Nel vagabondare per il mondo enoico, una delle cose più piacevoli che possano capitare è degustare in luoghi di grande suggestione estetica e artistica. Al sottoscritto è capitato nel capolavoro gotico dell’Abbazia di Fossanova, con i banchi di degustazione armoniosamente disposti intorno al chiostro, che rubava spesso l’attenzione con la sua silenziosa eleganza. L’occasione era un evento intitolato Vini d’Abbazia, dedicato a tutte quelle realtà vitivinicole a vario titolo legate alla Chiesa e agli ordini sacerdotali. Non è la prima volta che viene organizzato, ma quest’anno era ovviamente legato alle iniziative giubilari, nel tentativo di deviare una parte del flusso dei pellegrini che affolleranno la Città Eterna verso mete alternative non meno interessanti turisticamente dei luoghi santi, ma certo più accessibili e riposanti.

Per toccare con mano il fascino di questi punti, l’organizzazione del tour, cui ero stato gentilmente invitato, ha fatto visitare al nostro gruppo il Giardino di Ninfa, insediamento di origine medievale prosperato a suon di gabelle (“Dove andate? Un fiorino!”) per l’uso di una strada romana che passava colà. Restaurato amorevolmente da una fondazione promossa dalla famiglia Caetani, proprietaria del sito, è un luogo dello spirito per l’armonia e la tranquillità di un contesto naturale e storico impeccabilmente mantenuto, fruibile in un silenzio che ci si accorge di aver dimenticato.

Altro luogo sconosciuto (e si potrebbe quasi dire che è un bene!), la minuscola e coloratissima Cappella dell’Annunziata, ai piedi del borgo di Cori spalmato in concentriche volute sul cocuzzolo di un monte, importante per aver dato il nome alla DOC basata sul locale vitigno nero buono. La Cappella è una bomboniera completamente affrescata da pittori del primo Rinascimento su temi del Nuovo Testamento, quasi una Cappella degli Scrovegni in miniatura ad uso e consumo di chi non poteva leggere le Scritture direttamente.
La suggestione turistico-paesaggistica si è poi legata al vino durante la visita alla storica azienda di Marco Carpineti, sempre nei pressi di Cori: una sterrata impegnativa di qualche chilometro ci ha portati in quota, a mezza costa dei Monti Lepini, all’installazione di Land Art (e vigneto produttivo!) Limito. In un contesto naturale cui le descrizioni non rendono giustizia, tutto è nato con l’intento di sfruttare un altopiano per degli impianti sperimentali di vitigni diversi al fine di verificarne il comportamento in quota, in vista delle temute conseguenze del global warming. Quasi per partenogenesi, è scaturita l’idea di sublimare l’alternanza di rittochino e girapoggio in una geometria di impianto che disegnasse il paesaggio a forza di suggestioni di afflato anche filosofico.

Un labirinto vitato (il più grande al mondo) dove l’operosità si smarrisce per sublimarsi e ritrovare un senso che si focalizza in un obiettivo non solo qualitativo, ma anche personale. E inoltre volute di filari a spirale a simbolizzare la (auspicata) crescita spirituale dell’umanità. Un luogo che suggerisce raccoglimento nell’ascolto interiore, contemplazione, riflessione, che conducono a un pacato e inevitabilmente approfondito confronto con il fortunato/a con cui scambiare di volta in volta le proprie idee.
Un magnifico esempio di sogno immaginifico tramutato in realtà, e altrettanto notevole occasione di storytelling promozionale. E quindi, stante la suggestione del luogo e la bellezza di Limito, è sorta una discussione se un tale progetto e impegno realizzativo sia giustificato a livello produttivo e promozionale, o se sia per lo più un monumento all’ambizione/presunzione del produttore, in questo simile ad altre installazioni, costruzioni, sperimentazioni che vogliono appiccicare un bollino con su scritto “artistico” o “filosofico” a una cantina, con il contesto che diviene il core business da “vendere”, al di là del commercio del vino in quanto tale. Disparate le opinioni in merito. Il sottoscritto appartiene alla schiera dei positivi/possibilisti/giustificazionisti. Sia quel sia, la vigna nella sua originalità è bellissima.

Per quanto si tratti di regione importante per l’enologia italiana (vini di plurisecolare storicità, prevalenza negli impianti di vitigni autoctoni più o meno esclusivi del luogo, la presenza di un bacino di consumo fondamentale come la città di Roma) il Lazio soffre di un’immagine piuttosto bistrattata. A dispetto della antica cultura dei bottiglieri papali, specie dopo l’ultima guerra i pantagruelici consumi della generazione fiorita con il boom economico hanno minimizzato l’esigenza di una produzione di alto livello qualitativo, privilegiando altresì la quantità.
Per fortuna le varietà internazionali hanno proliferato solo in certe zone, in ispecie quelle in cui sono stati trasferiti in massa i coloni italiani forzatamente espulsi dalle loro proprietà africane, veri e propri gioielli dell’industria vitivinicola che trovavano vasto mercato in tutta Europa. Per tanti si è trattato di ricominciare letteralmente da zero, ed è assolutamente da elogiare la loro capacità di credere in un sogno di stabilità economica, nonché la lungimiranza di riservare comunque un’attenzione particolare alle varietà tradizionali.

Detta lunga e inesausta rinascita la si apprezza attraverso gamme di prodotti variegate, sempre prezzate in grazia di Dio (rimanendo in tema…), e tra l’altro anche per una positiva attitudine nei confronti dell’offerta eno-turistica: vi è dovizia di aziende ben organizzate per le visite, spesso con ristorante a corredo dove si è tentati dalla cucina di giovani chef creativi. Non a caso nelle escursioni compiute durante il tour i due pranzi si sono svolti per come segue: al sabato da Marco Carpineti un picnic sull’aia formato king size, con copioso buffet non banale a base di prodotti e piatti tipici: c’era pure la porchetta! Mentre la solerte e gentilissima figlia del titolare serviva i vini ,come se non ci fosse stato un domani. Segnatamente: un “pericoloso” metodo classico autoctono, personale nella parte aromatica, due bianchi a base bellone, uno più immediato e ruspante, uno più ambizioso e ingentilito dalla permanenza sulle fecce fini. Oltre a dei rossi che con mio disdoro i tempi tiranni delle escursioni non mi hanno consentito di assaggiare.
Il giorno dopo sosta a Cantina Sant’Andrea: altra azienda familiare, praticamente una macchina da guerra, nel senso ammirato del termine, nella ricezione dei visitatori, con 110 ha di vigna non solo intorno alla cantina e circa un milione di bottiglie prodotte. Detto della dimensione e dell’impatto visivo del punto vendita interno, e del piccolo branco di oche che razzolava in un’area recintata tra le vigne, salvatosi dalla tavola per la propria simpatia; infatti, non hanno mancato di mettersi in posa di profilo mentre le stavamo fotografando!!. Detto tutto ciò, un plauso convinto al ristorante “Seguire le Botti”: protagoniste misurate variazioni sui temi dei prodotti stagionali, valorizzandone la intrinseca saporosità senza abuso di condimenti. Con un servizio amichevole che ha ben gestito il nostro gruppo di Unni ormai scafati a qualsivoglia banchetto. Meditati gli abbinamenti con i vini proposti, di solida affidabilità tra cui in ordine sparso meritano la citazione i tradizionali Moscato di Terracina, secco e passito, un vermentino sapido e scattante, un goloso spumante Charmat a base aleatico, dalla beva compulsiva. Mentre un rosso, soprattutto bordolese era magnificamente suadente nella trama tannica e immacolato nell’attacco fruttato, ma la sua opulenza veniva un poco irrigidita in fin di bocca da un legno ancora troppo invadente.

Il singolare nome del ristorante è un simpatico ricordo dell’epopea familiare: nei primi tempi della creazione della nuova azienda agricola, quando gli iniziali ortaggi iniziavano a venire integrati dai vigneti, le prime botti acquistate venivano sistemate anche nei giardini dei vicini, che le apprezzavano a livello ornamentale. Così i primi turisti che da Roma si spingevano verso il neonato ma da subito rinomato ristorante, ricevevano l’indicazione stradale di “seguire le botti” verso la tavola agognata. Funzionava così bene che il nome è rimasto, e pure la fama e la qualità.
Tornando all’evento di degustazione in quanto tale, il flebile pretesto era presentare aziende con contatti più o meno profondi con le istituzioni ecclesiastiche. E si spaziava dal frate guatemalteco (sic!) responsabile della vinificazione presso la toscana Abbazia di Monte Oliveto (a proposito, congratulazioni per gli innegabili progressi), ad una rete francese di “Vins d’Abbaye”,ad aziende che hanno affittato vigneti dalla curia. Non mancavano nomi eclatanti, quali l’Abbazia di Novacella, per dirne una. Né mancava dovizia di seminari a tema: il sottoscritto ha partecipato ad approfondimenti sul cesanese e sui “Vini dei Romani”, il quale secondo argomento era soprattutto lo spunto per presentare la cornucopia dei vitigni autoctoni regionali. Interessante, certo, ma con un taglio necessariamente pensato per un pubblico generalista, così che confesso di non averli seguiti fino in fondo.
Chiaramente l’occasione Vini d’Abbazia è stata colta da produttori e consorzi laziali in realtà assai profani per presentarsi ad un pubblico folto e piuttosto interessato. E chi vi scrive non ha mancato di dedicarsi ad allargare le proprie insufficienti conoscenze (e quando mai la cultura sul vino è sufficiente?) sulle varietà locali. Mi si prospetta un’estate di bevute come suole bianchiste, e nuovamente mi riuscirà di andare in astinenza da vini rossi, così mi sono rivolto essenzialmente a cesanese, nerobuono e allo scarsamente presente, chissà poi perché, abbuoto.

Mi è spiaciuto che quest’ultimo fosse meno diffuso, in quanto ne ho degustato un rosato quanto mai centrato a metà strada tra leggiadria di profumi e corpo, con tanto di pimpante tannino a strutturare un palato succoso. Quanto al cesanese, ne ho assaggiati qua forse più di quanti ne avessi mai incontrati nei miei trascorsi con un calice in mano. E ne ho apprezzato in ispecie la versatilità, afferente più che ai cloni al terroir e allo stile di vinificazione e alle aspirazioni di chi lo ha adotta. Lo caratterizzano in generale, ma è assolutamente un’approssimazione, rubino vivace, impatto di frutto rosso maturo con qualche screziatura speziata, tannino fermo ma non prevaricante anche perché annegato in un’esuberanza alcolica che come ovunque può costituire un rischio. Per fortuna l’acidità lo aiuta, e così, specie nel comprensorio di Affile, spicca qualche vino più “aereo” e fragrante nei profumi: gradevoli eccezioni che confermano una regola già gratificante. A proposito: il cesanese di solito se ne sta da sé.
Come in splendida solitudine si trova di solito il nero buono: il nome è tutto un programma, poiché è vero che fornisce vini dalla grande profondità di colore con sfumature quasi porporine, e sciorina nuance di mora, cassis e floreali con un tocco balsamico a far da pendant, quasi fosse un cabernet franc di noantri. Rinfrescante per acidità, mi è parso delicato nel tannino, nel senso che estrazioni ambiziose, più verosimili nel suo comprensorio di elezione, ovvero la DOC Cori, tendono ad irrigidirlo e a combattere con la sua lunghezza gustativa. Così l’impressione migliore me l’hanno fornita assaggi di corpo medio e succo eclatante, nobilitati da una freschezza che esalta le nuance erbacee più fragranti. Anche qui una varietà intrigante per la sua multiformità, con il livello medio già buono delle proposte che potrà ulteriormente migliorare una volta che sarà meglio risolto il rapporto con il legno.

E com’è giusto che sia in queste circostanze, ho anche approfondito una denominazione storica ma di cui pochi si ricordano: l’Atina DOC, ovvero il comprensorio in cui furono volenti o nolenti trasferiti i profughi italiani d’Africa, che si ridedicarono alla viticoltura avvalendosi qui dell’usato sicuro, ovvero i vitigni internazionali, in particolare il cabernet sauvignon. Un banco consortile era gestito da una gentilissima sommelier che si era prodigata a ricercare informazioni sulla decina di vini presenti poiché la DOC è piccola, visto che niente i produttori avevano fornito, né schede tecniche, né brochure, né rimandi a siti web ove ricavare qualche informazione.
Questa conduzione naive della propria promozione non stupiva a fronte degli assaggi, alcuni dei quali artigianali in un modo quasi tenero: leggi surmaturazioni abbastanza baldanzose, lunghi affinamenti degni di miglior causa che conducevano ai prodromi dell’ossidazione, un uso del rovere legato a uno stile d’antan. Tutto legittimo, ovviamente, ma per il sottoscritto un peccato, o meglio l’occasione persa di definire prodotti di maggiore profondità ed eleganza. Lo dimostravano un paio di mosche bianche, ovvero un campione che esibiva una godibile immediatezza fruttata, e addirittura un’annata 2015 comunque molto tonica, di nobile terziarizzazione. Non so se sono giovani, ma possono crescere.
Tre giorni di presenza a un evento possono sembrare molti, ma le nostre permanenze sono state abbreviate da saluti delle autorità, benedizioni vescovili, consuete attese per l’inizio dei seminari, e quant’altro. Spero di esser riuscito a far comprendere che gli stimoli non mi sono mancati, compresa più di una referenza extra-regionale degna di menzione. Che scelgo di non menzionare, per non far torto ad un Lazio che mi ha accolto con una bellezza inattesa e una calda ospitalità.
Tanto per cambiare, mi è venuta voglia di ritornarci. Non ho visto alcune emergenze considerate imperdibili, né assaggiato tutto: di sicuro non mi riuscirà, ma quant’è bello provarci…








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