Per chi non era avvezzo all’idioma transalpino, la parola evocava una lussuriosa pietanza, da gustare una volta varcato il confine. Arrivati a tavola, finalmente pronti a gustare la specialità che aveva fatto sognare, trovarsi di fronte una sorta di frittata lasciava delusi i più speranzosi. In cosa differisce l’omelette dalla frittata? Il fatto che occorrono  3 uova per farla alla perfezione , ma soprattutto il sistema di cottura che la porta ad essere cremosa all’interno e lucida all’esterno. Il termine tecnico non è dei più invitanti, definirla “bavosa” non attira a tavola, ma rende l’idea ci come l’uovo debba colare una volta incisa a metà. I ragazzi della scuola alberghiera ce l’avevano come prova da superare al primo anno, più di vent’anni fa, insieme alle uova affogate e non erano poche quelle che finivano nel cesto dell’immondizia. Occorre avere il famoso “colpo di polso” che permetta alle uova di arrotolarsi gradatamente, rimanendo morbide all’interno, magari dopo averle farcite a piacere. Pensate come riciclo di avanzi, forse le omelettes perdono di immagine, ma guadagnano in sostanza: pensare ad una parmigiana di melanzane che termini la sua corsa con l’omelette non  cosa comune, ma lo stesso può capitare con i peperoni grigliati, l’hamburger da sbriciolare, il polpo in insalata e le cozze alla marinara. Solo alcuni esempi di resurrezione golosa di cibi che altrimenti avrebbero ben poche speranze di essere riciclati. Non chiamatela mai, frittata arrotolata ve ne prego: quella la faceva la mamma, farcendola con lo zucchero o la marmellata la sera a merenda, ma indubbiamente era un’altra cosa… Credits paleoaholic.com

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Un commento

  1. […] per una omelette semplicemente fantastica. Per quanto riguarda le origini del nome ed il resto, vi rimando a quanto ho scritto a suo tempo. Mi piace invece farvi capire cosa intendo quale piatto affettuoso […]