Si chiamano Vittorio, Verdiana, Niccolò. Giovani, belli, i visi aperti di chi sa come guardare il futuro forte di una storia “vecchia” di appena sei secoli e mezzo, o quasi, e di cui si sentono parte, senza timori reverenziali.

E con questa giovanile allegra baldanza affiancano il nonno e le mamme a raccontarne un’altra, di storia, che di anni ne ha un po’ meno, ma che pure nelle decadi recenti ha segnato una svolta. Questa, infatti, di anni ne ha cinquanta: allora, mezzo secolo fa, il nonno era poco più che un “ragazzo”, e le mamme due bambine. Ed erano gli albori di un racconto che ha in qualche modo cambiato la grande favola del vino italiano. Già: perché quel “ragazzo” di cinquant’anni fa, poco più che trentenne ma già imprenditore consapevole, si chiamava e si chiama tuttora Piero Antinori. Come il capostipite della dinastia – e con i tre giovani nipoti siamo alla generazione numero 27 – che dal 1385 produce e vende vino in quello che è ormai un impero tra l’Italia (Toscana, Umbria, Lombardia, Piemonte, Puglia), gli Stati Uniti, il Cile, l’Ungheria alla testa di uno dei brand vinicoli più ammirati e apprezzati nel mondo con le figlie Albiera – a cui ha lasciato il ruolo di presidente – Allegra e Alessia. E con i nipoti, appunto, nel futuro. 

Alla ribalta, tutti insieme, in una occasione particolare, eccoci alla celebrazione di queste particolarissime nozze d’oro. Cinquant’anni dalla prima uscita sul mercato di un vino che avrebbe segnato una rivoluzione. Il Tignanello. Il primo Sangiovese messo a riposare in barrique. Il primo Sangiovese, un vino del Chianti Classico, che sovvertiva le regole del Chianti Classico: perché nella “ricetta” c’erano, e ci saranno poi sempre per cinque decenni, e di sicuro avanti ancora, i Cabernet, il Sauvignon e il Franc di cui Piero Antinori si era innamorato a “lezione” da Emile Peynaud in Francia e di cui si era convinto ragionandone con il suo “mescolavin”, così il titolo di un  felicissimo libro ricorda la figura di Giacomo Tachis, “principe” degli enologi italiani e delle cantine Antinori prima dell’avvento, nel 1993, di Renzo Cotarella, direttore tecnico ed amministratore delegato del gruppo.

Tachis, già: “prestato” alla costa bolgherese avrebbe “inventato” altri vini diventati brand. E così, quando nel 1974 esce la prima bottiglia frutto della vendemmia 1971, il Tignanello si iscrive alla strettissima cerchia dei padri fondatori di una nuova visione dell’enologia toscana e italiana. E’ il Rinascimento del vino, è l’ora di quelli che la stampa americana avrebbe poi definito i “supertuscans”, vini che escono da solchi storici ma ripetitivi e senza sbocchi di innovazione: del resto, proprio a Piero Antinori qualcuno ricordò una frase di Oscar Wilde, “la tradizione non è che una innovazione ben riuscita”.

Poi ci mise lo zampino anche Luigi Veronelli, perché fu lui a suggerire al giovane Piero Antinori il nome di questo vino del quale lo stesso Veronelli si innamorò, raccontano le cronache, al primo assaggio: viene da una vigna che si chiama Tignanello – osservò – e dunque fregatene della doc e chiamalo Tignanello, “un nome che solo pochi chiantigiani conoscevano”, sorride Piero Antinori, e che invece sarebbe diventato un’icona.

Quando si dice nascere sotto una buona stella. E sopra un bellissimo terreno: una collina, appunto il podere Tignanello, a 390 metri sul livello del mare, 76.682 viti. Da mettere sul mercato subito con segni distintivi. L’etichetta disegnata da Silvio Coppola, che è rimasta uguale lungo tutto il cammino. Il prezzo: costava 3mila lire, il primo Tignanello, contro le 850-870 medie dei migliori Chianti Classico. La “ricetta”, appunto: anche quella sarebbe cambiata poco, anzi a partire dai primi anni Ottanta si sarebbe consolidata, e grazie alle percentuali di sangiovese e dei due cabernet il Tignanello oggi potrebbe essere iscritto anche nei registri e con le fascette del Chianti Classico. Non lo è e non lo sarà. Tratto distintivo, appunto.

Apprendi tutte queste cose mentre ti immergi in un piccolo viaggio che sa davvero di fiaba, di magia. Nella fresca penombra delle cantine dove riposa il nettare che andrà in giro per il mondo, nelle 300mila bottiglie – ma diventeranno di più, poi lo scoprirai tornando a riveder l’azzurro – che oggi costituiscono il piccolo grande “esercito” del Tignanello.

Cinque tappe, ciascuna contraddistinta da una bottiglia protagonista, illuminata come una star sotto l’occhio di bue, a rappresentare le cinque decadi, e a spiegare e raccontare l’evoluzione di questo vino che comunque non è mai rimasto uguale a sé stesso, del resto non potrebbe esserlo, le annate variano, si affinano le tecniche in cantina e in campagna, celebre l’idea di lastricare di pietre bianche i filari per assicurare migliore riflessione della luce solare ma anche conservazione di una temperatura omogenea alle piante e al tempo stesso una migliore strategia di conduzione del terreno.

Prima sosta il 1978, poi il 1983, il leggendario 1997 (in queste tre le percentuali erano sangiovese 80%, cabernet sauvignon 15%, cabernet franc 5%), un 2004 forse troppo sottovalutato (il sangiovese passa all’85, il cabernet sauvignon si riduce al 10), il 2013 in cui i dosaggi tornano quelli originari. Si avvertiranno note diverse dovute alle variabili meteo delle singole annate, ma resta comunque l’impressione di vini sempre vibranti, elegantissimi, di freschezza e acidità vivaci mai aggredite da tannini ingombranti.  Ma è con una serie di sorprese che si torna alla luce: ci aspetta l’ultimo nato, il 2021 con tutta la sua espressività giovane ma vigorosa e sempre elegante e morbida. L’ultimo, ma non di cinquanta: in sette annate, le meno generose sul piano meteorologico, il Tignanello non ha visto la luce: ma il 2021 c’è, e si acquista a 130 euro.

E intanto un’altra novità. Alla vigna originaria di 57 ettari se ne affiancano altri 20, gli ultimi che mancavano per completare il panorama della collina di Tignanello. Piantati a sangiovese, cabernet sauvignon, cabernet franc, ma con una diversa disposizione dei filari: si va per terrazze. Novità i cui effetti si sentiranno tra qualche anno.

Intanto, è festa. Si pranza nelle belle sale della villa di Tignanello, fusilloni al pesto di zucchini e menta con Pinot Bianco Villa Antinori 2023,

bistecca e pollo alla brace con Tignanello 2020, macedonia di frutta fresca e torta di arancia. E il marchese Piero Antinori ribadisce:

“Il Tignanello rappresenta svolta e cambiamento per la famiglia ma anche per il vino toscano e italiano, ci ha tolto il complesso di inferiorità che da secoli avevamo nei confronti dei francesi, e siamo orgogliosi perché con il Tignanello e con chi l’ha seguito abbiamo contribuito al prestigio del made in Italy. Ma questo – sorride – è speciale per le caratteristiche e la bellezza del posto, noi del resto crediamo da sempre nel Chianti Classico, recentemente in area senese abbiamo aggiunto vigneti fantastici, è stimolante ed emozionante questo nuovo “ritorno” del Chianti Classico”.

Tutte sfide, ricorda Renzo Cotarella abbracciando con uno sguardo ideale le tenute toscane e umbre della maison, ma anche le singole vigne nel Chianti Classico, “che hanno un aspetto attraente: tramite le varietà coltivate ci danno la massima espressione del territorio”. E di questo universo il Tignanello resta il faro.

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