Nelle querelle che vede contrapposti, quasi a livello ideologico, i consumatori di vini naturali o vini veri, che dir si voglia, e il Resto del Mondo, tra le molte questioni aperte c’è quella del prezzo:molto spesso i prezzi delle piccole produzioni , quasi sempre biodinamiche, sono molto più alti e tutto questo non viene giustificato da motivi di costo sostenuto in cantina. I distinguo sono evidentemente necessari, ma sembra quasi che il vino naturale debba essere pagato più dell’altro. Giovedì scorso, università di Firenze, corso di marketing e management su imprese vitivinicole: degustazione di varie tipologie del vino: Arrivati al bianco della Venezia Giulia, fatto secondo i canoni della macerazione delle bucce nel mosto, sguardi perplessi degli studenti, anche comparandolo al prezzo(in enoteca 27 euro). Sono indubbiamente un laico della degustazione, non parto mai prevenuto, e questo mi porta alle contumelie da parte di alcuni colleghi che preferiscono maggior “schieramento”. Non ho mai disprezzato le barrique, ne’ ho detto buttare al macero le botti grandi, amo il lambrusco come anche l’aglianico, insomma, le papille gustative sono sempre pronte ad esprimere giudizi su ogni vino. Però, rifletto, vale la pena spendere così tanto per certi vini? Bevo da sempre Radikon, Gravner e compagnia cantante, li apprezzo ma certo non si può dire che rappresentino i caratteri del territorio, ma questo non mi interessa in particolare se i vini sono buoni; però di territorialità spinta parla spesso chi ama i vini naturali…ok, qui non c’è la solforosa, naturale dipenderà da quello ma insomma..stappare una bottiglia a tavola con amici non appassionati può essere rischioso?

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