interessò sovrintendenze ed enti pubblici, e ne nacque questo suo piccolo grande capolavoro. Chapeau, alle Terre del Tufo e ai tanti piaceri, colori, sapori. 

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