Rocco Schiavone: il vicequestore con il loden nell’anima, tra sofferenze e ingiustizie.

C’è chi indossa una divisa, chi una corazza: Rocco Schiavone, no.

Lui indossa un loden che non è solo un cappotto: è in qualche modo una dichiarazione di guerra a un mondo che non lo rappresenta più, un confine tra ciò che è stato e ciò che non sarà mai più.

Il vicequestore Schiavone, nato dall’arguzia di Antonio Manzini, è un uomo che vive tra il codice penale (che spesso ignora) e il dolore (che lo dilania quotidianamente). Trasferito da Roma ad Aosta per motivi disciplinari, diciamo atti di giustizia maldestri, si muove tra le nevi valdostane come un orso, del tutto fuori posto, con le sue Clarks, burbero, ma comunque a modo suo elegante e soprattutto onesto.

Roma, per Schiavone, non è solo la sua città, dove o ci nasci e ci vivi oppure non ne capirai mai e poi mai il significato, sia nella gioia sia del dolore. La serie tv è stata magistralmente interpretata da Marco Giallini, attore romano schietto e ruvido che lo rappresenta e lo incarna in tutto, è proprio lui!.

Roma è sempre con Rocco, è con ogni romano anche se decide per diversi motivi di lasciarla, non me ne parlate!, lo è nei modi, nel lessico, negli improperi che elargisce come carezze che a volte fanno male, soprattutto a D’Intino.

Per esempio tutti fuori Roma sbagliano l’uso fondamentale di “sticazzi” e “me cojoni” e anche Rocco si trova costretto, estenuato dall’errato utilizzo, a elargire una vera e propria lezione alla sua squadra: il primo è indifferenza, il secondo è stupore. Capire la differenza è questione di sopravvivenza, non solo linguistica ma anche direi eccedendo, “comportamentale”.

Il dolore di Rocco è una costante della sua vita di sopravvivenza, da quando sua moglie Marina, il suo amore vero, viene uccisa da delinquenti che lui stesso stava cercando di assicurare alla giustizia. Da allora, Rocco è un uomo “rotto”, ogni tentativo d’amore è un cantiere bloccato, ci prova a rimettersi in gioco, ma l’amore lo delude, sempre.

Sandra Buccellati è la dimostrazione più elegante di questa impossibilità: un rapporto fatto di sguardi celati, di frasi represse, di desideri che non diventano mai scelte. Tra i due c’è tutto, tranne il tempo giusto, ma chissà nei prossimi romanzi se finalmente qualcosa tra di loro accadrà…

La questura di Aosta, sotto la guida di Schiavone, sembra una compagnia di ventura, un’armata Brancaleone: gente comune, con limiti evidenti, ma che lui protegge come un padre scorbutico.

Fra tutti c’è D’Intino un agente della sua squadra che col il suo diletto di Mezzogrogna, paesino in provincia di Chieti, racconta verità contadine e modi di dire esilaranti, diventando il personaggio che più riesce a far ridere e commuovere. In un romanzo succede l’irreparabile: D’Intino spara per errore a Rocco e gli “fotte” un rene e Rocco non dimentica, ma tra rabbia, sarcasmo e affetto, trova spazio anche per un mezzo perdono.

Rocco ha tre amici storici: Brizio, Furio e Sebastiano, gli amici che tutti vorremmo avere (ma senza farlo sapere in giro) perché con loro non c’è mai da aver paura. Tutti ladri, a loro modo però “onesti” e giusti, gente verace, cresciuta tra le urla delle madri e i calci al pallone nei vicoli di Trastevere. Sono la sua seconda pelle, il suo passato che non giudica ma anzi rimpiange, loro ladri e lui “na guardia”.

Spesso vanno a trovarlo a Aosta (anche per aiutarlo a modo loro in qualche indagine) e portano con sé il calore sporco di Roma, l’aria di casa. Sebastiano, invece, a un certo punto prende una strada sbagliata e tradisce, lasciando una crepa dolorosissima che non si può riparare.

Rocco Schiavone è un investigatore fuori da tutti gli schemi: ha fiuto, intuito, intelligenza, ruba prove, falsifica atti, minaccia testimoni e fuma canne in ufficio. Ma lo fa per una giustizia vera, con sentimenti puliti. Sta sempre dalla parte dei deboli, conosce bene la legge (Vice Questore sottolinea sempre a chi lo chiama Ispettore o Commissario!) e ancora di più la sofferenza, che gli ha insegnato tanto. Con ogni caso che riesce a risolvere sposta sempre un po’ più in là il confine del proprio dolore, ogni sigaretta o canna accesa è un modo per sopravvivere alle atrocità del mondo che gli tocca vedere.

Antonio Manzini ha creato un personaggio che non cerca né perdono né redenzione, cerca solo di resistere alla vita, anche con un rene in meno, una moglie che gli vive vicino con la quale parla e si confida e due ladri per amici.

Rocco Schiavone si fa amare ma si fa anche odiare dal pubblico, c’è chi non condivide i suoi modi poco “esemplari” chi invece li ama, come me. Nella sua rabbia, confusione, ostinata umanità, c’è qualcosa che ci somiglia.

E allora sì: me cojoni, che personaggio!

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