Altri luoghi da portare nei ricordi. Un’altra zona al di fuori dei percorsi più battuti del turismo, intelligente o mordi e fuggi che sia, che vuole respirare lo spirito di un luogo o solo aggirarsi alla ricerca di situazioni instagrammabili. Mi è giunta quanto mai gradita l’opportunità assicurata dalla Strada del Vino dei Colli Piacentini di visitare un territorio che (adesso dico) colpevolmente non avevo mai frequentato, a dispetto di una personale simpatia per i vini a base di Croatina, che peraltro rappresentano solo una frazione di uno spettro ben più complesso. E’ stata un’esperienza necessariamente frenetica, con numerose visite condensate in un tempo disgraziatamente breve: ma non fosse stato per i rispettivi impegni lavorativi di un gruppo tanto professionale quanto scanzonato, stile scolaresca in gita, il nostro tour conoscitivo lo avremmo prolungato volentieri. E se chiaramente le nostre esperienze sono state soprattutto gastronomiche, il “resto” delle nostre visite non è passato in secondo piano, anzi.

In precedenza avevo sfiorato Piacenza solo in occasione del Mercato dei Vini della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, limitandomi a una passeggiata mattutina in un centro silenzioso e rilassante, e a un’incursione serale per un concerto di musica classica. Anche stavolta, giungendo causa incombenze lavorative a tour già iniziato (e dopo aver fortunosamente evitato un tamponamento in autostrada!), ho solo sfiorato la città, proseguendo all’imbrunire lungo una statale piuttosto trafficata che lasciava solo intuire l’ascesa lungo le colline della Val Nure, all’inizio così dolci nelle loro pendenze da parere quasi un errore nell’opulenta linearità della pianura padana.

La mia destinazione era un’azienda storica del comprensorio, la Tosa , produttrice di (ottimo) vino, fattoria didattica, struttura organizzata per l‘accoglienza enoturistica anche di gruppi numerosi, museo storico del territorio dotato tanto di ausili per i visitatori più giovani e non solo, quanto di una biblioteca di testi rari di viticoltura ed enologia che farebbe venire l’acquolina in bocca a qualunque studioso. L’accoglienza del proprietario/enologo/brand ambassador/factotum Stefano Pizzamiglio era non meno che torrenziale. Una vera e propria lectio magistralis sulla Malvasia di Candia Aromatica e sul relativo appassimento, inframmezzata da aneddoti personali e disquisizioni sulle altre tipicità a bacca bianca di zona, in ispecie l’Ortrugo e il Sauvignon Blanc.

L’assaggio si svolgeva durante una cena che subito minacciava i risultati faticosamente conseguiti dalle diete più convinte. La provincia di Piacenza molto ha da offrire ai gourmet: a iniziare da tre salumi a denominazione di origine protetta, salame, coppa e pancetta, per tacere dell’eccellenza casearia del Grana Padano ,

che in una versione dal lungo affinamento non mancava di dimostrare la sua grande qualità. Intanto si succedevano un Sauvignon Blanc dall’articolazione aromatica non appiattita sui toni varietali (soave l’abbinamento con un Grana affinato 30 mesi!), un Ortrugo ovviamente di pimpante acidità, potenziale alternativa funzionale a numerosi Prosecco, e a seguire svariate versioni di Malvasia sottoposte a diversi gradi di appassimento, che dimostravano notevoli doti di adattabilità alle più disparate pietanze, in forza di articolata personalità aromatica, freschezza sufficiente a bilanciare l’avvolgenza indotta dall’appassimento, e anche una leggera tannicità varietale. Solo il Rosso finale, preciso nell’espressione del frutto, risultava leggermente banalizzato da un legno un poco eccessivo, che ne invadeva l’olfatto e ne irrigidiva un poco il tannino.

La giornata successiva era di impostazione più “turistica”, ed iniziava con un’affascinante visita al borgo di Grazzano Visconti, sogno di città ideale della famiglia Visconti, costruito in uno stile medievaleggiante che riecheggia le ossessioni romantiche ottocentesche. In un agglomerato urbano concluso in se stesso ove il patriarca Giuseppe Visconti di Modrone, in veste di deus ex machina, tutto ha concepito, dall’architettura del giardino monumentale financo agli abiti femminili della festa (e ci si augura abbia risparmiato alle villiche lo ius primae noctis…), un po’ si comprende da dove il regista Luchino Visconti, che vi ha trascorso l’infanzia, abbia tratto certe sue conturbanti atmosfere.

Seguiva una visita ai Barattieri di San Pietro, cantina vecchio stile giustamente famosa per un incomparabile Vin Santo che esce sul mercato dopo dieci (10!) anni di paziente affinamento. La produzione confidenziale ci ha purtroppo impedito di assaggiarlo, e ci siamo accontentati della visita all’appassitoio: il suo aspetto, e quello della adiacente stanza che ospita i caratelli in attesa di tornare alla luce, probabilmente non è mutato da quando è stato ricavato nel sottotetto della villa padronale, maestosamente collocata a margine dei vigneti. In compenso, di mano enologica modernamente sorvegliata, ma senza eccessi, erano i due assaggi che ci venivano proposti, un altro Ortrugo e soprattutto un Metodo Classico a base Chardonnay che rimane 36 mesi sui lieviti, dalla bollicina garbata e dall’intonsa espressione olfattiva, a ribadire la locale consonanza con vini sorprendentemente slanciati.

Era l’ora del pranzo, presso l’Antica Trattoria del Cacciatore a San Giorgio Piacentino, fortunatamente ridotto ad antipasto (a base, ça va sans dire, di salumi assortiti), primo piatto e dolce, provvidamente saltando il secondo piatto. Senza pretesa di valutazione esaustiva, la ristorazione piacentina pare esaltarsi più che su ristoranti stellati e simil tali di una certa pretesa, a trattorie accomunate da una inappuntabile ricerca degli ingredienti, fiere di perpetuare una grande tradizione rinnovandola con l’entusiasmo delle giovani generazioni, e dove il servizio amichevole e sorridente ampiamente supplisce alla mancanza dei guanti bianchi. La robustezza della cucina ci consentiva di accostarci ai rossi locali, a base di Croatina e Barbera, con il riferimento normativo del Gutturnio DOC, fermo o frizzante. Il tannino ruspante, nei casi migliori al netto di amaritudini o eccesso di rugosità, in virtuoso connubio con l’esuberanza fruttata, ribadivano l’attitudine gastronomica di queste bottiglie, spesso anche migliore nella versione mossa, che la trattoria tipica dove pranzavamo si era fatta “confezionare” in un’etichetta dedicata.

Anche se già provati, nuovi cimenti ci attendevano. L’escussione delle delizie locali ci conduceva in due successivi stabilimenti, un salumificio rappresentativo della dinamicità della locale imprenditorialità , e una cooperativa di produzione casearia fiera della sua funzione sociale aggregatrice e stabilizzatrice dell’economia rurale dell’area . Entrambe le realtà, nelle loro specificità, erano accomunate dalla efficace commistione tra sapere e tradizione contadina, e moderna tecnologia. Per quanto la nostra visita fosse stata annunciata, un disguido ha impedito che ricevessimo l’accoglienza che i produttori avrebbero desiderato destinarci. Per un verso, meglio così: non discorsi di circostanza più o meno significativi, bensì presentazioni “a cuore aperto” delle problematiche quotidiane di operatori alle prese con le crisi globali, dal costo in crescita delle materie prime alla disinformazione diffusa dai media; e descrizioni appassionate dei processi produttivi, con visite alle stanze di affinamento di salame e capocollo, e poi di un monumentale salone ove un numero apparentemente infinito di forme di Grana riposano, in fuga prospettica che ha ricordato al sottoscritto la navata di una cattedrale. C’è chi si lamenterà dell’apparente blasfemia, ma il godimento regalato dai precedenti assaggi sfiorava un profano misticismo…

Dopo un’ulteriore impegnativa cena presso la Trattoria Paganuzzi, di nuovo a San Giorgio Piacentino, borgo evidentemente ad elevata pericolosità per tutti coloro che si ripromettono di non modificare la propria circonferenza addominale. Era un’osteria di tradizione con rimarchevole e non banale carta dei vini, che rimarrà nel cuore e nella memoria per un memorabile carpaccio di carne di cavallo, nonchè per un risotto che ha facilmente sconfitto il mio ritegno di soggetto teoricamente a dieta. Il posto è molto frequentato con la configurazione di una trattoria fuori porta, Un plauso ai proprietari camerieri per aver saputo gestire una numerosa clientela, con tanto di compleanno di numerosi pargoli non meno che entusiasti. Non a caso iI sottoscritto ha abbandonato (a malincuore) prima della fine, anche paventando reprimende dalla mia nutrizionista, e per ritemprare le forze per la nostra ultima giornata.

Di nuovo un bel sole ci ha accolto nella fiabesca atmosfera del Castello di Gropparello . Antico maniero posto dove la strada inizia a inerpicarsi verso i contrafforti dell’Appennino, ha schivato un  potenziale futuro di decadenza grazie alla famiglia Gibelli, che ha piantato baracca e burattini della propria vita precedente per realizzare il sogno della signora Rita di vivere in un castello. Seguendo gli ineffabili segnali del destino, ci sono praticamente capitati quando il precedente proprietario, un antiquario che lo usava come un deposito/show room, ha deciso di dismetterlo. Non era fortunatamente necessario un restauro a livello strutturale, ma per trasformarlo in una casa dove vivere, e lavorare, ci è voluto del bello e del buono. Una casa, ma anche un pezzo di storia da visitare, una residenza di charme, una fattoria didattica, un luogo impagabile per organizzare eventi che non sono cessati nemmeno durante la pandemia, e consentono ai bambini di sentirsi cavalieri e crociati per un giorno.

Non mancava un ristorante, con un’amena terrazza della quale abbiamo potuto godere pranzando all’aperto, ove la matriarca recupera le ricette della tradizione, con creatività e somma attenzione per le materie prime. E abbiamo finito in bellezza con una scenografica pietanza servita in una zucca svuotata per l’occasione, mentre ascoltavamo la storia di Giampaolo Bononi che ha piantato il suo precedente lavoro (evidentemente i luoghi ispirano in tal senso, è una specie di trend) per reinventarsi produttore di olio extravergine (già premiato!) in una zona non esattamente famosa per questo tipo di prelibatezze.

Un’altra bella storia, l’ennesima di un’esperienza che ci ha lasciato ricordi di cui far tesoro, e la voglia di tornare. Per i vini, il cibo, soprattutto le persone. E che ci ha confortato con il pensiero che in questo mondo così tormentato, che a volte rinuncia ad avere un’anima, c’è ancora chi fa da guardiano alla bellezza, e si impegna per preservarla, e condividerla.

E’ stata la mia prima volta nel Piacentino. Temo non sarà l’ultima. Tendo ad innamorarmi facilmente, e stavolta non ho proprio potuto farne a meno.

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Un commento

  1. Grazie tantissimo, da parte nostra e anche da parte delle viti della Malvasia e degli altri vitigni suoi conterranei. E’ stata una visita graditissima la vostra qua a La Tosa, e graditissimo e molto bello il suo articolo. Ancora grazie, questa volta da parte del nostro bellissimo (scusi la presunzione, ma con gioia ripeto solo le sue parole) territorio.