Arillo in Terrabianca, vini di tre dimensioni, tra Botta e Beck

La villa padronale trasformata in esclusivo relais con sole 8 suite e spa, una trattoria toscana con wine shop e accanto un ristorante fine dining firmato nientemeno che da Heinz Beck, e a completare un’arena da concerti, letture, spettacoli, purché di alta qualità. E poi la cantina, a firma di una super archistar come Mario Botta (Petra a Suvereto, avete presente?). Dove? A Radda in Chianti. Quando? Eh, calma, dai: tutto questo nel 2026, c’è già perfino la data, 10 o 11 ottobre. Sì perché tutto questo ha sangue svizzero, come potrebbe essere diverso. In realtà, un po’ svizzero e un po’ anche emiliano, così si spiega tanto amore per la campagna.

C’è un bellissimo progetto, dunque. E c’è una bella storia di famiglia, tradotta in tanti piccoli grandi dettagli che compongono un affresco davvero ricco e pieno di suggestione.

Cominciamo con i protagonisti: loro sono Urs e Adriana Burkard, lui architetto di interni, alle spalle la Sika, multinazionale chimica, lei cresciuta in terre di lambrusco e nei campi da parte materna, mentre il dna paterno parla di Zeffirino, celebre catena di ristoranti che da Genova si è allargata a Montecarlo, a Parigi, a Istanbul e prossimamente a Praga. In Toscana sbarcano nel 2019, “cercavamo – racconta Adriana – una casa di vacanza per noi e i nostri figli”, Gregor e Riccardo, che adesso fanno parte del cda dell’azienda, “perché il progetto voleva guardare anche alla nuova generazione”. C’è Terrabianca, c’è guarda caso un proprietario italo-svizzero, “all’inizio non c’era un programma, il progetto si è sviluppato nel tempo, pensavamo solo alle vacanze di famiglia”. Solo che l’italo-svizzero aveva aziende agricole a Massa Marittima, il Tesoro, e a Montefollonico in Val d’Orcia, Colle Brezza.

 Urs e Adriana comprano. “Solo che – racconta ancora lei – il passaggio non fu facile, dovevamo presentarci con una nuova storia ma senza togliere nulla al passato”. Nasce così Arillo in Terrabianca (“che doveva restare, era un nome antico”, scritto nei cabrei medievali). Arillo: dal latino arillus, acino. E infatti, ovale come l’acino è lo stemma-logo dell’azienda e ora della famiglia: un castello, “segno di solidità”, due stelle “i figli, nel solco della continuità”, tre linee, appunto le tre aziende. In tutto 60 ettari vitati, o poco più: a Radda 12,5 tutti a sangiovese di cui 10,5 già produttivi, gli altri piantati nel 2022, in Maremma 40, a Montefollonico 8, per 9 etichette (3 nel Chianti Classico, 5 in Maremma, 1 in Val d’Orcia, dove i Burkard hanno casa nei pressi di Pienza) e 180mila bottiglie, “con un potenziale complessivo di 300mila”, ammette l’enologo Vieri Vannoni che lavora con loro fin dai primi passi.

Insomma, un “Teorema Toscano”, un triangolo che per i Burkard si esplicita in geometria dei luoghi, architettura del vino, musica della natura, per “analizzare e interpretare il territorio come uno spartito musicale”; non a caso l’azienda è nata biologica, è certificata dal 2023 ma punta dritto al biodinamico. E, come detto, anche al côté dell’accoglienza di livello, che si completa in 4 vitelli, “per ora limousine, poi maremmani”, coltivazione di grani antichi per farine e pasta da vendere prodotta in proprio, api per la biodiversità. Certo, a completare il quadro ci voleva una super-cantina. “Mario Botta – dice Adriana – è da sempre un idolo di mio marito per le forme geometriche pulite. L’aveva conosciuto quando era studente, a New York c’era una sua mostra, gli corse dietro con un libro per farselo firmare ma non ci riuscì. Poi quando l’abbiamo cercato si negava, troppo lavoro, finché l’abbiamo fatto appassionare, è venuto e ha disegnato, l’idea iniziale puntava a una cattedrale del vino poi è stata ridimensionata, i lavori comunque sono già cominciati da un anno, in ottobre 2026 sarà tutto pronto”.

Intanto, comunque, ci sono i vini. Adriana li presenta in un pranzo al ristorante Borgo San Jacopo di Firenze, senza Urs che è impegnato con il suo lavoro. Questa signora dai magnetici occhi, di un profondo celeste, in elegante completo azzurro pallido, riesce a focalizzare l’attenzione, con l’aiuto di Vieri Vannoni e una buona parola dai vini ben sposati ad alcuni piatti dello chef Claudio Mengoni, di squisita saporosità. Ecco dalla Maremma la linea Bevo, con BevoBianco, blend di chardonnay e viognier, sei mesi sulle fecce fini in barrique usate, BevoRosa, sangiovese dalla pressatura soffice, cinque mesi in affinamento sulle fecce fini.

Con la battuta di manzo, peperoni e salsa verde si assaggia da Terrabianca il Sacello 2022, il Chianti Classico d’annata, fresco e vinoso, di buona beva, sentori di frutto e anche liquirizia, bacche nere e spezie dolci.

I golosi ravioli del plin ripieni di patate del Mugello, ragù di anatra e fonduta di pecorino di Pienza si accompagnano al Chianti Classico Riserva Poggio Croce 2021, balsamico e levigato, note di cipria e la liquirizia che è nota ricorrente in questi vini di Radda, e al Chianti Classico Gran selezione Terrabianca 2020 (solo 2.3131 bordolesi e 24 magnum), elegante e ben fatto, vivace ma pieno di sapore, brillante, tra tabacco e pepe rosa.

Dalla Val d’Orcia – per bagnare quaglia con asparagi, cipollotti, tartufo nero e salsa al foie gras – ecco che  arrivano due annate dell’Igt Campaccio (40% sangiovese, 30 merlot, 30 cabernet sauvignon), la 2021 in anteprima e poi la 2020, il primo lievemente tannico, fruttato, ricco di erbe e fiori rosa e rossi, il secondo ancora vivo e brillante, balsamico, tra frutti neri, spezie e anche cioccolato. Le vendite? Quaranta per cento Italia, 60 per cento estero tra Usa, Germania e Canada, ovviamente tutto horeca. 

Armonia, identità, territorio, tutto in dialogo: un bel tracciato dal sapore olistico

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