C’era da immaginare che sarei stato conquistato dalla Valtellina.
Non tanto, e non solo, per il volo in elicottero sopra i vigneti terrazzati, che non capitombolano giù per pendenze vertiginose giusto perché i terrazzamenti sono mantenuti in posizione da 2.000 e rotti chilometri di muretti a secco. È patrimonio immateriale dell’Umanità secondo l’Unesco, qualcuno la definisce la loro “arte”, costruiti con pietre portate in loco una ad una, su e giù per scalette sospese nel vuoto che somigliano più a vie ferrate che a capezzagne in pendenza. Terrazzi abbarbicati sulla nuda roccia, da aver bisogno pure di un po’ di terra dal fondovalle, un secchio alla volta, per riempirli: almeno le vigne in quota i lanzichenecchi in gita nel Bel Paese mica le razziavano, perché da svizzeri, quindi intelligenti ed avveduti, quella sfacchinata mica avevano tanto voglia di farla.

E invece la valle, di questi vignaioli scarpinatori enarrampicatori ne ha sempre trovati. Parecchi sono anziani e iniziano ad avere qualche acciacco, ma son sempre in sella. E quando ti ritrovi davanti qualcuno che ha fatto 70 vendemmie ed è ancora lì che ti racconta il suo vino, ti viene il dubbio di aver sbagliato tutto, ma un po’ rincuora. E vivaddio qualche giovane si è fatto contagiare dalla passionaccia. Speriamo che basti, perché il numero di ore di lavoro richiesto in media da vigne di queste pendenza, così parcellizzate, con i muretti da mantenere, dove si fa TUTTO A MANO, e dove pure l’uso di un motocoltivatore è fantascienza di quella hard boiled, fa tremare i polsi. E anche chi è immigrato in cerca di lavoro, potendo si rivolge all’industria del turismo, o magari alla fabbrica, che non si sta in mezzo alla natura, ma si fatica anche parecchio di meno.
Il pensiero di tutto ciò aumentava la fascinazione di quei fazzolettini di vigna sfiorati dall’elicottero, alcuni così minuti che fossero stati in piano sarebbero stati promossi a orti di guerra in uso ai pensionati. Non è caso che un amico e collega con cui ho condiviso il volo abbia avuto lo stesso pensiero del sottoscritto: “Ma chi c… gliel’ha fatto fare?”. Coincidenza surreale, divertente, ma significativa.
E siccome i magnati che fanno vino per sport sono sempre una minoranza, la giustificazione della sopportazione di questa viticoltura estrema sta ovviamente nella legittima aspirazione alla remunerazione. Con una proprietà fondiaria necessariamente così parcellizzata, anche la dimensione media delle aziende si rimpicciolisce di conseguenza. E stanti anche le condizioni di lavoro così gravose, con relativi costi non ammortizzabili con economie di scala (un produttore usa l’elicottero per vendemmiare, ma chiaramente è un unicum), l’unica maniera di mettere insieme il pranzo con la cena è vendere ad un prezzo premium associato a una qualità percepita come elevata da quella fascia di consumatori che premiano vini identitari. Il che qui non significa, o almeno non solo, l’espressione varietale di una chiavennasca che trova nuances diverse dai nebbioli piemontesi, bensì anche una caratterizzazione territoriale, dove il famigerato termine trova una tantum il contesto per rivendicare un significato sostanziale.

Era la mia prima volta di un assaggio sistematico di un numero sufficientemente rappresentativo di Valtellina nelle varie tipologie. E non mi vergogno a dire che sono rimasto favorevolmente impressionato, detto senza piaggeria.
Intanto: le strutture sono spesso non timide, perché altitudine, conseguente escursione termica, acidità varietale del nebbiolo/chiavennasca consentono raccolte relativamente tardive una volta raggiunta la piena maturità fenolica, con conseguenti estrazioni anche importanti. Eppure, il palato, mutatis mutandis, esprime in genere equilibrio, compiutezza, eleganza, con conseguente facilità di beva. Per tacere, da questo punto di vista, della denominazione di ricaduta Rosso di Valtellina DOC, i cui pochi esemplari presenti in assaggio, tra freschezza, succosità e nettezza di frutto, risultavano quanto mai gradevoli, ossia deliziosi, proponendosi anche per un consumo estivo. E all’opposto, gli Sfursat da uve appassite non sfigurano al confronto degli Amarone più celebrati, ribadendo l’assunto che il grande vino da appassimento è tale non perché è grosso, ma perché è fine: ipse (io) dixit.
In seconda battuta, l’imprescindibile parcellizzazione delle vigne, e la susseguente cura certosina nel distillare ed esaltare differenze organolettiche, rende le sottozone della DOCG non un puro esercizio burocratico. Al punto che senza volermi proclamare un esperto, ritengo che potrei azzardare ragionevoli ipotesi per indovinare appunto la sottozona di provenienza di un campione alla cieca. Perché è vero che la maturità di un Sassella si distingue dalla sapidità di un Grumello, dalla pienezza di un Inferno, dal carattere falso magro (detto con affetto!) di un Valgella. Risalendo la valle l’influsso climatico della massa d’acqua del lago di Como, e delle brezze che possono provenirne, si attenua, cambiano suoli ed esposizioni. E pochi vitigni sanno interpretare ed esporre nitidamente queste virtuose differenze come il nebbiolo, pardon la chiavennasca, e senza bisogno di magie in vinificazione, che infatti spesso è la più semplice possibile.ù

Detto del molto che c’è di buono, anche il comprensorio della Valtellina affronta la congiuntura di crisi, del vino e non solo, e si interroga su come farvi fronte. C’è un comune intento di unire la forze, e l’ancor giovane evento Viva Valtellina, per il pubblico professionale e non, ne è un primo concreto e virtuoso esempio. Ne scaturisce una crescita di consapevolezza del proprio valore che verosimilmente moltiplicherà le iniziative. Le sinergie con il turismo valligiano sono tutte da esplorare, e nel medio periodo niente manca alla Valtellina per diventare una primaria wine destination. Anche la ristorazione è di qualità, e pertanto non si capisce perché nell’evento popolare che ha suggellato la chiusura della manifestazione, sia stato chiamato un catering, per altro ottimo, che si è prodotto, tra gli altri, in risotto alla milanese, melanzane alla parmigiana e pappa al pomodoro. Trattavasi di chef molto attivo sui social, che avrà certamente guadagnato un cospicuo numero di visualizzazioni e like e cuoricini al vino e alla valle. Ma in una celebrazione della valtellinità, senza dover necessariamente ricorrere a pizzoccheri davvero buoni, servitici a pranzo il giorno dopo e bresaola artigianale, era davvero impossibile proporre qualcosa di più local? Tanto più che, ferma restando la bontà delle pietanze, che, ripeto, non è in discussione, gli abbinamenti con i vini erano perfettibili.
A margine della degustazione, chiacchierando con i produttori, è emerso inoltre il tema di incipienti mutamenti di disciplinare. Che riguardano l’allargamento della possibilità di produrre Rosso di Valtellina DOC anche ai vigneti posti nelle fasce altimetriche adesso a ciò interdette, ovvero le più basse, con terreni un poco più profondi e pesanti rispetto al mezzo metro scarso di tanti terrazzamenti: le viti se ne fregano, perché ricercano pazientemente le fessurazioni nella roccia madre per allungarvisi a dissetarsi con l’acqua ivi drenata; e le più alte, dove una volta si pensava che il nebbiolo non riuscisse a maturare: ma il riscaldamento globale sta smantellando numerose certezze, e agronomicamente il comprensorio se ne può pure giovare, come ci è stato illustrato da accademici e produttori.
Ciò allo scopo di poter vendere più vini con la dicitura identitaria Valtellina in etichetta, e guadagnare in struttura magari anche con esperimenti di vendemmie tardive e/o appassimento. Che saranno certamente più che giustificati in siti specifici, ma coltivo qualche legittimo dubbio che il Rosso di Valtellina abbia bisogna di diventare più “grosso”. Valorizzarlo? Assolutamente sì: con due DOCG, Valtellina Superiore e Sfursat, a disposizione, il Rosso se lo sono sempre filato in pochi, e adesso iniziano a capire di aver sbagliato. Ma con questo, snaturarlo? Io sinceramente eviterei: la leggerezza non è necessariamente banalità, e certo non in ciò che ho degustato.

In questo comunque encomiabile sforzo di premiumizzazione, per non farsi mancare niente si discute anche di introdurre ULTERIORI sottozone. Non ho capito bene a chi sia venuta l’idea, poiché tutti i produttori con cui ne ho parlato non sono d’accordo, e se la prendono con la politica. Eppure mi consta che i disciplinari siano l’espressione dei desideri di chi li pratica producendo quel vino a denominazione, e non calati dall’alto da un onorevole. E mi pare strano non ci sia un’approvazione propedeutica da parte dell’assemblea dei soci del consorzio con maggioranza qualificata. Sinceramente non ho capito, probabilmente non ho avuto il tempo di approfondire.
L’incombente variazione normativa mi lascia perplesso. Più sopra, evidenziando le mie impressioni di degustazione, ho citato quattro sottozone. I pignoli, quelli bravi, avranno notato la mancanza di una quinta, Maroggia, introdotta successivamente alle altre, quella che il commissario d’esame di un corso sommelier usa perfidamente per prenderti in castagna, che tanto non te la ricordi mai. Già di Valtellina se ne beve e se ne trova in giro troppo)poco, di Maroggia tanto meno: anche in una degustazione con decine di produttori presenti, nella quale ho frequentato una bella percentuale dei banchi di assaggio, di Maroggia NON NE HO TROVATO MANCO UNO DA PROVARE.
Con questa esperienza di ulteriore sottozona introdotta un po’ surrettiziamente, dalla scarsa superficie vitata, siamo proprio sicuri che sia il caso di ripetersi sulla stessa falsariga?

Con un’estensione vitata dell’intero comprensorio intorno agli 800 ha, già adesso le sottozone sono relativamente piccole, le potenziali novità anche di più, con verosimilmente poche bottiglie che arriverebbero sugli scaffali, e scarsa rilevanza e capacità di penetrazione a livello commerciale. Per tacere della concorrenza interna nell’ambito di un mercato ancora da conquistare.
Ciò perché la caratterizzazione territoriale, se è in qualche modo imprescindibile per una terra come la Valtellina, interessa a una fascia ristretta e molto scelta di consumatori effettivamente alto-spendenti, ma disposti a riconoscere un premio solo a vini cosiddetti iconici, oppure che rappresentano qualcosa di più e di diverso rispetto al resto, che li rende irripetibili, e che solo in quel caso merita di essere orgogliosamente esibito in etichetta. Da consumatore, non da critico (o se volete da consumatore critico), vado ripetendo che tutto ciò che non è scritto in etichetta non rompe l’anima e non confonde. Una dicitura, una menzione di zona o vigna, trova la sua giustificazione se funge da indicatore di una specificità che è d’obbligo potersi ritrovare nel bicchiere. Se ciò non avviene non solo è inutile, ma pure dannosa, poiché svilisce l’immagine qualitativa che altre menzioni hanno faticosamente guadagnato. Aggiungo che le potenziali minuscole quantità implicherebbero un prezzo premium, e la frittata è presto fatta. Solo che potrebbe risultare indigesta.
Ritengo valga molto di più la pena di consolidare i presenti punta di forza, il cui valore intrinseco parla da solo a chi lo scopre, ma non è mediaticamente riconosciuto. La collocazione del Valtellina Superiore e dello Sfursat nel novero dei grandi vini italiani può, e deve, diventare un ovvietà, in Italia e all’estero. Risultato che si può rincorrere proficuamente muovendosi in molteplici direzioni, ad adesso non ancora sufficientemente perseguite. Ma certo il futuro non manca di spunti.
Quanto a me, non mi risulta difficile associare l’idea di Valtellina a Damasco. Indovina perché. A proposito: rapporto qualità/prezzo commovente.








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