Qua c’è il pillolo, il ciottolo, lassù c’è la pièrre de rivière. Tutti e due “sassi di fiume”: un po’ pochino, ma quanto basta per cominciare a immaginare un ideale confronto, perché di somiglianza è piuttosto arduo azzardare, tra i due territori protagonisti della seconda edizione di “Perché Nord!”. Ambiente, come già in precedenza, la tardorinascimentale Villa Le Corti dei Principi Corsini a San Casciano in Val di Pesa – che reca una firma prestigiosa, quella dell’architetto Santi di Tito con il suo incomparabile panorama, e la masterclass allestita nel sontuoso salone intitolato a Clemente XII, il pontefice di famiglia che qui ha anche il suo bravo busto marmoreo.

Idea simpatica, ancorché all’apparenza un tantino sorprendente, quella di mettere di fronte, insieme, in parallelo o in contrasto fate voi, due territori all’apparenza distanti le mille miglia, non solo geograficamente. Ma sono due nord: da una parte c’è San Casciano, con l’associazione di viticoltori di più fresca costituzione appunto nell’Uga più settentrionale del Chianti Classico; di fronte, dopo il Barolo di Verduno presentato alla prima edizione, il comune più a nord della prestigiosa denominazione piemontese, questa volta si espatria, e si vola in Francia. A esplorare in cinque assaggi i cinquanta chilometri più a settentrione delle Côtes-du-Rhône, o forse è più corretto dire, in italiano e per una maggiore esattezza geografica, della Valle del Rodano. Più o meno: Côte-Rôtie, Hermitage, Crozes-Hermitage, Cornas, St.-Joseph.

Accosto bizzarro, dunque? Beh, alla fine mica tanto, almeno per due motivi. Uno, la bellezza estetica, ambientale, paesaggistica e non ultimo vinicola delle due zone. Due, l’autorevolezza dei personaggi chiamati a condurre la masterclass, affollata di giornalisti, ristoratori, esperti e operatori del settore: da una parte, per San Casciano, Valentino Tesi campione d’Italia tra i sommelier Ais nel 2019; dall’altra Stefano Amerighi, profondo conoscitore della Syrah, uva principe del territorio transalpini sotto i riflettori, uva che coltiva e coccola nella sua azienda di Cortona, che come tutti sanno è sul versante italiano un po’ la “nuova patria” della Syrah in Toscana (e non solo).

Bel match, insomma. Anche se un match vero e proprio non c’è stato. Piuttosto due bei racconti, aperti dai saluti dei padroni di casa, Duccio Corsini e Maddalena Fucile in qualità di presidente di San Casciano Classico, l’associazione che raccoglie vignaioli (29), ristoranti (23) e artigiani del gusto (16) di questa Uga così ben caratterizzata: “Porta Nord del Chianti Classico – la spiega Valentino Tesi – con le sue colline basse ricche di calore e di corsi d’acqua, non una zona omogenea ma con sfumature diverse tra il nord di Cerbaia e Sugana, il centro di Mercatale, il sud di Montefiiridolfi, e quindi con sfumature diverse tra i vini dei diversi produttori”, ma forse anche con una caratteristica comune, “perché la vicinanza di Firenze crea frequenti velature nel cielo, e quindi conferisce al Sangiovese più sentori floreali che fruttati, un po’ lo stesso effetto che produce l’Adriatico in Romagna”.

E di seguito gli assaggi.

Chianti Classico 2021 Pargolo del Podere La Villa (10% di Merlot), 12 mesi di barrique usata. E’ il vino di Ilaria Tachis, da vigne ripiantate nel 2004 e chiamato Pargolo perché la prima vendemmia nel 2007 coincise con la nascita del primo figlio. Bel rubino pieno, più scuro della norma, profumi di frutti maturi, bel floreale, sorso gradevole e dolce con speziatura di cannella e cioccolato al latte.

Chianti Classico riserva 2021 La Vigna di San Martino in Argiano, azienda piccolissima (1 ettaro) con terreni di ciottolo antico, 100% Sangiovese affinato in legni usati. Naso di frutto maturo e iris, frutto nero, gelatina di mirtillo e prugna, tabacco scuro e pepe di Sichuan; in bocca acidità e tannino rivelano attitudine giovanile di un vino in divenire con l’impronta di un classico Sangiovese.

Chianti Classico riserva 2020 Villa Mangiacane, una delle grandi ville storiche – ci visse anche Niccolò Machiavelli, sicuramente la sua famiglia – di cui è disseminato il territorio, e il cui progetto di restauro firmato da Michelangiolo Buonarroti è conservato agli Uffizi. Sangiovese 100%, riposa 18 mesi in tonneaux nuovi e usati, e per il 30% anche 4 mesi in anfora. C’è succo di ciliegia e ribes, composta di fragola e petalo di rosa, liquirizia e caffè macinato, tabacco e rabarbaro, c’è un tannino incisivo e una boccata di incenso.

Chianti Classico Gran Selezione 2020 Don Tommaso Villa Le Corti., 20% di Merlot, 16 mesi in tonneaux, frutto nitido, bel mix di frutti rossi e neri maturi tra mora e lampone, fragole e prugne ma anche agrume candito, c’è pot-pourri floreale ed erbe secche. In bocca va dritto come un succo di agrumi rossi, è elegante e fine malgrado il 15% di alcol, con grande potenzialità di evoluzione, e un tannino di forte impatto che promette di levigarsi.

Chianti Classico Gran Selezione Bellezza 2018 Castello di Gabbiano, millenario maniero dalle caratteristiche torri rotonde che fu dei Soderini e dei Bardi. Sangiovese 100%, affina 16 mesi in legni vari. Sottobosco e tartufo, cuoio e pepe, chiodi di garofano e nocino al naso, carnoso e graffiante in bocca, però gustoso di frutto ancora fresco, potente e persistente.

Sfumature differenti dunque, nelle microzone di San Casciano con il suo ciottolo di fiume e il terreno “ostico da coltivare”, chiosa Duccio Corsini che tuttavia sottolinea l’aspetto di “gente libera, che non stabilisce a tavolino la cifra stilistica del territorio, vissuto però con più consapevolezza di un vino fatto più con l’uva e meno con l’enologo”.

Di contro, o di fronte, la grande Syrah della Valle del Rodano tra Vienne e Valence,ottanta chilometri – nota Stefano Amerighi – di tante espressioni, perché c’è granito e granito, c’è calore e calore, e comunque espressioni straordinarie, frutto più del territorio che del produttore.” A partire dalla Côte-Rôtie, zona più a nord sul versante orientale, dove si coltiva la vite ad alberello con palo centrale classico e palo appoggiato a triangolo, dove per le pendenze i terreni non sono meccanizzabili né si entra in vigna con il cavallo o con l’asino ma si lavora con l’argano e con un piccolo aratro e il terreno è regimato dai chilometri di muretti a secco. “Dove la Syrah-spiega Amerighi-mostra tutta la sua fragilità, cresce rapida nelle prime fasi poi tende a rompersi.” L’assaggio è quello del 2022 di Jamet: 100% Syrah, vendemmia intera, macerazione 20 giorni, 22 mesi in botti piccole per un vino più mascolino, austero, con il pepe che ritorna, il tannino vispo. 

Si scende nella zona di Crozes-Hermitage, 1.650 ettari in 11 comuni, Aoc dal 1937, dove il 15% dei vigneti è coltivato a Roussanne e Marsanne. In scena il Cafiot 2022 di Vindou, 11,5% alcol, Syrah 100%, vendemmia a grappolo intero, vino facile, liquirizia e anche l’inconfondibile violetta, oliva salata e comunque generale sapidità gastronomica, tannino levigato e speziato per sole 7 barrique di vino.  Eccoci poi sulle terrazze di Saint-Joseph, con la magnifica vista sul Rodano: Aoc dal 1956, 1201 ettari in 26 comuni, tradizione antica dal “vin de Mauves” servito addirittura sulla tavola di Carlo Magno: si assaggia il Saint-Joseph 2022 di Pierre Gonon, anteprima assoluta dal vigneto centenari che Gonon ha ereditato dal grande Raymond Trollat,  chiusissimo all’impatto poi pronto a sbocciare con l’inondazione dell’effluvio salino, e l’oliva macerata con la classica violetta, “vino  paradigmatico della zona” secondo Amerighi.

Con il 2019 di Couchet Beliando si scende a Cornas, 164 ettari con il villaggio in basso e le vigne sopra, 3 km tra il paese e il confine esterno della denominazione dove le pendenze raggiungono il 60%, capaci di dare perfino le vertigini, e il terreno si dice “da pioche”, da zappa, perché diversamente non si lavora, del resto il vino è il secondo lavoro di tutti i produttori di questa Aoc di cui si hanno tracce fin dall’anno 885, e ci sono famiglie che fanno vino da 4 secoli. Vini neri, concentrati, dai caratteristici tannini “triangolari”. Couchet Baliando, 3 ettari di proprietà dal 1800 ma lavorati dal mezzadro che si tiene i due terzi del prodotto: il 2019 fa 2 anni di cantina in botti di rovere e 3 anni in bottiglia, questa è pure un’anteprima, si propone con la solarità dei venti caldi che impattano su questo “panettone” calcareo e tutti i profumi di rosmarino bruciato e macchia, speziature e affumicature che fanno intravedere un grande potenziale di invecchiamento. Finale ancora a Cornas con Les Chailles 2021 di Alain Voge: cambia completamente la dinamica produttiva che qui è quasi ingegneristica, dal grappolo quasi tutto diraspato fino alla pulizia meticolosa della cantina, e la diversità di espressione che nasce dalla ricerca di una diversa maturità del tannino, più dolce e aggraziato in omaggio a una certa “mania di Borgogna”. Il risultato è elegante e maturo, c’è violetta macerata e oliva salata, ma spezia e pepe nero restano persistenti.

Un bel viaggio, alla fine, in due realtà che si accostano sicuramente per una dote: la “verità”.

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