Proprio da appassionato frequentatore del Chianti Classico, chi vi scrive nutre salutare rispetto per le sfumature della sua complessità: mi picco di conoscerlo, mi capita di raccontarlo a professionisti in appositi seminari, ne assaggio centinaia di etichette ogni anno, ma non pretendo di sapere TUTTO. Così le rinfrescate a suon di calici sono gradevoli e necessarie, e mi è pertanto giunto quanto mai gradito l’invito dell’azienda Gagliole, sita a Castellina in Chianti (ma non solo) per un pranzo a fine di conoscenza e approfondimento di filosofia aziendale e gamma dei prodotti.

In una mattina velata ed afosa, in una Firenze affollata ai limiti del tollerabile, i raccolti ambienti dell’Hoxton Hotel sono stati un piacevole contrasto. Ad accoglierci, in ordine sparso, addetto(i) stampa e non solo (Cosimo Soderi e Alessia Riccieri), enologo residente (Giulio Carmassi), consulente (Paolo Salvi), per raccontare una realtà molto mutata rispetto ai miei lontani ricordi: rimembranze di una visita di almeno 15 anni or sono ad una minuscola enclave sulle pendici che da Castellina discendono fino al fondo valle dell’Elsa, protetta da un frammento di bosco che imponeva la sua presenza in mezzo alle vigne. Di una cantina ordinatissima ma davvero piccina picciò, al punto che l’inappuntabile pulizia dei vini era significativo tributo alla maestria di chi riusciva a vinificarli in spazi così angusti. Pulizia che esaltava uno stile produttivo legato alla succosità del frutto, di tatto avvolgente e rifinito, alla larga da eccessi estrattivi e legnosi. Così che il vino che mi aveva maggiormente colpito illo tempore era un cabernet sauvignon, fermentato in barrique, cosa per me inedita.

Molto è cambiato da allora: intanto gli ettari vitati sono divenuti 21, non più solo a Castellina bensì anche con acquisizioni a Panzano (9 ha, la nuova cantina si trova lì), e altri 4 ha nei pressi di Badia a Passignano entro i confini della U.G.A. (con i puntini, mi raccomando!!) San Donato. Le uve di tutti i siti concorrono all’assemblaggio del Chianti Classico annata, mentre per le etichette più ambiziose (e costose), Riserva, Gran Selezione, e pure Supertuscan “Colli dell’Etruria Centrale IGT”, l’idea è di rendere più esplicite le rispettive specificità.

Per iniziare il convivio, una goduriosa pinsa con stracciatella e pesto si era accompagnata a Il Bianco (nomen omen) aziendale, felice assemblaggio di viognier piantato per la bisogna (e vinificato in rovere) con i più tradizionali trebbiano e malvasia a provvedere freschezza: sapiente costruzione, equilibrio gustativo brillantemente conseguito, una speziatura tutt’altro che pacchiana che ruba la scena sulle prime, e poi si stempera a favore di una più diretta e gradevole espressione fruttata nel campione dell’annata 2022 adesso in commercio, rispetto al 2023 del calice di benvenuto. Se adesso più di sempre il mercato richiede a gran voce i vini bianchi, Gagliole è riuscita nell’intento di esprimere una referenza non banale, di sostanza e di garbo, con autoctona acidità che facilita la beva, e getta le fondamenta di un eventuale storytelling a base di territorio e tradizione.

Ma con grande gioia del sottoscritto incalzavano i rossi, ad iniziare dal Chianti Classico 2023 Rubiolo, che non temeva il confronto con un delicato carpaccio di branzino. In effetti, non lo temeva poiché trattavasi del risultato di un’intelligente vinificazione “in sottrazione”, che prendeva atto di un millesimo che continuo a ritenere sfigato con convinzione. Il nefasto primaverile alternarsi di piogge e ondate di calore, la conseguente proliferazione di peronospora e non solo, cui non tutti i produttori erano preparati, almeno in quelle proporzioni, a seguire un’estate calda e siccitosa ad impattare ex abrupto sui cicli di maturazione: “tannino passabile” e “vendemmia 2023 in Toscana” mi paiono espressioni al confine con l’ossimoro. Un plauso quindi a tutte le aziende che hanno saputo adattare con elasticità i protocolli di vinificazione per salvare il salvabile, ricercando leggerezza piuttosto che corpo.

E così i commensali hanno apprezzato la fragranza aromatica (mora, violetta, un tocco speziato che strizzava l’occhiolino alla noce moscata), e la tattilità puntiforme di un tannino appena sgranato sul fin di bocca. Ma era come se quella presenza fruttata non osasse spingersi verso lidi più profondi o persistenti: le mende dell’annata annichilivano la sapidità impedendo al Rubiolo ’23 di spiccare il volo.

Tutt’altro paio di maniche, come ambizione e riuscita, il successivo Chianti Classico Riserva, annata 2021 come tutti i successivi assaggi. Proveniente per lo più dalle nuove acquisizioni panzanesi, ne declina la robustezza con una grazia singolare. Il velluto del tannino satura ogni singolo poro delle mucose del palato, espandendo il volume del sorso senza infingimenti rigidi o alcolici. Quindi un impianto poderoso ma così bilanciato da promettere un futuro di nobile terziarizzazione aromatica.

Che sarebbe sfizioso attendere, certo, ma significherebbe rinunciare alla presente apollinea gioventù: apollinea per l’eleganza intrinseca, gioventù in quanto i richiami di amarena e frutta assortita in confettura possono già essere goduti nella loro accattivante semplicità. Allora, che fare? (Qui un “che fare” edonista, e non leninista) Si ricerca in questa Riserva il piacere immediato? Ci si accontenta di volare basso nell’hic et nunc? Di SOLTANTO combattere il logorio della vita moderna a suon di succo e maturità? Sorprendentemente, sia pure. Però facciamoci anche vedere da uno bravo, perché rinunciare a tutte le nuances aromatiche (tabacco, balsamicità, speziatura) che iniziano a far capolino quando il calice inizia a respirare; o a giocare ad abbinare questa Riserva con le più disparate pietanze (l’equilibrio allarga il ventaglio delle possibilità) è delitto di offesa all’impegno profuso per conseguire questo tipo di risultati. Per tacere il fatto che cotanta delicatezza si sposava alla perfezione con un risotto “all’onda”.

Si è capito che la Riserva mi è piaciuta? Nella fattispecie, anche più delle etichette teoricamente più importanti, ovvero Gran Selezione e Supertuscan base Sangiovese. E non c’è da stupirsene, in quanto essa incarna a mio giudizio ciò che la tipologia meglio dovrebbe/potrebbe rappresentare per caratterizzarsi.

In Chianti Classico, la nascita della Gran Selezione ha trasferito la Riserva nella terra di nessuno: non rappresenta più il culmine della qualità aziendale, a parte per quel manipolo di produttori che ha rinunciato alla G.S., e in termini di aspirazione alla longevità è stata surclassata (come era nelle intenzioni) dalla nuova categoria.

Pertanto le Riserve possono proporsi come prodotto “in mezzo al guado”, non così proiettato verso il futuro e la nobile complessità dell’evoluzione come la G.S., ma contemporaneamente al riparo delle potenziali banalità della fruibilità immediata: ovvero un vino che può divenire (molto) grande nel medio termine, più abbordabile per un pubblico anche meno avvertito ma incuriosito dal blasone della tipologia, e che intende goderselo senza attendere tempi biblici (e dopo tutto chi è adesso che si può permettere una cantina personale ove far riposare il vino per tot anni?).

Piuttosto, non sarebbe meglio per molte aziende (perc chi può) rendere disponibili stocks di bottiglie di vecchie annate? Divulgare la qualità che questi vini possono attingere può invogliare potenziali nuovi clienti a sbilanciarsi in un tipo di investimento edonistico che può donare qualcosa di più e di diverso. Meno male che qualcuno si sta attrezzando per risolvere le relative difficoltà logistiche (spazi di stoccaggio, eventuali colmature e ritappature, ecc.).

Gran Selezione e Sangiovese Supertuscan della situazione, rubricato sotto la pomposa denominazione “Colli della Toscana Centrale IGT” (sic!), giocano entrambi in un altro campionato. Si distinguono per fascia di prezzo, verosimilmente per considerazioni di marketing (product placement), e in quanto vogliono rappresentare due terroir diversi: altitudini ed esposizioni a parte, in termini di suoli le marne argillose panzanesi e i terreni più sciolti, ripidi e drenanti di Castellina. Fardello dell’appassionato compratore distinguerli, anche in etichetta, con la sciagurata quasi omonimia tra Gagliole e Gallule che ha creato più di un grattacapo ai convenuti.

Fortuna che gli assaggi esibiscono fieramente distinte personalità, senza prevaricare sul succulento, complesso ma delicato secondo di carne che ci è stato servito (un plauso alla materia prima e non solo), suggello ad un’esperienza gastronomica che fa dell’Horton Hotel un posto da segnarsi. Da Panzano l’IGT Gagliole piace per la grinta e la nervosità: la massa estrattiva al momento frena l’espansione e l’articolazione al palato, e l’impatto fruttato riempie il sorso in monolitica larghezza, bisognosa di tempo. Pur tuttavia l’acidità riesce ad emergere in questo corpo importante, alleggerendo provvidamente il palato, e così di Panzano si apprezza l’escursione termica giorno/notte anche più della solare opulenza. Unica menda un tatto leggermente granulare nel finale di bocca, come se una tantum la cura esecutiva che ha caratterizzato tutta la produzione avesse ceduto all’entusiasmo e avesse commesso peccato veniale di sovraestrazione, senza che questo sconfini in sensazioni amare o secchezza vera e propria. E’ più un’impressione, che peraltro nel suo impianto molto personale è piaciuta a più di un degustatore: se tutti i vini “eccessivi” fossero così, si potrebbe fiduciosamente avallare qualunque loro cambiale gustativa, contando nel tempo sugli interessi composti della complessità e della nobiltà espressiva.

La Gran Selezione Gallule estremizza invece il lato elegante dell’anima castellinese: le viti giacciono su terrazzamenti su pietra forte, e sono pure abbracciate dal bosco! A prescindere dagli assemblaggi, ovviamente decisi in cantina e quindi variabili a seconda di millesimo e circostanze, non è ci è dato giudicare come l’apporto delle varie vigne aziendali caratterizzi i prodotti, a meno che essi non siano dichiarati come provenienti da un singolo comprensorio. Da Castellina mi attenderei volumetria e calore, con corpo imponente a far da contraltare. Ebbene, raramente su quelle pendici esposte a Ovest (o Sud Ovest) ho incontrato una traccia tannica di tale carezzevole fascino. Non è che non sia maschia, è che il pugno di ferro è quasi timido nel rivelarsi, come se se ne vergognasse, o si preoccupasse di mettere a suo agio chi lo incontra. E’ come l’impatto di una musica lounge che ti abbraccia, e ti dà calore e sicurezza. E i richiami fruttati e di confetture annegano dolcemente in questo mare. Ci fosse appena un pizzico di freschezza in più si allontanerebbe definitivamente il timore di non più riemergere. Vogliamo azzardare un paragone modaiolo? Uno Chambertin in salsa chiantigiana? O forse è dalla Borgogna che dovrebbero affacciarsi nella valle dell’Elsa un po’ più spesso?

A coronamento di questa cavalcata, un doveroso richiamo al vino “internazionale” che tanto ha contribuito all’immagine aziendale ai primordi dell’attività. Un Cabernet che rispetto ai miei ricordi niente ha perso come succo, eleganza, distensione al palato in souplesse. Diverso è il fatto che così si potrebbe dire che “chianteggia”: perché astenersi da certi stereotipi muscolari dei tempi che furono oggi non è più l’eccezione che conferma la regola, bensì uno strumento espressivo dell’anima territoriale (una volta ad articolo questa parola me la posso concedere) che il vino incarna. Perché Chianti è profondità ed eleganza, ed è tutt’altro che innaturale che lo proclami a gran voce anche un vitigno “foresto”.

Niente male come ripasso in effetti. Con la speranza di aver molte altre occasioni per studiare…

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