Quasi più maggio che novembre viste le temperature e il sole che ha caratterizzato la prima metà del mese. Io, senza scherzi, ho continuato a pranzare in giardino fino a che mi è stato possibile, incurante di cimici e cavallette che in genere mi rendono questo mese piuttosto antipatico.

Soave Classico DOC Montegrande 2017, Prà. Un grande bianco d’Italia. Senza se e senza ma, il Soave sta di diritto nell’olimpo delle grandi zone bianchiste nazionali, quelle che se la giocano sul lungo periodo, con vini che sfidano il tempo, al pari dell’Etna, dei Colli Tortonesi, di San Gimignano, delle Marche del Verdicchio e pure del Collio. E Graziano Prà è uno di quegli interpreti che lavorano in questa direzione, per la fama d’un territorio, quale quello del Soave che resta ancora molto legato al nome degli interpreti, più che a quello della denominazione. Garganega 70% e per il resto trebbiano di Soave provenienti dalla UGA Montegrande, tra le più estimate, per pendenza, altitudine ed esposizione. Suoli vulcanici ricchi e profondi che trattengono umidità anche nei momenti più siccitosi. La garganega è allevata nella classica forma a pergola e si pratica il taglio del tralcio a settembre cui segue appassimento del grappolo in pianta per circa un mese. Ci riconosci il vitigno e ci riconosci la provenienza, insomma il territorio ce l’ha marcato nel naso e soprattutto in bocca, dove la garganega si palesa nella sua delicata rotondità e pienezza quasi oleosa, coadiuvata della freschezza del trebbiano nella verve acida e agrumata che conserva intatta a quasi 8 anni dalla vendemmia. Agrumi e frutta gialla al naso, dove si delinea netto un sentore di cerino, a testimoniare un’origine vulcanica intrisa di zolfo. Un vino dai tratti molto local, ma dal respiro internazionale per pensiero, avanguardia e scelta del tappo a vite. Applausi!

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Valpolicella DOC Morandina 2023, Prà. Eh niente Graziano Prà mi ha folgorata :-). Il Valpolicella Morandina 2023 è il vino del qui e ora. Quello quotidiano, fresco e godereccio che fa quello che un vino dovrebbe fare: accompagnare il pasto, senza mai affaticare, anzi favorendo l’appetito e la masticazione tramite il fattore acidità. Quotidiano non vuol dire semplice o banale, proprio l’opposto: gratifica sempre e perciò lo scegliamo giorno dopo giorno. Il Valpolicella ha leggerezza tale da accompagnare piatti di pesce: segnare subito “vino rosso da pesce”, che per me è anche sinonimo di elegante. Il pesce è una brutta bestia da sposare a tavola, ce ne vuole di grazia per gestire il sale e la tendenza dolce nello stesso boccone, nonché solitamente una buona persistenza “di mare”. Il Morandina profuma di ciliegia, glicine e menta, tanta freschezza balsamica forse sapientemente evidenziata da quel breve appassimento di corvina e corvinone prima della pigiatura. Non lo so, ma ogni tanto al naso mi sembrava di cogliere vaghe similitudini col cabernet franc, in questo aspetto verde, erbaceo dolce e penetrante. Ho chiesto se vi fossero composti pirazinici nello spettro aromatico di corvina&friends, esponendomi a pubblica derisione. Educatamente mi è stato risposto di no.

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Asprino d’Aversa Spumante Brut 2020 Trentapioli, Salvatore Martusciello. I Campi Flegrei, ecco un’altra di quelle zone pazzesche per il vino, o meglio, ma quanto mi piacciono i vini di quest’area vulcanica a nord ovest di Napoli. Il Trentapioli è un metodo Martinotti, e il nome vuole ricordare i pioli della scala utilizzata per la gestione dei vigneti di asprino allevati ad alberata, che possono raggiungere i 15 metri di altezza. L’asprino, nomen omen, per la sua naturale elevata acidità si capisce bene che sia ottimo per la spumantizzazione e regge anche qualche annetto sulle spalle. Ho bevuto una 2020 ed era in splendida forma, leggermente evoluta e quindi più complessa dal lato aromatico e un’acidità ancora di vino bambino. Bollicina leggerissima, se l’avessi bevuto alla cieca avrei detto senza dubbio metodo classico. Buono, goloso, 11.5 gradi di felicità. Averne!

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Chianti Classico DOCG 2022 San Giusto a Rentennano. Per chi come me ultimamente è stanco del sangiovese – leggi si vende quasi solo quello e di conseguenza si assaggia sempre quello (nuove annate, nuove aziende, nuove interpretazioni, vecchie bottiglie ecc.); ecco dicevo accuso una stanchezza che deriva probabilmente da una assuefazione sia di palato che mentale. Bene, questo Chianti Classico m’ha riconciliato sul momento col sangiovese, m’ha dato un piacere di beva che mancava da un po’. E credo sia dovuto al fatto che qui il sorso unisce potenza e leggerezza, è setoso, ma penetrante di acidità, insomma coniuga le varie anime di questa uva che a Gaiole, nel mio modesto pensiero, trova una terra magnifica. Non so come spiegare, ma da sempre nei vini di Gaiole sento il Chianti Classico più intimo, verace, forte, antico, profondo, una specie di quintessenza del Gallo Nero che oltrepassa le mode e gli stili legati a questa varietà che si palesano nella denominazione Chianti Classico più che in ogni altra doc/docg fondata sul Sangiovese. “Questa mano po’ esse fero e po’ esse piuma“, proprio come il sangiovese di San Giusto a Rentennano: ferro e forza dal territorio più meridionale di Gaiole e piuma è la mano leggera e bella di Luca Martini di Cigala.

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Rosé des Riceys AOC La Forét 2019, Domaine Alexandre Bonnet. Tutti coloro che in territorio dello champagne sacrificano parte delle uve di pinot nero per farne un rosato, meritano che se ne parli. Anche se il Domaine Bonnet è già bello che conosciuto come uno degli ambasciatori della rivoluzione dell’Aube e ancor di più della luce di cui gode ad oggi il comune di Les Riceys. A Les Riceys ai rosati è dedicata una Appellation d’Origin, che di primo acchito può far pensare e perché mai? Chi glielo fa fare? L’assaggio dà subito una precisa risposta: diavolo se è buono! Poi se si mette a fuoco che siamo in quella parte della Champagne al confine con la Borgogna si capisce meglio l’entità e il valore della parole buon pinot nero. In seconda battuta il prezzo all’HoReCa di questo rosato: 43 €, più o meno il prezzo cui esce una delle cuvée di champagne del Domaine Bonnet. Ora capisco meglio anche io il valore di quel sacrificio di uve da champagne atte a divenire vino rosa. E’ chiaramente un sorso goloso, fruttato e super fresco, che somiglia di più a un pinot nero scarico che a un rosato; vinoso al naso, tannino quasi impercettibile, profondità di sorso e finale salato; insomma sulla bontà poco da dire. E sottolineo che si tratta di un rosato con 5 anni sulle spalle, non percepiti. Una sorta di rosato da invecchiamento, anche se disponendo d’un vino così appetitoso, sfido chiunque a metterlo a candire in cantina. Ora, da commerciante quale io sono, mi son chiesta subito come faccio a mettere a scaffale un rosato della Côte des Bar a almeno 80 euro a bottiglia? Per lo stesso prezzo ci si prende dei buoni champagne.. Tutto sta alla fiducia del cliente nei confronti di chi gli propone una bottiglia così, facendo leva sui concetti di nicchia, rarità, e quel tantino di eccentricità nel dire voglio andare in Champagne e non bere bollicine. Si può fare, costa, ma il godimento c’è.

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