Una regione vera e propria. Una regione che si estende per 1.350 chilometri di lunghezza, come ci insegnavano fino dalle elementari quando (eh beh, siamo anzianotti…) si disegnavano e si coloravano le cartine a ricalco, dal Colle di Cadibona in pratica fino allo Stretto di Messina.

Una regione, la ventunesima: l’Appennino, che in questa sua lenta e meravigliosa cavalcata dal nord al Sud dell’Italia – “dall’Alpi a Sicilia”, ci ricorda non senza un piccolo brivido di emozione l’Inno di Mameli – attraversa popoli e paesi, lingue e dialetti, stili di architettura e di vita, costumi e usanze. Una regione che ci regala tanto di bello e tanto di buono, nell’estremamente tipico che forma la ricchezza di una biodiversità, quella italiana, forse unica al mondo, sapori e prodotti di tradizione anche antica, alla faccia di chi sproloquia di “denominazioni d’origine inventate”. Sapori eccellenti, piatti golosi. E anche vini. In qualche caso, perfino ottimi.

Se ne è parlato – e se ne è assaggiato – un lunedì di maggio, alla seconda edizione di Appenninia, a Vicchio di Mugello. E già la “location”, mi si passi il termine che pure detesto, meriterebbe una piccola sosta. Il Mugello, che oltre ai tortelli di patate ha tanto da raccontare per il gusto, la carne e i formaggi solo per fare un paio di esempi, il Mugello che dal lancio di Eccopinò, i “pazzi” del Pinot Nero appenninico, appunto, si è fatto conoscere anche come zona del vino. Non che non lo sapessero, da queste parti, che esistono le vigne, perché le vigne c’erano anche in antico, ma poi si è preferito altro. Fino a quando è ricresciuto questo movimento, certo sospinto in parte anche dalla vicinanza del Chianti Rufina. Che in Appenninia avrebbe pure da dire la sua, ovvio.

Due edizioni per parlare appunto tanto di Mugello, un po’ di Rufina e un po’ di Romagna; e se le cose andranno avanti, e se potessero crescere anche come strutture ospitanti, sarebbero tante le zone del vino d’Appennino da mettere a confronto. Perché il vino di Montagna non è solo quello della Valle d’Aosta, della Valtellina, delle Dolomiti: ci sono vigne lungo tutta la spina dorsale d’Italia, a partire dai colli tortonesi con il Timorasso e il vicino Oltrepò e il Rossese, per scendere in giù e trovare Lunigiana e Garfagnana, e poi il Mugello e il Casentino, e l’Umbria e le Marche, e l’Abruzzo e la Campania e il Molise, la Basilicata e la Calabria: una quantità di vigneti, una quantità e gran qualità di ottimi vini. Da auspicare, insomma, che le cose si ripetano e si allarghino.

Ma intanto, seconda edizione. Due giorni più la simpatica premessa di una cena al circolo del Cistio, in cucina volontarie e volontari, ravioli che parlavano con gi angeli, come il latte alla portoghese, ma anche le tagliatelle e l’arista. Poi due giorni di Appenninia Wine Festival con i banchi d’assaggio per gli, operatori e il pubblico sotto i portici di piazza della Vittoria (clima sgarbato, del resto) e la masterclass nel delizioso Teatro Giotto. Con due interventi in apertura.

Quello di Carla Bocchio, sommelier, degustatrice, attiva import-export: un pizzichino fuori centro, però, quando bacchetta i vignaioli mugellani perché privi di un vino bandiera, un vino che identifichi il territorio. Quello di Gaetano Conte, di Vitis Rauscedo, chiamato a ragionare dell’influenza del cambiamento climatico sulla gradazione alcolica del vino. E pronto a smentire almeno in parte questo presupposto, parlando di “ecoststemi viticoli stabili” con alcuni esempi eclatanti come quelli di Soldera e Sassicaia, che in qualche decennio hanno visto questo indice crescere appena di mezzo grado” grazie a selezioni di cloni, scelte sul sesto d’impianto, lavoro sui suoli e sui portainnesti.

Poi la masterclass vera e propria, condotta dall’esperto “wine blogger ed enogastronauta” Francesco Saverio Russo davanti a un pubblico di operatori ed esperti. Altro che vitigni bandiera, ha detto, in sintesi: il vitigno “è apolide, e traduttore di sensi specifici” ma in realtà “a vincere è il territorio, e il caso eclatante è l’Etna”, e così “l’Appennino, filo conduttore di una viticoltura in crescita, è un terroir diffuso per giocare carte che legate alle varietà diventano una forzatura”.

I vini in assaggio sono di 20 dei 21 produttori presenti: 3 di Vicchio, 13 di Mugello e Valdisieve, 1 di Cortona e, oltre le montagne, 2 di Faenza, 1 di Casola Valsenio e 1 di Modigliana”. Impossibile, troppo lungo raccontarli uno per uno. Si sono presentati in quattro batterie di 5, a cominciare da spumanti e bianchi per passare al folto gruppo dei Pinot Neri (il più alto a Pietramala, quasi sul confine con la provincia emiliana, 888 metri sul mare), poi ai Sangiovese (di qua e di là) e infine alla sorpresa romagnola Centesimino. Troppi per raccontarli uno per uno, basti l’elenco: Fattoria di Cortevecchia, Fattoria di Poggiopiano Galardi, Tenuta Matteraia, Tenuta Monteloro, Terre Alte di Pietramala, Bacco del Monte, Pomino, Tenuta Tozzi, Borgo Macereto, Tenuta Baccanella, Fattoria Brena, Frascole, Podere Torcicoda, I Carri, Fattoria San Leolino, Fattoria Il Lago, Fratelli Morolli, Canneto III, Ca’ Barchi, La Sabbiona. 

Tante sfumature diverse anche nel medesimo tipo di vitigno, tante facce giovani dai campi alle cantine. Non sono mancate le sorprese né i commenti. Ne resta, alla fine, l’augurio di proseguire e crescere. E magari attrarre ancora, il Mugello ne ha bisogno.

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