La folla inferocita nelle strade del centro cittadino, radunata per le spese di Natale l’avevano spaventata: per questo aveva deciso di non ripetere il fine settimana appena trascorso, passato tra spinte nei negozi, profumi scomposti dove si mescolavano sudore, vaniglia ed erbe, piedi doloranti e nessun risultato per lo shopping. Si era decisa a partire al mattino del dì di festa, quando nessuno vagava per la città, per andare a prendere l’albero da fare a Natale, in campagna, dai suoi genitori. Suo padre lo aveva conservato per lei e sapeva che avrebbe avuto piacere a vederlo nel suo salotto. Prese il treno, sapendo che sarebbe tornata con i genitori in auto, e le piacque sedersi nel vagone quasi vuoto, accanto al finestrino, a guardare il panorama. Una bella giornata l’attendeva, il legame familiare era sempre stato saldo e potente, e tornare da loro serviva anche per ricaricare le pile. Dicembre era sempre il momento dei bilanci, e anche questo aveva un saldo positivo. Era diventata un’ottimista, cercava perennemente il bello nella vita, e certo non poteva dire di aver passato un anno tranquillo: ma sulla bilancia i benefici erano superiori alle bruttecos e accadute  e si trovava forse stanca, ma convinta di potercela fare. Con lui non era finita, c’erano state discussioni molto animate, accese, strazianti ma non era mai mancata la volontà di non mollare, malgrado tutto, quindi non lo vedeva ma lo conservava nel cuore. Arrivata alla stazione, c’era il babbo a prenderla: una 128 familiare che resisteva miracolosamente negli anni, adatta poi a contenere l’albero, e via, in casa dove la mamma l’attendeva. La cucina con il camino era la sua cuccia, sul fuoco lo spiedo che girava, sua madre che aveva cucinato la zuppa di fagioli e patate. Non era di quelle che voleva passare ore in cucina, sapeva quali erano le cose più importanti e la figlia era la persona più importante quel giorno. Come si videro un abbraccio caldo e potente e poi in salotto a a parlare mentre bevevano un bicchiere di Barbera, il vino che amavano a inizio pasto d’autunno. C’era da ragguagliarsi sugli ultimi quindici giorni, da parlare dei progetti del futuro, nessuna domanda su lui: una mamma che l’aveva sempre lasciata libera e serena, disposta ad ascoltare più che ad obbligare. Erano arrivati anche degli amici dei suoi, la casa era aperta e trovarsi a tavola con visi noti insieme a quelli sconosciuti era un’abitudine nata sin da bambina. Fu un bel pranzo, nobilitato da uno spiedo di pollo e salsiccia che quasi la commosse da quanto era buono. Con la scusa di prendere un caffè al bar, ripartì subito con suo padre, la mamma aveva deciso di rimanere a casa quel giorno. Una piccola stretta al cuore la colpì, sapevano entrambe della malattia ma cercavano di ignorarla. In auto parlarono a lungo di lui, del fatto che si erano allontanato da un paio di mesi, e che non si erano più risentiti. Fu il babbo che guardandola disse: “non buttare via il tempo, sai che te ne potresti pentire”. Asciutto, sereno, senza alzare la voce. Il viaggio fu piacevole, arrivati a casa portò l’albero in salotto ed iniziò subito ad addobbarlo, aveva già preparato tutto. Smise alle sei e mezzo, pensava ad una doccia e una serata con libro e coperta. Arrivò un messaggio” Credo sarebbe utile stasera prendere un Moscow Mule assieme”. Sorrise, e capì che poteva essere la giusta soluzione Tirò fuori abito, calze e scarpe con i tacchi si guardò allo specchio ed iniziò a truccarsi. Le piaceva farlo e rivederlo, senza più eccessi di ansia e terrore. Guardandosi allo specchio prima di scendere sentiva di aver fatto la scelta giusta: si sbottonò il terzo bottone della camicetta e partì.

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