Ah, la fondue. Quel piatto che viene presentato come simbolo di convivialità, ma che in realtà trasforma ogni cena in una prova di resistenza psicologica. Bourguignonne o chinoise, non fa differenza: entrambe riescono a unire tutti i difetti della cucina lenta senza avere nessuno dei suoi pregi.

Due tradizioni, una sola condanna
La bourguignonne, con il suo olio bollente, viene dalla Borgogna. È una specie di friggitoria in miniatura piazzata in mezzo al tavolo. La chinoise, invece, prende in prestito l’idea orientale dell’hot pot, ma la riduce a un brodo insapore in cui lessare fettine di carne sottili come post-it.In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una cena che non finisce mai.
Perché non la sopporto (e non dovreste sopportarla nemmeno voi)
- Preparazione da caserma. Tra pentolini, fornellini, salse e carne tagliata a cubetti maniacali, serve l’organizzazione di un catering per un matrimonio. E per cosa? Per finire a cenare come in un esperimento di laboratorio.
- L’olio bruciato. Con la bourguignonne basta un attimo: l’olio fuma, annerisce e ti avvolge in un odore che non se ne va più neanche con due cicli di lavatrice. A fine serata sembri uscito da una friggitoria di periferia.
- La carne che si fredda. Cuoci, aspetti, ripeschi… e nel frattempo il tuo boccone si è già raffreddato. Lo metti in bocca e ha la consistenza e la temperatura del calzino dimenticato sul termosifone.
- Un pezzo alla volta. La cena più frustrante della storia. Mangiare una fondue significa ricevere una razione di carne grande quanto un’unghia, ogni dieci minuti. Non è un pasto: è un embargo alimentare travestito da cena.

Il fumetto aveva già capito tutto
Ricordate Asterix in Svizzera? Chi perdeva il pane nella fonduta veniva punito a colpi di forchettone. Ecco, quella scena è il riassunto perfetto: la fondue non è convivialità, è una gara a eliminazione. E chi sbaglia, paga.

La trappola dei parenti e degli amici
E poi ci sono loro: gli entusiasti della fondue. Quelli che a Natale o a Capodanno se ne escono con la frase fatale:
— “Facciamo la fondue, così è conviviale!”
Traduzione: “Prepara pure una cena in cui nessuno mangerà mai davvero, la casa puzzerà di fritto fino a Pasqua e passeremo tre ore a fissare un pentolino bollente come se fosse un caminetto da villaggio vacanze.”
La scena è sempre la stessa: uno che perde la carne nel brodo, un altro che sbaglia forchettone, qualcuno che si ustiona. Risultato: più che un pranzo in famiglia, sembra una prova di Giochi senza frontiere.

L’unica fonduta che salvo
Detto ciò, c’è una fonduta che difendo a spada tratta: quella di cioccolato. Niente olio bollente, niente brodi tristi. Solo cioccolato fuso e frutta da tuffarci dentro. Una fragola immersa nella crema calda, una fettina di banana avvolta di cacao: ecco sì, questa è convivialità, questo è piacere. Nessun rischio di ustione (al massimo ti sporchi le dita, che è pure divertente) e, soprattutto, si mangia davvero.
Perché se devo stare attorno a un pentolino, voglio che dentro ci sia qualcosa che mi faccia sorridere, non che mi faccia rimpiangere una pizza surgelata.

Il mio verdetto
Convivialità? Forse. Cena? Non pervenuta. La fondue bourguignonne e la chinoise restano il modo più complicato e frustrante per addentare quattro pezzetti di carne. L’unica fonduta che valga la pena di accendere il fornelletto resta quella dolce, quella che trasforma un gruppo di amici in bambini felici davanti al cioccolato caldo.








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