C’è qualcosa di stonato, quasi surreale, nell’idea dei rider che consegnano la merenda davanti ai cancelli delle scuole. Non è solo una questione di sicurezza, pur importante, considerando quello che potrebb eentrare: è proprio il contrasto tra due mondi. Da una parte la logica dell’immediato, del “clic e arriva”, dall’altra un tempo lento, domestico, fatto di gesti piccoli e memoria condivisa. La merenda, una volta, non era solo cibo: era racconto, era casa che entrava nello zaino.

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Era un rito semplice. Nessuna app, nessuna scelta infinita. Quello che c’era, si portava. E spesso, proprio per questo, aveva un sapore speciale.Viene in mente il racconto di Fabio Picchi, anima del Cibreo, che ricordava la sua merenda da bambino: un panino con la salsiccia cruda. Un’immagine che oggi farebbe sgranare gli occhi a molti genitori, ma che allora era naturale, quotidiana. E ancora più bella è l’aggiunta materna: “Mettila sul termosifone, così si scalda un po’”. Un consiglio che sa di cucina improvvisata, di affetto pratico, di ingegno domestico. Non c’era la pretesa della perfezione, ma il calore della cura.

Le merende a scuola erano una geografia d’Italia, racchiusa in cartelle e cartocci. C’era il pane e marmellata, spesso fatta in casa, con pezzi di frutta irregolari e zucchero un po’ cristallizzato. C’era il pane e cioccolato, con la tavoletta spezzata a mano, magari troppo spessa o troppo sottile. C’era il panino con la mortadella, che lasciava le dita unte e felici, o quello con il prosciutto, più “serio”, quasi da grandi.

E poi le merende pomeridiane casalinghe più rustiche: pane e olio, con un filo d’oro verde che profumava di campagna; pane pane, burro e zucchero , con quella morbidezza che si scioglieva piano. In alcune case, soprattutto nelle campagne o nei contesti più popolari, compariva anche il pane, vino e zucchero: oggi impensabile, quasi scandaloso, ma allora considerato nutriente, corroborante, parte di una cultura contadina dove nulla si sprecava e tutto aveva una logica.

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La merenda non era standardizzata. Era identitaria. Bastava aprire la cartella per capire da dove venivi, che stagione era, che lavoro facevano i tuoi genitori. E c’era anche lo scambio: “Ti do un morso del mio, tu dammi un po’ del tuo”. Un piccolo mercato affettivo, senza prezzo, dove si imparava a condividere.

Il pane rimaneva sempre protagonista: appena tagliato, magari ancora caldo, la Nutella (quando arrivò nel dopoguerra) spalmata generosa, o prima ancora le creme fatte in casa. altrimenti, in inverno, Il latte e biscotti, con i biscotti che si rompevano dentro e diventavano una poltiglia dolcissima con magari un po’ di orzo. La frutta, sì, ma spesso accompagnata da qualcosa che la rendesse più “festa”.

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C’erano anche le merende “proibite” di oggi: non solo pane, vino e zucchero, ma anche pane e lardo, o pane strofinato con aglio e pomodoro. Sapori forti, decisi, lontani dall’idea contemporanea di snack controllato, bilanciato, confezionato.

E forse è proprio questo il punto: la merenda di una volta non cercava di essere perfetta. Era vera. Era legata a ciò che c’era, a ciò che si poteva fare, a ciò che si tramandava. Non aveva bisogno di essere consegnata da qualcuno: arrivava già con te, preparata da mani conosciute.Oggi possiamo scegliere tutto, in ogni momento. Ma in quella libertà c’è anche una perdita. La merenda non è più un’attesa, non è più una sorpresa, non è più un racconto. È diventata un servizio.

Eppure, basta poco per ritrovare quella poesia: un pezzo di pane, qualcosa da spalmarci sopra, e il tempo di mangiarlo senza fretta. Magari ricordandosi, con un sorriso, che qualcuno un tempo scaldava la salsiccia sul termosifone.

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Un commento

  1. C’è una cosa che questo racconto sfiora e che mi riguarda profondamente.
    La merenda era riconoscimento, conteneva la firma invisibile di chi, preparandola, ha pensato a me. Non importava cosa fosse. Importava da dove arrivava.
    Oggi possiamo avere tutto, subito e perfetto, ma abbiamo perso l’imperfezione che parlava. Il pane che si sbriciolava , la mortadella che ungeva le dita, erano una forma di linguaggio attraverso il cibo, senza parole.
    La merenda consegnata da un rider è efficiente, ma è muta.
    E il cibo, quando smette di raccontare smette anche, poco a poco, di nutrire davvero.