Annalisa Zorzettig è una bella signora bionda con gli occhi grigi e la voce dalla calata tipica delle donne friulane, una lieve cantilena di violino non così sfacciata come quella veneziana o padovana, ma piena della consapevolezza di nascere in una terra al tempo stesso forte e gentile.

E non ti stanchi a sentirla parlare e a scoprire dietro questa sorta di filastrocca tutta la tenacia di gente che si è sempre fatta da sé, del resto gli esempi la storia li ha ben riproposti sempre nei momenti in apparenza peggiori: dopo il tremendo terremoto del 1976, i friulani non si piansero addosso ma si rimboccarono le maniche e poco appresso paesi e città erano ricostruiti; dopo la tempesta Vaia del 2018, mentre sui monti tra il Veneto e l’Alto Adige il cimitero dei tronchi spezzati restò lì a lungo a mostrare la terribile ferita, i friulani – indubbiamente meno colpiti, a onor del vero – in quattro e quattr’otto avevano già ripulito e ripristinato.

E’ un piacere incontrarla, Annalisa, a quasi quattrocento chilometri dalla valle e dalle colline a due passi dal confine sloveno, a parlare di quei suoi vini che il mondo certo conosce, perché dell’enologia friulana ormai c’è ben poco da imparare di nuovo, ma che pure nel sereno spazio delle tre ore di un pranzo, accompagnati dalla sua voce e magari anche da qualche buon piatto stavolta però toscano, si raccontano con nitida chiarezza di espressione. Succede all’Osteria Tre Panche, sul roof dell’Hotel Hermitage, bella terrazza sui tetti del centro di Firenze con il Ponte Vecchio da un lato e la Torre di Arnolfo e la Cupola dall’altra.

Qualche dato, per conoscere l’azienda di Annalisa, Zorzettig, fondata nel 1874 e dunque ben radicata nella magica conca e sui bei colli intorno a Spessa di Cividale. Oggi da 120 ettari a vite mette sul mercato 800mila bottiglie in 23 etichette di due linee principali (più qualcosa per il consumo locale): l’Annalisa Zorzettig, il grosso del prodotto, 6 bianchi, 4 rossi, 1 rosato, 1 dolce, 1 spumante; e la serie delle riserve Myò, “solo” 35mila bottiglie, 6 bianchi, 3 rossi e 1 dolce, uno spettacolare Picolit.

Si commuove, Annalisa, quando dice “se mi guardo alle specchio, ringrazio chi mi ha lasciato tutto questo, in particolare mi padre”, lui era Giuseppe, è mancato poco più di quattro anni fa. Ma subito si ricorda delle sue radici e torna sui tratti dominanti, “follia, tenacia, voglia di rivalsa nel lavoro, operosità e cultura della vite”, per dare un volto a chi lavora con lei a comporre il mosaico delle sue creature e del suo modo di fare vino, tanto da riuscire a diventare un esempio, una sorta di paradigma “del portare avanti l’ecosistema nel fare progetti sempre con voglia di buon senso e di semplicità”.
E così nasce il racconto di questi vini, nell’incontro fiorentino Annalisa propone tre bianchi, due rossi e il Picolit della linea Myò, “quella delle riserve – spiega – mentre l’altra, la classica, la chiamiamo “I Tenaci” per rammentare sempre la tenacia dei friulani”. Myò è invece un nome che ha storie sfaccettate e varie possibili origini, quella ufficiale viene da una ricerca affidata a un amico, il grande fotografo gastronomico tedesco Markus Bassler, che nel Museo Archeologico di Cividale trovò in un libriccino del 1380 in lingua friulana una poesia che avrebbe dato vita alla “villotta” friulana: una ballata amorosa in cui la parola “myò” era frequente. Poi si è scoperto che nel buddismo giapponese “myò” significa miracoloso, incredibile, mirabile, e che per un dialetto brasiliano “myò” è letteralmente “il migliore”. E l’etichetta, un calice rovesciato con dentro un animaletto, uno per ogni vino, sta a significare la voglia di proteggere la natura.

Si comincia con la Ribolla gialla, vino modernissimo per acidità e freschezza, note floreali di camomilla e fiori d’acacia intervallate da sensazioni agrumate, e bell’equilibrio acido-sapido. Tra fiori di zucca fritti e prosciutto San Daniele (e quale, sennò?) e mozzarella di bufala un doppio assaggio, il Friulano 2023 e il Fiori di Leonie 2022. Il primo, un classico ricco in identità, giovane (non è ancora in commercio) dal sentore di mandorla tostata, pera matura, liquirizia e anche qui note agrumate. Il secondo è un uvaggio di friulano, sauvignon, pinot bianco, aromatico di eleganza lieve, note di fiori e mela acerba con finale balsamico. E costa ad Annalisa un altro attimo di commozione, quando spiega il nome: Leoni è la sua nipotina, “la speranza del futuro”, e raccoglieva i fiori con Giuseppe che la portava in giro sul fuoristrada.

Si cambia tipo di piatti, si cambiano vini. Ecco le tagliatelle al cinghiale, ecco il Refosco dal Peduncolo Rosso, vino “dal passato aggressivo e selvatico”, roba da contadini e osterie, poi rivalutato con il suo bel frutto tra amarena e ribes, e note di tabacco, e tannini levigati e morbidi.

Sulla tagliata di manzo al tartufo si assaggia lo Schioppettino, intenso e speziato di pepe nero ma con richiami decisi di fragole mature e more. E infine, tra formaggi e cantucci, ecco il Picolit con il suo esplosivo bouquet di albicocche e miele, marzapane e frutta tropicale, e magari con un grado di temperatura in più si sarebbe gustato forse anche meglio.
Il Friuli che è rimasto friulano, quello di Annalisa Zorzettig. E i vini ce l’hanno nel cuore.








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