Si fa presto a dire Brunello. Come se ce ne fosse uno solo. Sì, d’accordo, il marchio è quello, e famoso ormai nel mondo intero, e apprezzato come il Principe dei Grandi Rossi toscani, e come tale gettonato ovunque si voglia bere non bene ma benissimo, e tra i pochi italiani continuamente presente nelle quotazioni Liv-Ex come nelle aste per grandi collezionisti, e stabilmente presente nelle posizioni di vertice delle “bibbie” per gli appassionati, le classifiche stilate dai grandi critici.

Eppure, benché espressione di una denominazione tutto sommato piccola, e in ogni caso circoscritta a un unico territorio comunale, il Brunello non è uno solo. La varietà delle sfaccettature espressive è perfino ampia: perché il territorio non è omogeneo, i suoli – beh, siamo o non siamo in Toscana? – men che meno, i microclimi e infine le mani umane neppure.

Non sono tante le aziende che si possono permettere di declinare e proporre una gamma di queste sfaccettature, oltretutto ai massimi livelli. Di sicuro può farlo Val di Suga: tre vigneti, tre esposizioni, tre terreni, tre condizioni climatiche differenti all’interno di una medesima azienda. Sì, Val di Suga: quella cantina spettacolare che si incrocia lungo la strada arrivando da Siena, affiancata da una bella fila ordinata di cipressi. Ricca di storia, Val di Suga – è il nome del torrente che l’attraversa, Suga, probabilmente dovuto all’immancabile presenza di querce da sughero – se era nota come terra agricola fino dal 1500, e se comunque già sessant’anni fa, quando l’epopea del Brunello era ancora tutta da scrivere, già vedeva riconvertire i terreni da seminativi a vigneti, che avrebbero prodotto la prima vendemmia nel 1973 e due anni dopo la prima etichetta, e nel 1980 il via al progetto Brunello in grande stile.

Poi, nel 1994, la svolta vera. Francesco Angelini acquista Val di Suga da Lionello Marchesi. Che non era certo l’ultimo arrivato. Ma il colosso Angelini ha un altro passo. Anche nel mondo del vino: un’azienda in Valpolicella, i celebri Amarone di Bertani; Puiatti e i grandi bianchi friulani a Romans d’Isonzo; nelle Marche Fazi Battaglia, quella delle fortunatissime “anfore” in vetro del Verdicchio, e San Sisto a Maiolati Spontini. E infine la Toscana: San Leolino a Castellina nel Chianti Classico, Trerose a Montepulciano, e appunto Val di Suga a Montalcino. Presente con le vigne, come si è detto, in tre dei quattro areali della denominazione, esclusa la zona di Castiglion del Bosco e Badia Ardenga: a nord-est la cantina e la Vigna del Lago, 18 ettari a 280 metri sul mare, caratterizzata da cipressi e argille; a sud-est verso il Monte Amiata Poggio al Granchio, 18,5 ettari a 450 metri sul mare su scisti galestrosi tra querce e lecci; a sud-ovest, in direzione del Tirreno che dista appena 75 chilometri, tra ulivi e macchia mediterranea la Vigna Spuntàli, 15,5 ettari a 300 metri di altitudine media su terreni sabbiosi ma non da rena silicea, bensì da degradazione di pietra forte.

Tre mondi. Cinquantuno ettari, dei quali 10 a Rosso e 41 a Brunello, anzi ai tre Brunello cru di vigna che danno in tutto 36mila delle 200mila bottiglie – non molte, in verità, per l’estensione dei vigneti – messe ogni anno sul mercato in 6 etichette, perché ci sono anche il Rosso Vigna Spuntali, e due blend, Brunello e Rosso etichettati Val di Suga, “del resto il Brunello d’annata è il top commerciale per l’azienda per bevibilità ed equilibrio”, spiega Pietro Riccobono, capo degli enologi di tutto il gruppo Angelini Wines & Estates. Vini che vanno per il 60% all’estero, ma ben il 40 per cento – quattro bottiglie su dieci – accontenta la voglia di Montalcino dei winelovers italiani

Naturalmente però, al di là dei numeri, conta l’interpretazione. E le declinazioni di terroir – mai come in questo caso il termine è appropriato – si esprimono in stili diversi per concentrazioni, eleganze, intensità, ricerca di sensazioni nel naso e nel bicchiere, ma alla fine pure identità territoriale. Noi abbiamo assaggiato le annate 2020 di Vigna del Lago e Poggio al Granchio, dunque in leggero anticipo sulla presentazione che avverrà nei prossimi giorni a Montalcino in occasione di Benvenuto Brunello, e la 2019 di Vigna Spuntàli, annata che è come una riserva, ed esce un anno più tardi “perché – spiega ancora Riccobono – ha bisogno di affinamento più lungo arrivando da un’annata fortunata, più fresca, con solarità di tramonto che regala un frutto croccante”. In ognuno si avverte però la comune ricerca di bevibilità, di eleganza, di identificazione con la propria storia e il proprio territorio. Anche tenendo conto delle differenze di vita in cantina per ciascuno dei tre vini prima di passare qualche mese in cemento resinato, dunque impermeabile alla microossigenazione “in modo – dice Riccobono – da garantire uniformità di temperatura e di evoluzione in contemporanea a tutta la massa del prodotto per una microbiologia sempre sana”, e poi passare alla bottiglia.

Ma prima degli ultimi due passaggi, Vigna del Lago si fa 24 mesi in botti di rovere di Slavonia da 40 ettolitri; Poggio al Granchio riposa per due anni in grandi botti (60 ettolitri) di rovere francese; Vigna Spuntàli passa invece 6 mesi in barrique di rovere francese e 6 in botti ovali di legno austriaco da 25 ettolitri.

Occasione degli assaggi, la presentazione in un pranzo cucinato dalla brigata di Paolo Lavezzini al Four Seasons Hotel di Firenze: i due 2020 abbinati a una

polenta gialla con francesina di manzo, cipolla agrodolce e radicchio rosso; il 2019 Vigna Spuntàli con un

Wellington, filetto di manzo in crosta con terrina di patate, cavolo nero, salsa d’arrosto e tartufo nero, ma assai gradevole anche dopo su una

tegolina caramellata ai marroni del Mugello e mele cotogne. Risultato, anzitutto profumi generalmente intensi con qualche differenza nel tempo di espressione, con i sentori classici del Sangiovese di Montalcino, e bocca di bella piacevolezza con sfumature tra le trame tanniche e la persistenza, ma sempre sensazione di piacevole setosità.

I prezzi nel punto vendita aziendale: Rosso d’annata tra 17 e 20 euro, Brunello blend 35-40 euro; il Rosso cru Spuntàli a 35-40 euro. Infine i tre cru: Vigna del Lago e Poggio al Granchio 65-70 euro, Vigna Spuntàli a 85-90.








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