Ci sono paesaggi che si lasciano guardare.
E poi ce ne sono altri, come le colline del Conegliano Valdobbiadene, che ti chiedono di essere attraversati, fisicamente e mentalmente. Non sono mai decorative. Sono ripide, irregolari, a tratti ostinate. Andrea Zanzotto, che qui è nato, le ha raccontate come un organismo vivente, una lingua fatta di terra, vento e silenzio. Colline che non fanno scena, ma memoria.
A Col San Martino, dentro questo lessico agricolo e umano, vive la storia di Follador. Una storia che non ha bisogno di essere evocata, perché non si è mai interrotta. Dal 1769, nove generazioni della stessa famiglia fanno vino qui, nello stesso paesaggio, con la stessa ostinazione gentile. In un Paese che ama le origini ma spesso dimentica la continuità, questo dettaglio conta più di molti proclami.

L’anno fondativo è il 1769. Giovanni Follador riceve dal Doge Alvise IV Mocenigo un riconoscimento per la qualità dei suoi vini. Un episodio che potrebbe restare inciso su una targa, e che invece si è trasformato in una specie di debito morale. Perché essere riconosciuti una volta significa doverlo meritare ogni giorno. Da allora, fare vino per i Follador non è mai stato solo produrre, ma tenere fede a un patto silenzioso con la terra.
Oggi quell’eredità passa attraverso Michele, Cristina, Emanuela e Francesca Follador. Una famiglia che lavora insieme senza retorica, dividendosi i ruoli come si fa nei campi: con pragmatismo. Michele guarda avanti, alla tecnica e all’innovazione. Cristina tiene aperto il dialogo con il mondo, costruendo relazioni più che mercati. Emanuela garantisce ordine e visione. Francesca, enologa, è la mano che traduce tutto questo in vino, con una precisione che non ha bisogno di alzare la voce. Intorno a loro, Gianfranco, che questo progetto lo ha immaginato prima, e Italia, presenza costante, come quelle figure che tengono insieme le famiglie senza mai occupare il centro della scena.

Follador produce circa un milione e mezzo di bottiglie. Un numero importante, che qui però non diventa identità. L’identità sta altrove: nella coerenza. Nel rifiuto di un’idea di Prosecco come vino veloce, replicabile, senza paesaggio. Qui ogni bottiglia nasce da un contesto preciso, e quell’origine non viene mai nascosta. Anche l’accoglienza segue questa logica: accanto alle Tre Torri di Credazzo, un antico casolare è diventato luogo di degustazione. Non un palcoscenico, ma una stanza d’ascolto, dove il vino si racconta guardando le vigne che lo hanno generato.
Il pensiero enologico di Follador prende forma nel Metodo Gianfranco Follador®, che più che un protocollo è una dichiarazione di metodo nel senso più ampio del termine. Nasce da un problema reale: il caldo che avanza, l’ossidazione, la perdita di tensione aromatica. Francesca e Michele lo capiscono studiando, viaggiando, confrontandosi. A Montpellier diventa chiaro che non basta intervenire sulla presa di spuma: bisogna tornare indietro, al momento più vulnerabile, quando l’uva diventa mosto.

Lavorare in assenza di ossigeno, una crio-macerazione breve e mirata, una presa di spuma più lunga del necessario. Scelte che non cercano l’effetto speciale, ma il tempo giusto. Il risultato è uno stile riconoscibile: pulizia, equilibrio, profondità, un perlage che accompagna senza mai invadere. Dai cru come Torri di Credazzo alle espressioni più essenziali come XZERO, il filo è sempre lo stesso: lasciare che il vino arrivi dove può, senza forzarlo.
Tutto questo ha senso perché nasce da un paesaggio che non fa sconti. Quaranta ettari di vigneti su pendenze severe, vendemmia manuale, lavoro fisico quotidiano. Qui la parola “eroico” non è retorica, ma descrizione. Suoli complessi, ventilazione costante, notti fresche, acqua usata con parsimonia. In un tempo in cui le stagioni non seguono più un copione, la vera competenza è saper osservare. Accettare che ogni annata sia diversa, e che non esistano formule definitive.

In questo percorso si inserisce la certificazione Equalitas, arrivata senza fanfare. Non come medaglia, ma come strumento di misura. Energie rinnovabili, bottiglie più leggere, riduzione dei trattamenti, attenzione alle persone. Sostenibilità intesa come responsabilità quotidiana, non come racconto. Un modo per dire che il futuro non si promette: si prepara.
E poi c’è il mondo, che oggi guarda a queste colline. Follador viaggia, partecipa, dialoga. Dai mercati storici agli eventi internazionali, il vino diventa gesto culturale, linguaggio condiviso. Non per dimostrare qualcosa, ma per portare con sé un’idea precisa di Prosecco: non semplice, non banale, non intercambiabile.
Forse è per questo che in famiglia amano dire che non fanno Prosecco, ma Follador. Perché qui il vino non è un genere, ma una voce. E perché, come scriveva Zanzotto, «il paesaggio non è mai fuori di noi: è ciò che ci attraversa mentre crediamo di attraversarlo».
Due vini, due modi di restare

Nani dei Berti è un vino che non cerca il centro della scena. Nel bicchiere ha il colore delle mattine limpide, un giallo paglierino leggero con riflessi verdi che sanno di vigna giovane. Il perlage è fine, vivace quanto basta per tenere sveglio il sorso. Al naso arrivano gli agrumi, poi una mandorla appena accennata, infine i fiori bianchi, l’acacia, che porta con sé una sensazione di aria aperta. In bocca è dritto, essenziale, senza concessioni: l’acidità sostiene, la struttura accompagna, il finale è asciutto e pulito. È un vino che non chiede attenzione, ma la merita. Uno di quelli che finiscono troppo in fretta perché non si fanno notare mentre scorrono.

Torri di Credazzo ha un passo diverso, più consapevole del luogo da cui nasce. Il colore è più luminoso, attraversato da riflessi verde lime che sembrano trattenere la luce delle colline. Il perlage è composto, elegante, mai decorativo. Al naso si apre lentamente: mela, pesca, poi quei petali di rosa che arrivano come un dettaglio improvviso in un paesaggio già noto. Il Charmat lungo non si percepisce come tecnica, ma come respiro. Il sorso è disteso, continuo, profondo. È un vino che non ha bisogno di spiegarsi: racconta il cru con la calma di chi sa che il territorio, quando è vero, parla da solo. Si beve con attenzione, ma senza timore. Perché la qualità autentica, alla fine, è sempre accogliente.








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