C’è sempre l‘emozione della scoperta quando si visita una zona vinicola per la prima volta. Anche durante un press tour organizzato per consentirti un approccio mirato e graduale, senza perdersi nulla di quanto chi ti ospita ritenga importante. E tanto più se la logistica costringe a trasferimenti lunghetti ma senz’altro panoramici, tra ripide e verdissime coste di colline interposte tra borghi che orgogliosamente esibiscono l’immancabile campanile sui cocuzzoli meno raggiungibili. Una reminiscenza di quando l’isolamento non era un ostacolo allo sviluppo di un’identità di comprensorio e di sistema economico, bensì una speranza di maggiore sicurezza.

E su queste amene prode i vigneti di Timorasso (proprio di questo stiamo, anzi sto, parlando) si impadroniscono dei versanti più esposti e ventilati, alla ricerca di ogni stilla di sole senza timore di eccessi di maturazione, poiché da un lato la prepotente acidità varietale consente di osare una scelta vendemmiale più ritardata, dall’altro spesso i boschi fanno corona alle vigne come la tonsura di un fraticello, ulteriormente incentivando freschezza e slancio. Tutto sommato non si intravedono molte altre colture, caso mai sembra di intuire terreni dedicati al pascolo (non ho avuto tempo né modo di approfondire gli assets dell’economia locale, e quindi non mi sbilancio). Ma bastavano e avanzavano il ricamo dei filari e la funzionale ma non pacchiana modernità delle cantine che abbiamo visitato, per confermare un benessere consolidato. Dopo tutto, la consistenza qualitativa degli assaggi effettuati non lascia dubbi su come esso sia esploso.

Peculiare e appassionante la storia del Timorasso, vitigno praticamente virtuale, poco più di un ettaro vitato rimasto, anche solo una trentina di anni fa. Chi lo ricordava lo considerava ben superiore all’onnipresente Cortese, con tutto il rispetto; è risorto (sorto) a meritata fama soprattutto per gli sforzi di un “curioso” personaggio. In qualità di pioniere lungimirante e produttore rappresentativo, Walter Massa ha messo la sua retorica sanguigna e vivaddio tanto precisa quanto politicamente scorretta al servizio di un’uva che aveva proprio bisogno di un aedo orgogliosamente contadino, ma tutt’altro che timoroso di mettersi alla prova sin da subito sui palcoscenici enoici internazionali. Quando in degustazione Walter descrive Il Timorasso, l’attenzione degli astanti si è sempre divisa tra la sua verve polemica e i vini non solo suoi clamorosamente buoni, immediatamente distinguibili anche da una vigna all’altra. Comunque etichette non cervellotiche nell’approccio stilistico, bensì golosamente godibili nell’esuberanza di impattanti sfumature fruttate, e non solo, nell’ambito delle quali era (è) delizioso scoprire la gastronomicità del sorso, a suon di profondità sapida e abbacinante freschezza.

Ho adoperato numerose parentesi, lo so, ma il Timorasso è un vino che richiede tuttora altrettanti distinguo. Non è esattamente facile: per goderlo appieno qualcosa occorre aver bevuto in precedenza, e altresì necessita essere affamati di sfumature ulteriori rispetto alla mera opulenza fruttata. Ma al contempo non è nemmeno un sorso difficile, anzi si adatta altrettanto bene al colto e all’inclita: la polpa e l’esuberanza aromatica sono accattivanti a prescindere, nell’ambito di un’olimpica bevibilità assicurata dalla spina dorsale salina e dalla freschezza.

Le ripetute citazioni dell’araldo Valter Massa si devono alla storia tutt’affatto peculiare del Timorasso, resuscitato dalla morte apparente dell’oblio specie in forza della sua passione/ossessione. Ma ciò che il vitigno è divenuto (e senza apporti “migliorativi”!) è stato in forza di una comunanza d’intenti purtroppo singolare, perché più spesso vorremmo scorgerla nel mondo del vino italiano.

E così sin dai primordi i produttori non hanno mancato di declamare la magica parola “PH”, la sigla di una misura dell’acidità del mosto che in zona non teme confronti; e i suoli sciolti e drenanti (un misto di marne, arenarie e conglomerati, spesso di origine marina) consentono di avvalersene per maturare compiutamente le bucce, con conseguente suadenza delle note fruttate e balsamiche, che possono sconfinare nell’ “esotismo”, ma mai, diconsi mai, si sottomettono all’ossidazione. O meglio, la declinano in termini di superiore complessità, quando il Timorasso porta (bene) anche una decina d’anni e oltre sulle spalle.

Alla fine gli ambasciatori del vino e della denominazione hanno potuto rivendicare una qual certa godibilità immediata, nonché un più raro (ma in Italia nemmeno troppo, a Dio piacendo) magnifico potenziale di evoluzione. A parere di chi Vi scrive è questione aperta se il “grande vino” sia SOLO quello che può invecchiare (quanto odio questo termine subdolamente peggiorativo!) maggiormente qualificando la propria classe. Ma è probabilmente verosimile che dette grandi bottiglie (N.B.: il colore e la tipologia non c’entrano), devono essere buone sin da SUBITO, anche se in un modo diverso. Come si permette con nonchalance uno dei tanti (buoni) Timorasso. E dopo tutto era d’uopo perorarne le qualità con l’irresistibile, ironica protervia di Valter, o le più rilassate, ma non meno efficaci, modalità degli altri produttori suoi colleghi.

Certo che all’inizio, con un vitigno che riguadagnava faticosamente un ettaro alla volta a suon di grandi etichette, con un’immediata vocazione ad esprimersi anche a mezzo di cru, occorreva fare un clamoroso outing sulle virtù del Timorasso per emendarsi da un oblio fortunosamente evitato. Circola una storia apocrifa su un’intromissione di Valter Massa ad un evento conviviale onorato dalla presenza di osannati degustatori di fama internazionale; si racconta che si presentò al loro tavolo, del tutto sconosciuto, per far assaggiare NECESSARIAMENTE il proprio vino; e tanto fece, che per liberarsi della sua molesta presenza questi eminenti giornalisti ed esperti si risolsero a provare il Timorasso, rimanendo fulminati sulla via di Damasco. Non ho ancora avuto modo di verificare la veridicità della leggenda con il diretto interessato, ma vera o meno, certo avrebbe potuto succedere!

L’evento cui abbiamo partecipato ha fatto il punto sullo stato dell’arte della denominazione, con l’assaggio in sinottica anteprima delle nuove annate proposte, e dovizia di occasioni gastronomiche di livello, sia più tradizionali sia più creative, ove il vino ha sfoggiato la sua versatilità di abbinamento anche con pietanze strutturate e complesse. Con tanto di convegno di approfondimento che ha esposto uno studio dell’Università di Milano sul corredo aromatico della varietà, i cui risultati ci si può augurare vengano resi liberamente disponibili per meglio sistematizzare l’approccio a un vitigno le cui sfumature non finiscono di intrigare. La locale ospitalità ha avuto modo di essere esaltata dalle visite aziendali che a fatica hanno rispettato i tempi previsti, tali e tante le etichette e gli approcci produttivi da sperimentare, inoltre in luoghi la cui panoramicità richiamava un’attitudine slow.

Al sottoscritto è fortunatamente toccata in sorte l’azienda di Luigi Boveri , che ha deliziosamente ristorato le fatiche del viaggio di andata con un pasto leggero e gustoso, nobilitato dalla selezione “Filari di Timorasso”, tonica in un 2021 in cui frutta gialla e agrumi si rincorrevano in maturità e distensione gustativa; mentre il 2019 era una naturalmente calibrata quadratura del cerchio tra frutto, acidità e profondità salina. E che dire di un Derthona 2017 che ha (di)mostrato la consentaneità del vitigno alle annate calde e all’evoluzione? Fresco, variegato, dolce e saporito.

La successiva visita ai Vigneti Repetto proponeva assaggi ancora più sistematici, tra cui spiccavano un 2018 duro e puro e futuribile, più Riesling che Chablis; un 2016 agevolmente in bilico tra maturità agrumata e richiami di idrocarburi, volumico ma magnificamente bilanciato il cruOrigo” (vigna di 25 anni) 2018 di fragranza inesauribile. Erano il frutto di un’impostazione di cantina più moderna, con l’uso dei vinificatori VinoOxygen, che consentono di evitare i travasi e così di ridurre l’uso dei solfiti. Nota di merito anche per dei Barbera vinosi e vellutati.

L’esperienza è terminata con un walk around tasting, che ha dato l’opportunità agli esausti giornalisti invitati di confrontare i risultati di aziende dall’impostazione pienamente familiare con i primi risultati dei grandi nomi di Langa che hanno investito in zona Timorasso per allargare ai vini bianchi il loro portfolio d’eccellenza: match pari, con qualche sfumatura forse un po’ più “costruita” per chi, anche se blasonato, deve ancora terminare l’apprendistato ad un territorio comunque mai banale.

La verità è che il Timorasso sta diventando grande. E la torta di compleanno che i produttori, sodali, gli stanno preparando per la maggiore età è una sottozona tutta sua all’interno della DOC Colli Tortonesi. Nata nel 1973, come spesso accadeva all’epoca era in pratica un riconoscimento di una produzione vinicola tradizionale (ed estesa su 5.500 ha!), ma allora ben lungi dall’afflato qualitativo. Tra i numerosi vitigni coltivati in zona, Barbera e Cortese si guadagnavano una tipologia dedicata, cui si aggiunsero nel 1996 Dolcetto, Bianco, Rosso e financo il Chiaretto. Di Timorasso ovviamente non si parlava ancora, e occorrerà attendere addirittura il 2005, a che in mezzo a una lenzuolata di ulteriori tipologie normate ex novo, spicchi vivaddio il Colli Tortonesi Timorasso con tanto di previsione di possibile Riserva, e percentuale minima per indicare il vitigno in etichetta fissata a un inconsueto 95%.

Ulteriore innalzamento dell’ambizione della DOC nel 2011, con l’istituzione delle due sottozone Monleale e Terre di Libarna, di non piccole dimensioni: 30 e 13 Comuni rispettivamente dei ben 46 che compongono la denominazione. In quel momento solo la seconda includeva la specificazione del Timorasso, per buona misura in compagnia di Bianco, Rosso e Spumante. Con il tempo, nel mentre che la superficie vitata totale del comprensorio si è ridotta fino a 2.000 ha, gli ettari a Timorasso dal nulla cosmico sono saliti a 200, e il vitigno si è guadagnato una percezione che ha impattato positivamente anche su altri bianchi italiani di blasone e storia più antica: ovvero che con il nostro è dato progettare e realizzare ambiziose etichette da lunga evoluzione, la cui portata è tuttora da sperimentare appieno. Novità che i consumatori italiani stanno imparando ad apprezzare appieno e a ricercare, accettando di pagare un prezzo superiore per un vino che a lungo (anche quando aveva iniziato ad “esistere”…) cedeva il passo a Cortese, Favorita, Freisa… E cito a parte la Barbera, poiché gli assaggi di vecchie annate che hanno deliziato la nostra cena di commiato hanno dimostrato che essa pure condivide in zona un potenziale rilevante: non nei termini della materica muscolarità di un Nizza, bensì in quelli di un ventaglio di sfumature che stupisce solo chi non ne conosce i magnifici conseguimenti.

A suggello di questa favola enoica, il “vissero tutti felici e contenti” sarebbe (forse a breve sarà) il riconoscimento di una sottozona Derthona (l’antico nome di Tortona) esclusivamente dedicata al Timorasso 100%. Grande nell’estensione (la perimetrazione richiesta includerebbe quasi la totalità delle sottozone precedenti), la sua regolamentazione pare però brillare per lungimiranza, frutta di una lunga gestazione condivisa dai soggetti interessati. Sono previste le menzioni di Derthona Riserva, Derthona e Piccolo Derthona, a creare una piramide qualitativa differenziata per rese per ettaro, dati analitici al consumo (il nuovo che avanza), periodo minimo di affinamento e decorrenza della commercializzazione: così ogni produttore potrà meglio definire l’adatto mix di prodotti in funzione della vocazione delle proprie vigne e della sua collocazione commerciale. Né sono trascurati i temi spinosi e attuali del riscaldamento climatico (in ogni comune ricompreso sarà interdetto l’utilizzo di uve provenienti da vigneti al di sotto di una rispettiva quota minima), e della sostenibilità (le bottiglie impiegate dovranno essere in vetro e pesare non oltre 600 grammi, che è un limite decisamente basso).

Ci si accomiata dai Colli Tortonesi senza rimpianti per il disastroso sfascio della propria dieta: in virtuosa sinergia un vino già grande ha incentivato la valorizzazione di una tradizione gastronomica locale da non sottovalutare, comunque rivisitata con creatività: e nell’impossibilità di citare tutti, mi corre almeno l’obbligo di lodare senza riserve la vera esperienza gourmet presso il ristorante di Anna Ghisolfi. Un gradevole ricordo in cui cullarsi sulla via del ritorno, mentre nel ripensare alle sfumature dei numerosi Timorasso degustati (e goduti) trovavo l’ennesima conferma all’assunto che il vino somiglia a chi lo fa. Tante personalità diverse che è stato bello incontrare, ed esaltante, una tantum, vedere unite.

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