Il mio ritorno a un anno distanza a “Timorassoland”, nuovamente per Derthona Due.Zero, anteprima della nuova annata di questo bianco divenuto iconico(un termine che qui si può spendere una tantum a cuor leggero) in pochissimo tempo ,non poteva essere caratterizzato dalle suggestioni della mia prima volta. Peraltro, mi ha fornito dovizia di spunti di riflessione, conferme ma non solo.

In primis, un plauso alla (purtroppo altrove) inconsueta capacità di questo comprensorio di agire e proporsi come un tutto unico. Ha brillato lo spirito collaborativo dei produttori: piccoli e più strutturati, blasonati o meno, contadini “autoctoni” divenuti vignaioli al 100% inseguendo un sogno, e investitori provenienti da fuori che hanno vaticinato l’opportunità di ripetere in bianco la propria esperienza di produzione di eccellenze. Tutti sono stati capaci di collaborare, nelle loro possibilità e nelle loro esperienze alla riuscita della manifestazione, con uno spirito “corporativo” che nonostante spesso si proclami la necessità di “fare sistema” vorremmo vedere più di sovente.

Si conferma una sincera ospitalità, a fronte di un’organizzazione dell’evento calibrata negli spostamenti senza imporre un sovraccarico di attività, ma concentrando più spunti possibili, con i momenti conviviali cruciali nel dimostrare la versatilità gastronomica del vitigno, per chi ancora ne dubitasse. Mentre un sole finalmente primaverile ha disegnato i profili ordinati di colline ben curate, ove le vigne spiccano come i gioielli della corona di un territorio che si è emendato dalla miseria che fu.

Ma anche se tutto ciò costringeva a ricordarsi che nonostante tutto eravamo al lavoro, non ha impedito di concentrarsi sulle qualità di vini che mostrano un ventaglio di sfumature, da godere ma anche da contestualizzare ed approfondire, perché il Timorasso è alla vigilia di una rivoluzione epocale, che dovrebbe trasformarlo in qualcosa di più, ma certo lo renderà diverso. I tre scaglioni tipologici qualitativi previsti dalla riforma della DOC rischiano infatti di creare una gerarchia qualitativa potenzialmente resa confusa dalle “opportunità” interpretative di una varietà che ne offre a bizzeffe.

Il futuro “Piccolo Derthona” si porrà (si pone) come l’espressione di un profilo varietale: buon corpo, spiccata acidità in virtuosa interazione con un carattere salino che non stenta a rivelarsi, corredo aromatico dove fragranti sentori erbacei si intersecano con la frutta gialla nei millesimi più caldi, e un’imprescindibile riconoscimento “minerale”. Termine vituperato ma ormai inevitabile, su cui avremo modo di tornare. Vini che comunque già denunciano un buon potenziale di evoluzione, ma pensati per una beva poco impegnativa e soprattutto in tempi ristretti.

Niente male, poiché le aziende posso permettersi di giocare con selezioni vendemmiali e di vigna, delineandole con tecniche di vinificazione in piena sperimentazione: ad esempio alla tenuta Sassaia (nome impegnativo) di De Alessandrini abbiamo incontrato dei Timorasso trattati alla borgognona maniera, fermentati e affinati in legno con batonnage non timido, ove l’apparente esuberante presenza del rovere ad un ascolto attento era quanto mai ben integrata, e lasciava presagire un’interessante evoluzione. Un esempio tra i tanti possibili, tra vendemmie ritardate, affinamenti sulle fecce nobili in acciaio per tutta o parte della massa, selezioni parcellari, e imminenti sottozone che spuntano all’orizzonte.

Tutto benissimo, a fronte di un livello medio della proposta rassicurante, detto senza piaggeria, nei limiti della leggibilità di vini per lo più ancora in divenire. Ma qui iniziano i problemi di collocazione: le giustamente ambiziose “selezioni” hanno un orizzonte temporale esteso, in analogia a ciò che ci si aspetta dalle future riserve. Inevitabilmente le due proposte andranno ad occupare nicchie di mercato e di prezzo, pericolosamente vicine.

E in quanto alle sottozone, come suole ogni qualvolta vengono introdotte, si auspica esibiscano un’identità organolettica effettivamente caratterizzante, che giustifichi una dicitura aggiuntiva comunque confondente per il consumatore, anche quello più scafato. Al quale fondamentalmente del nome aggiuntivo tizio e caio non frega assolutamente niente, a meno che non ritrovi qualcosa di più nel bicchiere, che peraltro ha tutto il diritto di pretendere. Con il rischio latente che la vera o presunta superiore qualità delle sottozone, che non può non essere territoriale, svaluti tutte quelle etichette più anonime, ma magari buonissime, e meritevoli di un prezzo che riconosca lo sforzo profuso nel crearle.

Con tutto ciò il potenziale rimane deliziosamente stimolante. Ma questo vino che sta diventando grande deve decidere cosa vuole fare nella vita. Se si gioca giustamente la carta dell’evoluzione con un vitigno che può attingerla, per un mercato che faticosamente sta guadagnando la competenza per godersela, ed è disposto a pagarla, non è peregrino chiedersi dove andrà a parare, organoletticamente. E se pare destinato, quasi per diritto e dovere di nascita a un’evoluzione “minerale” e idrocarburica (Mosella, Chablis, e pure Matelica, eccoci!), da quando quella vocazione diventerà un pregio, e non una banalizzazione? Dopo quanti anni un panorama aromatico associato quasi per automatismo ai grandi bianchi del mondo sarà giustificato? In che misura abdicare al frutto non sarà considerato un depauperamento dell’espressione del terroir? Le vallate che compongono l’areale della denominazione, che solo adesso iniziano a sciorinare le rispettive differenze, come influiranno su questo processo? E le selezioni? E gli affinamenti più lunghi delle riserve? Eccetera eccetera.

E’ un futuro solo apparentemente nebuloso, poiché è punteggiato dalle luci fulgide degli ottimi vini che già adesso si possono bere, a prezzi almeno per adesso ancora convenienti. Al di là di alcuni nomi che hanno già giustamente guadagnato un blasone, l’appassionato può giocare una caccia al tesoro tra etichette sconosciute e originali. Personalmente in ordine sparso suggerisco, oltre a Claudio Mariotto (e non una novità), Cantine Volpi, Vigneti Repetto, Vigneti Letizia con l’ottimo Stappasogni, Bruno Maurizio, Francesco Iandolo, Giacomo Boveri, ma anche molti altri meriterebbero la citazione. A proposito: bassi livelli di solfiti? fermentazioni spontanee? conduzione agronomica e vinificazione poco interventiste? Non mancano nemmeno quelle, e con meno danni di quanto questi concetti condivisibili hanno fatto altrove.

In un giorno ancora più assolato, ho lasciato Timorassoland a malincuore, ma senza essere deluso. Con la certezza che ciò che si intravede, sono i prodromi di un futuro tutto da scrivere, che non farà prigionieri, ma avrà anche numerosi vincitori.

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