Tu pensi: “Ecco, arriva questo qua con la sua allure internazionale, il capitale, la voglia di fare le cose in grande, e allora ciao, un altro capitolo di viticoltura muscolare, cicciona, filoamericana e filo-comunque tutti i palati da vinoni caramelloni e denominazioni snaturate“. E invece. Non è andata proprio così con Alejandro Pedro Bulgheroni, argentino con qualche globulo di sangue italiano, re del gas e del petrolio nella patria del tango, approdato una dozzina d’anni fa in Italia con un background che comunque già lo definiva ricco, di capitali certamente, ma anche di passione viva e grande interesse per il vino, tutto raccontato in un curriculum da imprenditore del vino già navigato.

@credts Peluso

Approda in Toscana, Bulgheroni, e in breve tempo è già impero: base a Dievole, nel Chianti Classico, poi Poggio Landi e Podere Brizio a Montalcino, quindi Tenuta Meraviglia e Le Colonne a Donoratico, zona Bolgheri. Investimento complessivo oculato: secondo Pambianco Wine&Food sono 140 milioni per acquistare a prezzi “convenienti” terreni e vigneti che in quelle zone costerebbero assai di più.

La filosofia del gruppo ABFV (Alejandro Bulgheroni Family Vineyards) è ben chiara: territorio e tradizione prima di tutto, certo con tecnica e tecnologia, ma non si snatura nulla. Nemmeno, toh, quei 4 ettari di viti vecchiotte scovate quasi subito, era il 2014, di quell’uva un tempo perfino infestante sulle colline toscane, del Chianti in particolare, perché eran l’uva bianca del contadino, e l’uva bianca della ricetta che il Barone di Ferro Bettino Ricasoli aveva indicato essenziale per unirsi alle bacche rosse nel “Chianti quotidiano”. Per non parlare dei vinsanti, sempre a braccetto con la Malvasia, e magari con la Colombana. 

Trebbiano, già. L’uva bianca nel paradiso dei rossi. Generosa e produttiva, dal germogliamento tardivo e dunque capace di resistere alle gelate primaverili ma solo in rare occasioni, nella Seconda Repubblica dell’enologia toscana, assurta a protagonista.

E invece. “C’erano questi quattro ettari – racconta Stefano Capurso, executive president di Abfv Italia ma erano tempi di espianti, uniti alla capacità di smaltire i volumi con il Galestro. Con Alberto Antonini, enologo consulente e Lorenzo Bernini, l’agronomo di Dievole, ci siamo chiesti se non valesse la pena buttarci sul senso di appartenenza”.  Così è stato, e il vigneto Campinovi, a 225 metri sul livello del mare, la zona più fresca e umida della tenuta vicino al fiume Arbia, è diventato il cuore di questo progetto, “la riscoperta del Trebbiano – spiega orgoglioso Capurso – come unico bianco di Dievole, destinato alla ristorazione internazionale”. E gli ettari da 4 sono diventati 11, il che farebbe pensare a una produzione già ampia: invece, al momento, le cinque annate di Campinovi – dalla 2017 alla 2021, ancora da lanciare sul mercato – sono state prodotte sempre soltanto in 10mila esemplari, con una potenzialità di arrivare a 20mila.  (E in realtà il Campinovi nella linea di produzione è affiancato da un secondo bianco, Le Due Arbie). 

Fermentazione in cemento, affinamento in legno: prima le grandi botti di rovere francese non tostate, poi l’esperimento di un’annata – la 2019 – in legno di acacia, “ma tendeva molto al floreale”, dice Capurso, poi un’altra svolta. Dal 2020 botti più piccole, da 15 ettolitri, in legno toscano, castagno e rovere della Foresta Modello delle Montagne Fiorentine. E toscano anche il bottaio, Filippo Carmignani di Rufina, “una bella sfida per il dosaggio”. “Un grande lavoro in vigna e in cantina – dice Capurso – ci ha permesso di ottenere finalmente un Trebbiano Toscano in purezza così come lo avevamo immaginato: complesso, elegante, persistente e capace di regalare grandi emozioni anche dopo tanti anni”.

@credits Moggi

La riprova in una verticale con tutte le cinque annate e un abbinamento gastronomico davvero singolare e di grandissimo interesse. La cucina di un ristorante davvero inusuale per situazioni del genere: Il Gusto di Xinge, “viaggio culinario autentico tra i sapori della Cina”, locale glamour e pieno di colori dell’eterea, alternativa

Xin Ge Liu (arrivata a Firenze dal Celeste Impero per studiare fashion al Polimoda) e del marito Lapo Bandinelli. Un menu decisamente “oltre”, a cominciare dal

Taro Lime (gnocco di taro ripieno di rombo, tofu e gamberetti) in abbinamento al Campinovi 2018, intenso e fine, con note di fiori di acacia, camomilla e mela gialla, sapido ma elegante e con sentori dolci di miele.

L’anteprima 2021 è servita invece con Shanghai Yu, pesce fritto con salsa alle spezie, lime e fiori di osmanto: un sorso di freschezza sapida comunque complessa, ammantata di burro e fiori mentre il naso racconta miele di castagno e pietra focaia.

Terzo piatto, Perle di riso allo zafferano, sono polpette di carne di maiale, funghi e castagne d’acqua con all’interno un gambero e una panatura di riso allo zafferano: nel calice va il Campinovi 2020, annata attualmente in commercio con i suoi riflessi dorati, sapido e fresco, e torna in bocca ancora il miele di castagno e il fieno e anche la pesca bianca, annunciata nel naso dai fiori d’acacia.

Arriva poi in tavola uno Sheng jian bao, piatto popolare tipico di Shanghai, con pollo al curry: ci si beve il Campinovi 2019, bello ricco tra agrumi e fieno, miele e vaniglia, e di bel corpo persistente nel sorso.

Infine, astice con salsa di miele allo yuzu e aglio, in abbinamento al “vecchio” 2017: grande rivelazione, così delicato e fine nel suo bell’abito di oro antico, naso ricco di frutta matura che persiste in bocca, bilanciata da un velo di mineralità. 

@credits Peluso

La sfida è vinta, anche con la avvolgente, saporosa, coinvolgente cucina di Xin Ge. Un bel Trebbiano, alla portata di tutte le tasche, 21 euro allo scaffale. Un prezzo vendibile anche per la ristorazione, bella scelta.

Categories:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nessun commento