Aveva una voglia matta di piangere, ma non voleva certo farsi vedere dai colleghi: d’altronde, in un openspace quale era il suo ufficio, quasi impossibile che tutti non osservassero cosa faceva l’altro. E se pur non poteva lamentarsi di come si stava trovando con i colleghi, la situazione per lei cominciava ad essere dura. L’arrivo a Milano dal suo paesello era stata una favola a lieto fine: da semplice operaia in una fabbrica di calzature, in catena di montaggio, malgrado la laurea in giornalismo, si era poi vista chiamare da una redazione di un giornale importante, grazie al suo curriculum fuori dagli schemi, alla voglia di raccontarsi in maniera divertente, a far emergere in pieno nello scrivere chi fosse, malgrado la poco autostima. E poi, come per miracolo, la chiamata al telefono, la proposta di assunzione a tempo indeterminato, l’adattarsi senza grandi problemi alla metropoli. Così pensava. Ma sotto Natale riaffioravano i sentimenti che lei aveva tenuto sotterrati in maniera pervicace. La partenza era stata uno strappo sentimentale violento, una convivenza lunga che attendeva solo un motivo per essere troncata. Non era quello che le faceva male, era una sorta di atto dovuto, era rimasto del bene fraterno. E nei primi mesi meneghini, aveva conosciuto molte persone, si era trovata a far tardi la notte senza dover rendere conto a nessuno, frequentando locali, andando a ballare, tirando mattina lei che di solito dormiva sempre presto. Una bella ubriacatura delicata, conoscenze magari non approfondite, ma che le avevano lasciato divertimento e serenità. La sensazione di svegliarsi in letti e stanze sconosciute era stata addirittura piacevole, lieve il salutarsi al mattino dopo il caffè. Ma il pensiero vagava alla ricerca di altro, di quel rapporto forte che le poteva dare entusiasmo e passione. Approfittò del momento nel quale la pioggia aveva smesso di scendere copiosa per avviarsi alla metro, ma poi decise di camminare: un po’ di movimento le avrebbe fatto calare la tensione. La pioggia ricominciò incessante, maledì la sua abitudine di non portare mai via l’ombrello ma la volle giocare fino in fondo: non si trasformò in un gatto, camminava in mezzo al marciapiede, con l’acqua che riempì le scarpe, si infilò attraverso il maglione, fino ad arrivare alle gambe. SI lasciò invadere ed era come una sorta di purificazione, o meglio, di mettere a nudo la sua voglia. E la voglia era di lui, conosciuto al paese, quella che doveva essere un’avventura che si trasformò invece in una passione duratura e costante. Aveva troncato del tutto i rapporti ma ora gli mancava, e tanto. Non sapeva dove fosse, cosa facesse..Niente. Una volta in casa, dopo essersi spogliata nel corridoio, si infilò sotto la doccia bollente ed avrebbe voluto le coccole, ma preferì dar retta allo stomaco che si lamentava. Una fame paurosa l’aveva assalita e rise di gusto pensando che, in fondo, i bisogni primari sono sempre utili: almeno discostano da altri aspetti negativi dell’esistenza. Iniziò a preparare il risotto e lo voleva caldo e cremoso, quindi , una volta tostato e aggiunto il brodo, si cominciò a preparare il bacon a cubetti, facendolo rosolare e tagliò anche la fontina. SI ricordò dei funghi trifolati in frigo, lasciati il giorno prima e completò il tutto, sul finale con noce moscata, parmigiano e prezzemolo. Stava facendo riposare il riso, il solito minuto prima di servirlo, quando suonarono alla porta: lei era in tuta e calze di lana, aprì quasi inavvertitamente, e se lo trovò davanti, con una bottiglia di vino in mano. Basita, lo osservava in silenzio e fu lui a rompere il ghiaccio: ”Cosa ti piaceva una volta? I vini valdostani vero?”. Il periodo di Natale non le stava più così antipatico.

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