
La quinta edizione di Bolle in Vigna, il tradizionale appuntamento etneo dedicato al Metodo Classico, è stata letteralmente esplosiva, poiché l’evento si è tenuto proprio in giorni in cui l’Etna ha eruttato. Quale migliore accoglienza sul vulcano se non con esplosioni di lapilli e piogge di cenere!

Qualche disagio per l’atterraggio aereo a Catania, ma sentire i boati, respirare l’aria densa di fumi e calpestare la cenere vulcanica è stato impattante. Per me è stato un altro passo verso la comprensione di un territorio così incredibile come l’Etna, e quanto A’ Muntagna sia madre feconda ma temibile delle colture che sui versanti vi si praticano.
Bolle in Vigna è un evento organizzato da Tenute Nicosia in collaborazione con l’Associazione Spumanti dell’Etna di Francesco Chittari, nato con l’intento di far conoscere le bollicine locali e di metterle a confronto con prodotti di altre zone spumantistiche storiche, italiane e non.
La famiglia Nicosia è legata al vino dal 1898; oggi l’azienda è guidata da Carmelo insieme ai figli Graziano e Francesco, coadiuvata nella parte enologica da Maria Carella, interprete sensibile dei vini etnei e nome affermato nel panorama enologico nazionale.

“L’autoctono è sempre più un classico” è stato il tema della masterclass scelto per quest’anno, che ha visto protagonisti nove metodo classico da uve autoctone, ovvero vitigni che “hanno una vocazionalità per il territorio”, per dirla con le parole di Daniela Scrobogna che ha condotto la degustazione assieme a Luciano Mallozzi. Autoctono è una parola che va molto di moda, soprattutto per i vini fermi, trend che pian piano sta intaccando anche il mondo degli spumanti dove finora a far da padrone sono stati gli internazionali pinot nero e chardonnay (con l’eccezione della glera). Autoctono fa figo, anche nelle bollicine, poiché è sinonimo di locale, l’alternativa originale a pinot e chardonnay, e concetto chiave della tanto agognata sostenibilità.

La degustazione si è svolta nei vigneti di Tenute Nicosia in Contrada Monte Gorna, uno dei coni vulcanici che caratterizzano il versante sud orientale dell’Etna. Qui su terrazzamenti che poggiano su muretti a secco costruiti a mano con pietra lavica, dichiarati patrimonio Unesco dal 2018, si allevano in regime biologico, viti di nerello mascalese e cappuccio, carricante e catarratto, ad una altitudine di circa 700 metri, sia con il sistema del cordone speronato che ad alberello. Terreni neri, sabbiosi, poveri di azoto ma ricchi in microelementi. Terreni sciolti, naturalmente soggetti a erosioni importanti, frenate dalla presenza di quei muretti, diventati sempre più preziosi, poiché frutto d’una maestria artigiana che sta scomparendo.


I vini della masterclass sono stati serviti bendati e questo ha permesso di porre l’attenzione esclusivamente sul gusto, una valutazione organolettica scevra da condizionamenti legati alla vista dell’etichetta che in casi come questi è molto utile. Si è “costretti” a focalizzare tutta l’attenzione su naso e bocca per captare quelle peculiarità, se ve ne sono, legate a un vitigno o ad una zona, che possono portare a riconoscere quel vino almeno per territorio e/o per varietà di uva. Ed ogni volta è assai stimolante mettersi alla prova. In degustazione vi erano i seguenti Metodo Classico: chenin blanc della Loira, area del Touraine, un brut da pecorino, passerina e cocciola proveniente dalle pendici della Majella, un Corpinnat dal Penedès in versione brut nature a base di xarel-lo, macabeo e parellada, un aglianico spumante dalla Basilicata, dal Piemonte un nebbiolo extra brut e un blend cortese-pinot nero dalla zona di Gavi e tre spumanti dell’Etna di Tenute Nicosia: Etna Doc Brut Rosato Millesimato 2019 Sosta Tre Santi e Etna Doc Brut Sessantamesi Millesimato 2016 Sosta Tre Santi entrambi da nerello mascalese e Sicilia Doc Brut Carricante Millesimato 2018 Sosta Tre Santi, poiché il carricante non è ancora ammesso nel disciplinare dell’Etna Doc Metodo Classico.

Dall’assaggio emerge in maniera forte e a mio parere inequivocabile il territorio etneo; le bollicine del vulcano si riconoscono alla cieca tra altri spumanti da varietà autoctone. Quali sono i tratti di questa riconoscibilità così evidente? Acidità, sale e cenni affumicati presenti sia nel blanc de blancs, che nel rosé che nel blanc de noirs. Caratteristiche al gusto che si ritrovano anche in altri metodo classico del mondo, ma nelle bollicine etnee, si fondono intimamente, si “struggono” l’uno nell’altra in maniera speciale a creare un gusto etneo unico e irripetibile. Per lo meno nel caso delle tre etichette di Sosta Tre Santi in degustazione, che alla cieca ho riconosciuto. Pur essendo tre spumanti molto diversi tra loro per tipologia, vitigno e affinamento, queste caratteristiche palatali rimangono come fil rouge che lega i tre, espressione sia del territorio, sia chiaramente della mano che li ha accompagnati nella loro nascita e maturazione.

Entrando nel dettaglio dei singoli vini siciliani ecco come si presentano diversi e simili:
Sicilia Doc Brut Carricante Millesimato 2018 Sosta Tre Santi: paglierino ricco, vero giallo brillante. Naso citrino, cenni pungenti di senape e sfumature fumé. Bocca perfettamente allineata al naso, con un’acidità centrale sparata che determina la progressione gustativa che insiste e non ti abbandona, lasciando in finale note di tabacco e sale.
Etna Doc Brut Sessantamesi Millesimato 2016 Sosta Tre Santi: agrume, iodio, cenni di biscotto e crosta di formaggio. Vino pieno, tridimensionale, equilibrato con un finale lungo salino che accenna note di fumo, tratti di tostato, (lontano dalla super inflazionata mandorla tostata!) e accenni sulfurei. Se non ci riconosci l’Etna in questo, Sabri cambia mestiere mi son detta!
Etna Doc Brut Rosato Millesimato 2019 Sosta Tre Santi: ramato con riflessi oro antico, per certi versi ricorda il colore di un vino orange. Stile appena ossidativo che porta in risalto il sale; vino salato, grintoso in bocca che non incede alle tipiche note rosse attese dal colore tipo melagrana o karkadé, ma da buon catanese caparbio, resta fermo su toni iodati, terragni e fumosi.
I numeri dell’Etna per quel che concerne gli spumanti rappresentano una nicchia: circa 400.000 bottiglie a denominazione; si arriva a 600.000 se si contano anche i Vini Spumanti di Qualità. Piccola produzione, che segue il trend di crescita di tutti i vini di questa area. L’Etna non punta a diventare il polo spumantistico dell’Italia meridionale, non sarebbe auspicabile viste le condizioni naturali in cui si sviluppa. Ma non è questo il punto. Se i numeri per ragioni ovvie devono restare limitati è il valore che occorre comunicare: di un luogo, delle sue uve e delle capacità delle genti che di entrambi se ne prendono cura.








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