Mi ricordo che quando iniziai la mia carriera di gastronomo, il surimi rappresentava il granchio dei poveri: polpa di merluzzo pressata ed aromatizzata con aroma del crostaceo, filacciosa, quasi insapore. Ho sempre mangiato tutto e disposto ad assaggiare ogni cosa, ma ricordo ancora con un certo effetto i bastoncini tagliati a rombi, far parte di insalate assortite di pesce e non solo , poste in bella evidenza sui banchi della gastronomia, quale prodotto innovativo, che faceva tendenza

.Da lì a passare in padella quale ingrediente fondamentale di penne e spaghetti ai frutti di mare il passo è stato breve. Riappare ancora in qualche pizzeria, magari come ripieno di ravioli o condito con maionese e peperoncino. Esiste qualcosa di più terribile?
A parte l’aspetto organolettico, che già basterebbe ad eliminarne il consumo, qui mi chiedo anche l’aspetto etico della lavorazione. Ha senso uccidere merluzzi per ottenerne una polpa che va congelata, tritata, e quindi lavorata molto, poi aromatizzata e addizionata di polifosfati, quella sostanza per la quale si è gridato allo scandalo, negli anni Settanta, per la loro presenza nei formaggi fusi e nei salumi in genere, e che oggi ritroviamo quasi in silenzio nel surimi. Il consumo è aumentato da quando fa parte del sushi presente negli all you can eat, ma credo sia giunto il momento di capire che se ne può fare a meno, non aggiunge niente alla nostra cultura alimentare.








Un commento
Haha, il mitico surimi “al gusto di granchio”.. quando ero più povero in canna lo compravo ogni tanto; dopotutto, a parte gli aromi che immagino essere glutammato e artificiali in genere, era pur sempre pesce e non lo trovavo così cattivo per condire la pasta.. ora preferisco prendere del pesce fresco e prepararmelo da me.