Ci sono aziende che si capiscono solo dopo averle attraversate a piedi. L’Antica Quercia è una di quelle. Non basta arrivarci: bisogna rallentare, sporcare un po’ le scarpe, lasciarsi alle spalle l’idea che il vino sia solo una bottiglia. Io l’ho capita così: seduto all’ombra larga di una quercia che non ha fretta, mentre il vento si infilava tra i filari come uno che conosce la strada da sempre.

Qui, tra le colline di Scomigo, succede una cosa rara: il paesaggio non fa scena, fa compagnia. Siamo in quell’asse silenzioso che tiene insieme le Dolomiti e la laguna, una geografia morale prima ancora che fisica. Da una parte le montagne che insegnano l’essenzialità, dall’altra Venezia che ricorda cosa vuol dire stratificare il tempo. In mezzo, queste colline che non urlano mai, ma non dimenticano nulla.

L’Antica Quercia non è solo una cantina. È un luogo abitato, nel senso più antico del termine. Vigne, ulivi, melograni, bosco, acqua ferma in fondo alla valle dove gli aironi vengono a fare una pausa: e se ogni tanto beccano qualche acino, nessuno qui se la prende: è una forma di controllo qualità più onesta di molte certificazioni. Tutto convive senza gerarchie apparenti, come in certe famiglie contadine dove ognuno sa cosa deve fare senza bisogno di dirlo.

La quercia, anzi le querce, stanno lì da secoli a guardare. Hanno visto passare mercanti medievali che si davano appuntamento “sotto l’albero”, mappe ottocentesche tracciate a mano, e anche scrittori curiosi. Mario Soldati, che aveva il talento di capire il vino partendo dalle persone, da queste parti si fermò davvero. E non è un dettaglio da brochure: è una coincidenza che spiega molte cose. Soldati cercava luoghi che avessero un’anima prima ancora di un’etichetta. Qui l’avrebbe trovata anche oggi.

Il lavoro in vigna comincia quando tutto sembra fermo. Dicembre, freddo che pizzica le dita, parole che si vedono perché diventano fiato. Si pota in silenzio, come si fa con le cose serie. Si scelgono i tralci giovani, si decide il futuro pianta per pianta, senza retorica. Il suono delle forbici è secco, definitivo, e in quel gesto c’è già l’idea del vino che verrà. Non è poesia: è responsabilità.

Poi arriva la primavera e la vigna si riempie di vita che non è solo vite. Tra i filari crescono fiori e leguminose, un disordine bellissimo che attira api e sguardi. Qui il terreno non viene sfruttato, viene nutrito. Si semina per restituire, si interra per arricchire, si aspetta perché la fretta non porta da nessuna parte. È un’agricoltura che non fa proclami, ma tiene fede ai cicli.

La Glera, da queste parti, non è una moda. È una lingua madre. Uva generosa, spesso fraintesa, che quando viene ascoltata sa essere sorprendente. Sui pendii più magri si fa più minuta, più fine, più capace di raccontare il sottosuolo. E qui il sottosuolo cambia spesso: argille, calcari, morene antiche. Un mosaico che obbliga chi lavora a pensare, non a ripetere.

In cantina si continua lo stesso discorso. Lieviti del posto, fermentazioni che seguono il ritmo dell’annata, interventi misurati. Non per ideologia, ma per coerenza. L’idea è che il vino non vada costruito, ma accompagnato. Come una persona che cresce: puoi indicare una direzione, non imporla.

Su Alto nasce così, dieci vendemmie fa. Non come un progetto di marketing, ma come una domanda aperta: cosa succede se un colfondo lo lasciamo diventare adulto davvero? Uve raccolte a mano, rifermentazione con il mosto dell’anno, bottiglie che in alcune annate hanno fatto un pezzo di strada in più, salendo fino alle Dolomiti, sotto il Civetta. Non per folklore, ma per cercare un tempo diverso, più lento, più severo. Il vino ne è uscito con una spina dorsale rara, capace di reggere gli anni senza perdere tensione.

Claudio Francavilla, che guida oggi l’azienda, parla poco e ascolta molto. È arrivato qui dopo altre vite professionali, e forse anche per questo non ha mai cercato scorciatoie. L’Antica Quercia, dice, è un organismo. Se una parte soffre, tutto ne risente. Lo ha imparato anche nei momenti duri, come quando una grandinata ha cancellato un’annata intera. Nessuna epica della resilienza: si prende atto, si riparte.

Matiù Conegliano Valdobbiadene Superiore DOCG Rive di Scomigo 2024

Matiù è il vino che parla con voce calma, senza alzare il tono. Ha il passo di chi conosce bene il pendio da cui arriva e non sente il bisogno di dimostrarlo. Nel bicchiere si muove con una luce piena, non ostentata, e porta con sé profumi familiari ma mai banali: frutta chiara, fiori appena colti, una sensazione di ordine naturale. In bocca è diritto, preciso, con quella freschezza che non graffia ma accompagna. È un vino che non cerca l’effetto, piuttosto la continuità. Ti viene voglia di berlo a tavola, di lasciarlo fare compagnia a una conversazione lunga, di ritrovarlo bicchiere dopo bicchiere senza accorgertene.

Su Alto Vino Frizzante Colfondo 2019

Su Alto è un vino che non ha fretta, e si sente. Ha un modo tutto suo di entrare nel bicchiere, come se si prendesse il tempo di guardarsi attorno prima di parlare. La velatura è parte del racconto, non un vezzo, e i profumi arrivano a strati: frutta matura ma non stanca, una vena di miele, qualcosa che ricorda il pane e l’aria fredda di montagna. In bocca è vivo, pieno, con una materia che non si scompone mai. Non è un frizzante da sete immediata: è un vino che chiede attenzione, che cambia mentre lo bevi, che lascia una traccia. E soprattutto ha una qualità rara per la tipologia: resiste al tempo senza perdere lucidità.

Q Vino Frizzante Macerato Colfondo 2021

Q è il vino che esce un po’ di lato, come certi personaggi che non entrano mai dalla porta principale. La macerazione gli regala un colore più profondo e un profilo aromatico che si allontana dalle consuetudini. Ci trovi dentro sensazioni di tè, spezie leggere, frutta secca, un accenno quasi meditativo. In bocca è largo, materico, con un andamento irregolare che non cerca di essere levigato. Non è un vino rassicurante, ma è coerente. Piace a chi accetta che un colfondo possa essere anche una domanda, non solo una risposta.

A Ancestrale Conegliano Valdobbiadene Superiore DOCG Sui Lieviti Brut Nature 2022

Questo è il vino più essenziale del gruppo, quello che toglie tutto il superfluo e resta in piedi lo stesso. Al naso ha una vibrazione marina, quasi iodata, che parla di esposizioni, di vento, di lieviti lasciati lavorare senza interferenze. In bocca è secco, energico, con una bollicina fine che sostiene senza coprire. Ha grip, slancio, una chiusura cremosa che sorprende dopo tanta tensione. È un vino schietto, senza compromessi, che non addolcisce il messaggio. E proprio per questo, quando lo capisci, diventa difficile dimenticarlo.

In fondo, tutti questi vini fanno la stessa cosa: non cercano di piacere a tutti, ma di essere fedeli al luogo da cui nascono. Come l’Antica Quercia stessa, che non seduce con effetti speciali, ma convince con la durata. E alla fine, come succede con le storie raccontate bene, ti resta addosso più l’atmosfera che il dettaglio. E va benissimo così.

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