Un fazzoletto, duemilacinquecento metri quadri. Ma vuoi mettere, lo sguardo severo del grande David che l’accarezza dalla terrazza del Piazzale Michelangiolo, e lì sotto una delle cartoline più gettonate e amate dai turisti di tutto il mondo, l’Arno con il Ponte Vecchio e poi la Torre di Arnolfo e la Cupola del Brunelleschi, e Santa Croce e Giotto.

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Una vigna-giardino, insomma, quella voluta da Maria Fittipaldi Menarini con le figlie Carlotta, Giulia, Serena e Valentina nel terreno ai piedi della grande villa sul Viale dei Colli, retaggio di un nome che poco più di un secolo fa fondò a Firenze il più grande impero farmaceutico d’Italia, e uno dei più noti e apprezzati nel mondo intero: era il 1915 quando Archimede Menarini trasferì la sua Farmacia Internazionale di Napoli (pensa te, lui bolognese…) a Campo di Marte, dove c’era una stazione adatta per collegarsi bene con le vetrerie di Empoli, fonte inesauribile di fiale e boccioni per i suoi prodotti; poi l’azienda passò al nipote Mario, il padre di Maria, e alla sua scomparsa fu rilevata da Alberto Aleotti, ed è la storia recente.

Maria, come il padre, è legatissima alla villa. E alla vigna, che già c’era “quando da bambina – racconta – ci passavo l’estate, e poi raccoglievo i grappoli che diventavano dei bei centrotavola”. E al vino, certo: non per nulla, con le figlie ha creato una ventina d’anni fa e guida giusto Donne Fittipaldi, azienda dai vertici in rosa a Bolgheri, 70mila bottiglie di sei vini, tra un gustosissimo Malbec ancestrale, pet-nat rosato, un sorprendente Orpicchio (la varietà è di origine casentinese, in tutta la Toscana sono forse tre a produrlo in purezza) e quattro bei rossi tutti d’impianto e caratteristica e gusto decisamente bolgherese, ma di certo il Cabernet Franc in purezza varrebbe il viaggio.

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 E dunque, da questa bella storia – dove nasce un vino ci sono sempre storie affascinanti, di persone e ricordi, di incontri e incroci – ecco l’idea della “vigna di città” a Firenze. Con precedenti illustri, che valgono punti anche nella comunicazione. Perché già a Firenze nei secoli antichi c’erano già in città i filari dei monaci, ne restano ancora i nomi, si ritrovano quando si passeggia in via della Vigna Vecchia in zona Bargello o in via della Vigna Nuova in zona Tornabuoni. E perché c’è l’Uva, dice grazie, sennò come si fa a fare il vino, no, ma questo è un acronimo che sta per Urban Vineyards Association, per l’appunto il club delle più prestigiose vigne di città al mondo: la vigna di Leonardo a Milano con quelle sui tetti di Manhattan, Venissa e le altre vigne ritrovate di Venezia, Senarum Vinea di Siena e poi la Vigna della Regina a Torino, il Clos de Montmartre a Parigi ma altri Clos ad Avignone e Lione, e ancora Praga e Salonicco, Palermo e Berlino… Una famiglia nobile, di cui la Vigna di Michelangelo – e come volevi chiamarla, sennò – entrerà a far parte presto.

Intanto, si vede nascere. Per la verità le barbatelle si notano appena, accanto agli agili pali-tutori, 700 in tutto. E si intuisce quello che poi spiegano bene gli artefici tecnici, l’agronomo Stefano Bartolomei e l’enologo Emiliano Falsini, che Maria Fittipaldi Menarini si è portata a Firenze come indispensabile know how umano da Bolgheri. Saranno viti ad alberello, la formula migliore per questo terreno, viste le dimensioni e quello che sarà poi il sistema di conduzione e di raccolta. E sarà proprio quindi una vigna-giardino anche nel significato culturale, perché le barbatelle sono state scelte in collaborazione con l’Università e il Cnr, e perché la base ampelografica è un compendio di toscanità: ci sono 300 piante di Sangiovese, l’uva principe delle nostre denominazioni più diffuse  e importanti; 50 viti di Canaiolo che dà eleganza e leggerezza; 100 viti di Fogliatonda, l’uva delle robustezza tipica della Valdorcia e del Valdarno;: 100 piante di Pugnitello, riscoperta recente dal caratteristico grappolo a piccolo pugno chiuso; infine, 50 piante di Colorino del Valdarno, detto anche Abrostino o Abrusco, buccia scurissima e foglie di un rosso incendiario dal grande effetto scenografico. Un giardino pensato perché “mi viene in mente – dice Maria – l’incitazione di Veronelli a “camminare le vigne”. Si potrà farlo così anche in città con la prospettiva di contribuire a rendere di nuovo vivibile e salutare una parte del contesto urbano. Anche perché, per dirla con Andy Warhol, avere la terra e non rovinarla è la più bella forma d’arte che si possa desiderare.

Appuntamento quindi al 2027, momento magico della prima vendemmia, “700 bottiglie – spiega ancora Maria – da vendere sul mercato internazionale tramite aste con finalità benefiche di sostegno sociale”. Una botte dal vigore michelangiolesco. Chissà se strapperà un sorriso anche al gigante di marmo là sul Piazzale.

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