“Non potrò mai fare a meno di Paul: lui rimarrà sempre”: quasi le uscirono le parole di bocca mentre le stava pensando, seduta sul letto, testa racchiusa tra le mani, gambe che tentavano di raggiungere terra, ancora intontita di un sonno pomeridiano, breve, intenso però malvagio, troppo ricco di immagini. Si mise un paio di parigine, un maglione lungo e guadagnò le ciabatte che Poldo, il suo cane le trasportava per ogni luogo. Una volta in cucina mise l’acqua sul fuoco per preparare il tè: era diventato un toccasana, la panacea dei suoi mali, fossero essi fisici o tormenti della mente di varia natura. Mentre sceglieva la miscela adatta per le cinque della sera, ripensava come Paul fosse un personaggio unico della sua esistenza, una presenza non ingombrante, solida, anche se di incredibile e difficile gestione. Creativo ma dotato del senso degli affari, artista nel senso moderno del termine, in grado di guadagnare bene e godersi il tempo in una maniera che lei definiva “la bella vita”, fatta di tanti piaceri ai quali attingeva in maniera spasmodica ma non esagerata. Lei di questo ne era stata così tanto affascinata da seguirne l’esempio, una sorta di fascino al quale non si era voluta affatto sottrarre, tanto da percorrere strade simili a lui, parallele e mai unite; l’assurdo è che fosse proprio lui la persona alla quale rivolgersi per chiedere conforto su storie finite male, dolori, ma anche emozioni e battiti di cuore, senza che questo le apparisse strano. D’altronde con lui aveva cambiato la sua vita: Il suo essere musicista poco convinta dei propri  mezzi l’aveva relegata a fare ripetizioni ai bambini, ma fu l’incontro con colui che lei continuava a chiamare “maestro” che le permise di salire per la prima volta sul palco, un luogo che non avrebbe mai più lasciato, una droga alla quale non voleva più sottrarsi. Intanto era già iniziata l’infusione del tè, ed il contaminuti era stato posizionato nei canonici 5 minuti.  Tirò fuori la Torta di ciliege della Foresta Nera, un dolce che aveva preparato per la prima volta dopo uno studio attento, affrontandola quasi fosse una composizione musicale da far nascere. Ordine, precisione, accuratezza dei gesti erano gli elementi che l’avevano guidata, con l’emozione di vedere un pan di Spagna al cacao finalmente gonfio senza lievito, la scoperta del kirsch, un liquore mai assaggiato, l’abilità nel creare le sfoglie di cioccolato da sola, la potenza di una panna montata fatta a mano. Il tè era quello che preferiva Paul, con rimandi di tabacco e viola, con cenni speziati di cannella che trovava assolutamente stimolanti: lo conosceva talmente bene e sapeva che spesso i gusti collimavano. Non credeva nei cibi o le bevande afrodisiache, il sesso le piaceva e le veniva meglio a digiuno, ma certo un tè poteva assolutamente conciliare al bisogno. Il taglio della fetta fu per lei il preludio a quell’atto finale che doveva essere il piacere dell’assaggio, come il finale della musica. Era un momento nel quale era importante non ci fossero intoppi: la porta si spalancò in quel momento “Che bella! E magari buona! Me la fai assaggiare una fetta?”. Aveva sbagliato l’intonazione della voce, le parole, la richiesta: lo guardò meglio e non riusciva a capire come fosse riuscita a fare nel letto numeri incredibili con un tipo  glabro, muscoloso, dal sopracciglio rifatto, poco incline alla cultura. La sua amica Letizia, di nome e di fatto, le avrebbe risposto prontamente: “Semplice, se non lo hai fatto parlare e solo lavorare mi sembra facile da capire”. Quando notò i piedi sul pavimento, si alzò, gli porse i vestiti, lo mise fuori sul pianerottolo senza proferire parola. Telefonò a Paul “Vieni subito, il tè è bollente, la torta è stupenda e ti devo vedere..parlare dopo!”

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