Il regno del cabernet franc è in Maremma, un paio di poggi e vigne in mezzo ai boschi sotto un crinale dove se ne sta appollaiato un gioiellino longobardo, lo capisci anche dal nome, Roccatederighi, paesino di anime poche ma vivaci, ricco di ristorantini deliziosi e di tante attività.

Là sotto, e siamo alti 5-600 metri sul mare, in perfetta simbiosi o forse addirittura osmosi con tutti gli elementi dell’ambiente perché l’uva convive con le piante del bosco e si incrociano venti freschi e brezze marine (in lontananza si vede il Giglio), a inizio millennio tre giovani imprenditori bolzanini – fa la differenza sapere che una di loro si chiama Elisabetta Foradori, immagino – videro il luogo perfetto per un’idea di vino eccellente. Che affidarono a un ragazzino poco più che ventenne, un trentino fresco fresco di laurea enologica.

Sembra una favola. Corroborata perfino dal nome di quell’avventura, aulico e di sapore classico: Ampeleia, come dire “il mondo della vite” perché “ampelos” dal greco si traduce appunto “vite”. E’ comunque una storia ricca di fascino, e naturalmente di risultati, perché fare il vino non è soltanto un bel giochino romantico ma è impresa, e impresa agricola: e quindi sapienza, sudore, braccia da coordinare e da pagare, occhi attenti al cielo e sistema cuore-mente tante volte in palpitazione specie in questi tempi di climi mutati e mutevoli, anche se la biodinamica ben applicata insegna come attrezzarsi. Ma questo è un momento successivo, ci arriviamo.

Dunque, i tre giovani bolzanini: Elisabetta Foradori, Thomas Widmann e Giovanni Podini. Il sogno di un paradiso vinicolo si chiama Meleta, ci sono già vigne, c’è già anche il cabernet franc, ci sono boschi e ulivi. Loro s’innamorano, nasce il progetto Ampeleia: oggi lo conduce la famiglia Podini, con Giovanni – di professione immobiliarista a Bolzano – al timone e Elisabetta Foradori ancora nel cda (Wiedmann nel frattempo è uscito), oggi vale 35 ettari coltivati a vite sui 120 totali della tenuta con 800 ulivi, seminativo, orto, animali tra cui cinque mucche non destinate al macello ma lasciate libere di circolare e pascolare per l’azienda, anche questo è biodinamica.

Le etichette di vino sono 7 tra bianco, rosato e rossi in tre formati (da 0,75, un litro e magnum), presto diventeranno 9 con il battesimo di due cru, totale 200mila bottiglie che vanno per il 75% all’estero, tanto (40%) negli Usa, poi Canada, Europa, in particolare il nord e il Portogallo.

A mettere insieme tutto, la testa e le mani di Marco Tait, è lui il ragazzo trentino ingaggiato appena dopo la laurea, vigneron a 360 gradi, dal campo – qui lo affianca l’agronomo Adriano Zago – alla cantina.

E’ lui che prende per mano il progetto, crede nel cabernet franc ma anche poi nell’alicante nero, vitigno, spiega, “decisamente di territorio perché lo portarono qui gli spagnoli già nel 1500”. A Meleta, racconta durante una interessante camminata per i campi, “in una azienda già policolturale c’erano già 7 ettari di cui 2 di cabernet franc, ho capito che era il posto ideale per un vitigno da vini eleganti, me ne sono innamorato”, ora gli ettari a franc sono 8, poi ce ne sono 11 ad alicante nero, 4 e mezzo per le uve bianche (trebbiano, Malvasia e Ansonica), il resto è diviso tra mourvèdre, alicante bouschet, carignano, sangiovese che entrano nell’icona pop di Ampeleia, “Unlitro”, incarnazione della filosofia democratica e conviviale dell’azienda, e il merlot che diventa “Empatia”, monovitigno in magnum.

E non ti stancheresti di stare ad ascoltare Marco Tait e Adriano Zago mentre parlano di piante “di 20-25 anni che sono già interessanti, ma si potrebbe arrivare a 50-100, un vero capitale e memoria per l’azienda”. Già, perché di questo parla la biodinamica a cui Marco Tait ha convertito l’azienda dopo tre anni di biologico già dal 2012 (del 2014 è la certificazione Demeter), “non di nonni, di egizi o di Maga Magò ma di tanta scienza”, e insegna alle piante a reagire agli stress, al clima dalla parete foliare al legno al portamento.

Ecco allora il senso delle vigne piccole tra i boschi, ecco il senso dell’individualità delle piante, “esseri viventi ognuno con la propria libertà di espressione in equilibrio e in connessione con il resto”. Ecco che cosa sostenere, “la biodiversità generale e le tecniche di supporto alla vita liberale delle piante“, ecco cosa fa male, “i diserbanti, gli insetticidi, i ritmi non in accordo con il tempo, la mancanza di osservazione”.

E’ tempo di degustazione. E arriveranno i due nuovi cru, in anteprima, 16 File e 30 File da due vigne situate in posizioni differenti, naturalmente due cabernet franc che vanno ad affiancarsi agli altri due, entrambi in purezza: “Ampeleia”, l’orgoglio dell’azienda e l’anima del territorio, vino ematico, balsamico e fresco, e il “Cabernet Franc”, seconda espressione della varietà. A completare la gamma, come già accennato, l’autoctono “Alicante Nero”; il “Bianco di Ampeleia” di trebbiano, malvasia e ansonica; il “Rosato di Ampeleia” da carignano e alicante nero; “Empatia”, il merlot solo in magnum, in quantità limitata. Tutti in vasca di cemento, tutti da fermentazione spontanea.

A degustare si va nella bella sala di Ampeleia Vini e Cucina, novità dal 2024, il nuovo agri-ristoro dove provare ottimi piatti della tradizione maremmana. E’ l’incoming secondo l’azienda, cinque diverse esperienze mirate per soddisfare le diverse esigenze di chi desidera immergersi in questa realtà, con una scelta di degustazioni e visite in vigna che spaziano dal conviviale alla profonda esplorazione.

E la cucina nelle mani delle cuoche Ilaria Patacconi e Tiziana Ferrari, con la pasta di produzione propria lavorata dal Pastificio Fabbri, poi olio e miele dai campi dell’azienda, verdure dall’orto di Ampeleia e dalle botteghe di Roccatederighi, e formaggi e carni provenienti da produttori amici di zona, scelti con attenzione.

Tredici i vini in degustazione, a partire da campioni di vasca vendemmiati nel 2024: sono sette cabernet franc rivelano già potenzialità notevoli con differenze anche spiccate tra le varie parcelle e le varie vigne tra sentori più o meno erbacei, acidità più o meno pronunciate, gamma variegata di frutti di bosco ed effetti di piacevolezza al sorso con diversi livelli di ampiezza e profondità.

Poi gli imbottigliati, compresi i due nuovi cru.
- cabernet franc “16 File” 2020. Spiccati sensi di frutti rossi, una punta di pepe rosa, sorso sapido, sottile e verticale, tannino vivace (in vasca va un 10% di grappolo intero)
- cabernet franc “30 File” 2020. Colore scuro, effetto cipria con note di frutti, pepe nero abbastanza deciso, sorso molto fresco e morbido, più ampio che lungo
- cabernet franc “Ampeleia” 2020. Netto naso di frutti di bosco e di ginestra, sorso dritto e balsamico con sentori erbacei di ritorno, più tensione e acidità e anche tannino più pronunciato.

- cabernet franc “Ampeleia” 2016. Torna l’effetto talco ma levigato da una grande freschezza in un ampio bouquet di frutti rossi e neri con punte agrumate, in bocca morbidissimo, levigato, lungo e profondo.
- cabernet franc “Ampeleia” 2021. Frutto rosso esuberante, quasi esplosivo, sorso morbido e lungo, al retrogusto torna l’erbaceo.
- cabernet franc “Cabernet Franc” 2023. Frutto vivo appena colto, netto sentore agrumato, erbaceo e di macchia mediterranea (mirto, elicriso), vivace e dritto al sorso, deve maturare.








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