Quando i vini hanno profumo di topo e aria di fregatura

Ovvero quando il brett diventa brand e il gusto… option

La nuova missione di chi si mette a fare vino, spacciandolo per “naturale” è quella di trasformare il pensiero di chi lo beve, convincendolo che esiste un nuovo corso e che quello che è stato detto fino ad ora è roba passata. E si presenta con torbidume in bottiglia, roba che sembra spremuta di compost fermentato — e costa però come un Barolo, un Brunello o un supertuscan.

Benvenuti nel favoloso mondo del vino “vivo”, dove ogni difetto è un vezzo, ogni odore molesto è un tratto distintivo, e ogni bottiglia da 50-60 euro al tavolo è un atto politico.

A guidare questa rivoluzione? Una miscela perfetta di personaggi che ricordano i fricchettoni da terrazza milanese, chef da un look vagamente hipster , influencer enogastronomici che recensiscono bottiglie a luce calda da un casale in Maremma, e aspiranti contadini con il diploma del DAMS. Tutti uniti dalla stessa missione: convincerti che se il vino sa di cavallo bagnato, è perché non hai capito l’anima della fermentazione.

E così, tra una story e una degustazione “intuitiva”, ti ritrovi a bere un vino che puzza più del camper di un gruppo post-rock parcheggiato al Primavera Sound, ma guai a criticarlo: “È un’espressione cruda del terroir”, ti diranno. Cruda sì, tipo tartare lasciata al sole.

Nel frattempo, i veri artigiani — quelli che lavorano la vigna col cuore e non solo con la retorica — combattono ogni giorno per tenere alta la bandiera del naturale senza rinunciare alla qualità. Ma questi passano spesso inosservati, sommersi dalla narrazione di chi con due ettari mal gestiti, un’etichetta disegnata con l’iPad e quattro termini da biodinamico zen riesce a finire sulle carte dei vini di tutti i bistronomi con i mattoni a vista.

Poi ci sono i nomi. Le bottiglie si chiamano Anarchia Vivace, Fermento Interiore, Senza Dio né Filtrazione, Giovanna Piange Se Solfito. L’etichetta è fatta a mano, stampata su carta di riso e incollata storta — perché “così è più autentica”. Dietro, una citazione di Pasolini o un aforisma di Thich Nhat Hanh, ché fa spirituale. Tutto materiale per un monologo sul vino.

Nel bicchiere, invece, il caos: tannini scorbutici, bollicine fuori posto, un’acidità che ti lava i denti meglio del bicarbonato. Ma se provi a dire che non ti piace, ti guardano come se avessi bestemmiato a una seduta di yoga nel bosco. “Non è un vino per tutti” ti sussurrano, con l’aria di chi ha appena aperto il terzo occhio.

In realtà, è solo un vino fatto male. Ma “naturale”, capisci?

Basta. Basta con l’anarchia aromatica mascherata da scelta etica. Basta con il pricing da gioielleria per roba che un tempo veniva data al contadino come aceto. Basta con la retorica del “meno fai, meglio è” applicata al vino: perché meno fai, più spesso ti viene una schifezza.

Il vino naturale merita rispetto. Ma anche il bevitore.
Che ha diritto a un vino pulito, pensato, equilibrato — e soprattutto buono. Perché la spontaneità è bella, ma non dovrebbe sapere di piedi.

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7 Commenti

  1. Bravo Leonardo io condivido in pieno e non sopporto quell’aria da saccenti del vino, personalmente sto assaggiando alcuni vini naturali e sono migliorati nella pulizia, ma i santoni continuanio a vendere sudore di cavallo per vino, peccato che non possiamo fare nomi, ne dei produttori e neppure dei loro mecenati, che sono peggiori di loro. ad maiora

  2. Complimenti finalmente in analisi corretta dei vini “ naturali” senza nulla togliere a chi lavora bene e fa grandi vini

  3. Sante parole. Io sono fra quelli che pensano che il vino si faccia in vigna, rispettando le piante e il loro habitat, per vendemmiare uve sane e mature. Ma se in cantina fai poco, devi comunque assaggiare e controllare, perché il rispetto lo devi anche a chi berrà il tuo vino. A tutti coloro che mi chiedono se uso solfiti con la bocca un po’ storta, chiedo se per caso si sono fatti mai uno spaghetto con una scatoletta di pomodoro. Lì si che ci sono i solfiti.
    Bevete bene, giudicate con la vostra bocca, non con il portafoglio o con la bocca degli altri