Quanto è triste vedere le scatole dove si allineano i piccoli vol au vent, di produzione industriale, preparati con margarina non indimenticabile e farine improbabili: solo a guardarli il gusto si acquieta, la fame termina al semplice contatto con la vista. Ancora peggio se sono addirittura farciti con una spuma fredda: può essere di tonno, di prosciutto, di fegato o anche di verdura, l’idea dell’impasto obbrobrioso che si formerà in bocca, con la materia grassa trasformata in colla per i denti acquieterà ogni anelito di speranza. La domanda che uno si pone è: perché? Uno dei capisaldi della cucina francese ridotto ad essere un comprimario dei buffet, razziato dai campioni della tartina in men che non si dica. Ma la genesi non era stata questa: innanzitutto la versione grande è sempre stata quella di maggior successo, più bella e importante a vedersi, anche se a livello del gusto, il problema della temperatura si poneva sempre. Di fatto , il vol au vent è un contenitore che spesso non si amalgama con il contenuto. Ci sono dei casi dove questo avviene: prendiamo una salsa Mornay con aggiunta di tartufo nero, o una vellutata di carciofi, con gli stessi inseriti a pezzetti, o i funghi, lavorati a crema. Altrimenti, purtroppo, il commensale tenderà a scansare la pasta sfoglia, rendendo inutile il lavoro del cuoco. Provate a pensare la versione gigante con dentro un risotto, degli gnocchi, o la pasta, potrebbe avere un senso? Solo nel soddisfare l’idea di una versione barocca del cibo, che arricchisca il piacere degli occhi. Altrimenti , possono esistere nuove strade del loro utilizzo?

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