Dopo un piacevole scambio di chiacchiere, al termine di una degustazione nel cuore di Roma da lei organizzata, ricevo dalla vulcanica Saula Giusto, romana vera ma con colori da vichinga, l’invito a partecipare ad un tour dedicato agli operatori del settore nel territorio di Grottaferrata, in occasione di “Vigne, oliveti e cantine aperte 2021”.

Potrà mai la nuova arrivata nell’Urbe farsi scappare l’ennesima occasione per approfondire ulteriormente il vigneto dei Castelli Romani, tanto più se condotta per mano da chi questo vigneto lo conosce a menadito? La risposta è dentro di te, diceva Quelo, e in questo caso è No.

Saula, esperta organizzatrice di eventi a tema vino e cibo col suo team di Roma Wine Experience, è al contempo trascinante e professionale, avrò modo di averne conferma nella giornata di sabato 19 giugno, durante la quale siamo stati da lei accompagnati a visitare tre cantine nel Comune di Grottaferrata.

La stasi forzata del primo lockdown qui è stata razionalmente sfruttata a futuro beneficio del territorio: infatti, grazie al lungimirante patrocinio del Sindaco e dell’Assessore alle Attività Produttive, è nata l’associazione “Vignaioli in Grottaferrata”, nella quale sei viticoltori hanno fatto squadra con i ristoratori e le strutture ricettive locali, con l’obiettivo di rilanciare il turismo enogastronomico. Le premesse per proporre una meta di qualità a due passi da Roma non mancano di certo.

VignaioliEra davvero tempo che le forze in campo facessero sistema (espressione e concetto abusatissimi, ma necessari) e la ricognizione a cui partecipo è parte di una due giorni che ha l’obiettivo di mostrare i risultati di questa saggia alleanza; del resto il potenziale di un luogo dove il vino lo si fa da almeno duemila anni, che ha condizioni pedoclimatiche ultra vocate, non è cosa che si possa disperdere per inerzia o interessi di corto respiro.

E finalmente non è più una mosca bianca chi vuole lasciarsi alle spalle il retaggio della produzione massiccia del secondo dopoguerra, che rispondeva ai bisogni di una metropoli in spasmodica espansione, assetata di ingenti quantità di vino sfuso dei Castelli per le sue osterie. Certo, era guadagno facile e garantito per tutti. Ma in questo modo i lineamenti nobili della storia sono finiti nel cono d’ombra; il nuovo corso mi pare proprio che voglia ridare la giusta luce a questo volto antico.

A questo proposito, giusto un accenno a quella cultura classica che nutre l’animo ma può sublimare anche i piaceri della tavola, aiutando il pellegrino del gusto a riconoscersi persona di una certa levatura spirituale: sono da visitare infatti l’Abbazia Greca di San Nilo, risalente all’anno Mille, e le Catacombe ad Decimum, così chiamate perché situate al decimo miglio dell’antica via Latina.

Tornando in argomento liquido, sono i terreni di origine vulcanica il principale atout da giocare per i vini di questo areale, epicentro di una successione di fenomeni cominciati oltre seicentomila anni fa, con l’eruzione del grande vulcano laziale e la formazione del primo substrato lavico.

Segue a ruota il clima mite e ventilato, grazie alla brezza marina che arriva su queste colline senza trovare ostacoli e che incontrando gli Appennini sullo sfondo produce il fenomeno dello ‘stoa’, una sorta di ascensore per le perturbazioni, rare perché sospinte in quota e allontanate dalle vigne.

L’aspetto davvero interessante è che i vigneti hanno suoli con composizioni diversificate, anche tra appezzamenti contigui, un mosaico di veri e propri cru che meritano tutta l’attenzione possibile; i viticoltori che si sono alleati nel nome del rilancio esprimono queste diversità anche attraverso lo stile personale che imprimono ai propri vini; ne viene fuori un intreccio virtuoso di complementarietà, che porta risalto e beneficio ad ogni singolo componente della squadra.

Si aggiunga poi che a Grottaferrata si concentra circa il 70% della ristorazione dei Castelli Romani e l’identikit del perfetto giro enogastronomico e culturale fuori porta è lì sulla carta, riconoscibile anche dai meno fisionomisti…

La nostra prima sosta è Castel De Paolis:

Castel De PaolisUna tenuta edificata un secolo fa su un sito che porta il nome di un castello medievale dove si batteva anche moneta; su una grande terrazza affacciata sui filari, con la vista che abbraccia Roma fino al mare, ci accoglie Fabrizio Santarelli. Fabrizio ci racconta il passato produttivo di queste terre, in mano alla sua famiglia dagli anni Sessanta, quando era consueto per molti proprietari conferire le uve alle cantine sociali; poi l’incontro a metà anni ’80 di suo padre Giulio col professor Attilio Scienza, che segna la svolta decisiva. Sotto la sua supervisione, viene impiantato un piccolo vigneto sperimentale, con varietà autoctone e internazionali, i cui risultati porteranno alla decisione di espiantare il preesistente e ripartire ex novo; sesti di impianto più fitti e da subito pratiche di potatura in fase avanzata per ridurre ulteriormente le rese, decisamente inferiori a quelle consentite dal disciplinare, vendemmie manuali.

Fabrizio ci porta nella moderna cantina refrigerata, costruita negli anni 90 (nel 1993 la prima vendemmia), i cui lavori hanno portato alla luce un’antica cisterna d’epoca romana scavata nel tufo; naturalmente fresca, bellissima, qui verranno trasferite le barrique di Allier per l’affinamento, ora in un locale attiguo. Vera rarità fuori dall’Alto Adige, si alleva anche il Moscato rosa, seguendo il suggerimento di Scienza, che ha riscontrato affinità pedoclimatiche tra queste zone e il Caucaso, la più probabile terra di origine del vitigno. Viene prodotta anche una Muffa Nobile da uve Semillon e Sauvignon blanc, quando l’annata lo consente.

Consapevolezza del valore del territorio e moderna attitudine imprenditoriale in questa azienda che nei suoi 15 ettari produce Frascati DOC e DOCG, oltre a blend di uve internazionali, frequentemente premiati, che guardano con attenzione anche al mercato estero, con la Cina come principale importatore. Assaggiamo i vini mentre Giulio Santarelli ci racconta divertito dello stupore iniziale degli anziani contadini, che si disperavano per il sacrificio dei grappoli in piena estate.

Campo Vecchio Lazio IGT Bianco 2020: solo acciaio per questo assemblaggio di Malvasia di Candia, Puntinata e Viognier, profumi agrumati e di erbe aromatiche, sapido e avvolgente.

Frascati Superiore DOCG 2020: domina la Malvasia puntinata, seguita dal Trebbiano con saldo di Bombino e Bellone. Frutta bianca matura, scorze di agrumi, scia minerale e sapida.

Donna Adriana Lazio IGT Bianco 2019: il bianco più importante, 80% Viognier e 20% Malvasia puntinata; gelsomino e anice, frutti gialli polposi, struttura.

Campo Vecchio Lazio IGT Rosso 2016: Syrah e Cesanese comune, rispettivamente in legno e in acciaio, frutti neri e note terziarie integrate.

Quattro Mori Lazio IGT Rosso 2014: quattro come Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. E’ il rosso di punta, affinato in barrique di secondo passaggio, complesso e stratificato, more, pepe bianco su sottofondo minerale.

Rosathea Lazio IGT Rosso 2016: infine il Moscato rosa, unica etichetta aziendale monovitigno; floreale, sapido e molto fresco, un vino dolce dal sorso davvero goloso.

Gabriele MagnoA poca distanza, arriviamo nelle vigne dell’Azienda Agricola Gabriele Magno, certificata biologica dal 2020. Il contesto cambia, cambiano le dimensioni, le intenzioni e le conseguenti scelte produttive e commerciali, in un insieme più raccolto e artigianale. Gabriele nella vita continua a fare un altro mestiere, il pilota, ma porta avanti il suo progetto di viticoltura con l’aiuto di Luigi Fragiotta, il suo alter ego commerciale. La spinta iniziale è stata il voler tirar fuori dai tre ettari e mezzo di proprietà un bianco come si faceva un tempo, il “vecchio Frascati”, aggirando però, grazie alla consapevolezza contemporanea, i frequenti problemi di ossidazione di cui soffriva. L’azienda è di famiglia dal 1870, col nome La Torretta, recentemente divisa tra i due fratelli, Gabriele e Riccardo, che ne ha conservato il nome. Vigne di mezza collina, in gran parte di Malvasia puntinata, oltre a Trebbiano, con età media di 50 anni e quel che ne consegue in termini di rese per pianta, limitate anche dalle potature corte. Siamo in località Valle Marciana e il cru più antico, la Torretta, era in origine un lago vulcanico. La cantina, proprio in mezzo al vigneto, è piccolissima, sembra una casetta di fate. Qui Luigi ci accoglie e ci racconta del loro Frascati Superiore, figlio di vendemmie che cominciano la seconda decade di ottobre, in modo da portare struttura, pienezza di colore, serbevolezza, come appunto nel Frascati di una volta. Poi pressatura soffice, niente malolattica, fermentazione in acciaio con controllo della temperatura, affinamento sulle fecce fini per circa tre mesi. Nel 2016 si aggiunge un’altra etichetta di bianco, il Frascati Superiore Riserva DOCG Vendemmia 2015, con un plus di ulteriori otto mesi di sosta in bottiglia. E si produce anche un rosso, il Cesanese comune, da una piccola vigna a Frascati; scopro così che in queste zone era tradizione anche il Cesanese, seppur diverso dal suo fratello di Olevano Romano e Piglio, qui più scarico di colore e di tannino. A luglio 2022 uscirà poi un metodo classico, al termine di 24 mesi di affinamento. Fuori dai confini nazionali, i mercati di riferimento sono Svezia, Gran Bretagna e USA. Degustiamo seduti tra i filari, assaggiando i formaggi e i salumi proposti da Massimo, l’oste della Bon’Ora, che ci intrattiene raccontandoci delle rimpiante chiacchierate con Luigi Veronelli.

Frascati Superiore DOCG 2019: il Trebbiano giallo vendemmiato a ottobre è compensato in acidità dalla Malvasia puntinata raccolta prima; una folata di fiori di campo, scorze d’agrumi e di cenere.

Frascati Superiore Riserva DOCG Vigneto La Torretta di Valle Marciana 2018: profumi più intensi, buon corpo a braccetto con acidità decisa, sapido, molto giusta e piacevole la lieve nota ossidativa.

Lazio IGT Cesanese 2019: 7/8 giorni sulle bucce, giocando con la duttilità di questo vitigno; poca estrazione che regala snellezza e tannini fini, eleganza leggera in stile Pinot nero.

 

CapodarcoTerza e ultima tappa è la cooperativa sociale Agricoltura Capodarco: a Grottaferrata da oltre 40 anni, la cooperativa ha in organico soci-collaboratori con disabilità psico-fisica e lavoratori extra comunitari regolarmente assunti. I principi cardine che animano l’attività sono il rispetto del territorio e la centralità della persona, attraverso un progetto di agricoltura sociale che comprende attività socio-riabilitative, di formazione e inserimento lavorativo, in un contesto in cui è tangibile la tutela per l’ambiente e l’orientamento verso pratiche di consumo responsabile. La produzione si è con gli anni ampliata e diversificata: oltre al vino (8 ettari vitati a conduzione biologica, con solfiti ridotti al minimo o non aggiunti), olio di oliva, miele, biscotti, anche un allevamento avicolo e l’attività agrituristica e di ristorazione. Entro l’anno sarà operativa la fattoria didattica.

Ci fermiamo qui per il pranzo, assaggiando anche i vini degli altri tre produttori non inclusi nel giro di oggi:

Il Bolle di Grotta IGT 2020 di La Torretta, l’azienda biodinamica di Riccardo Magno, fratello di Gabriele: un metodo ancestrale da Trebbiano giallo in purezza, fermentazione spontanea in anfora interrata e senza aggiunta di solfiti. Piacevolmente agrumato e croccante.

Il Villa Cavalletti Spumante Brut: un metodo charmat lungo da Malvasia puntinata e Trebbiano, fragrante e fresco, compagno d’aperitivo ideale, dalle vigne di una delle rare Ville Tuscolane arrivate intatte fino ad oggi.

Il Virdis Lazio IGT Trebbiano Verde 2019 di Emanuele Ranchella: un Verdicchio fuori dalle Marche (terra di origine della famiglia), stesso vitigno e stesso fascino vibrante e corposo a cui soccombo sempre, qui accompagnato da sbuffi sulfurei e speziati.

In tavola i piatti che ti aspetti di gustare in un posto così: di una bontà semplice e generosa, senza orpelli, ma non per questo priva di finezza, preparati con le verdure e gli aromi dell’orto; menzione speciale per una mia debolezza di gola, l’agnello al forno, abbinato al Frascati Superiore di Gabriele Magno, una coppia a spasso sulle papille gustative in perfetta armonia.

E infine gli assaggi, guidati da Felipe, vicepresidente della cooperativa (bello il motivo delle etichette con le mani che si intrecciano e belli i significati dei nomi greci Xenìa e Philein):

Xenìa: vino senza indicazione di annata perché classificato rosso da tavola bio; nei fatti è la riserva della vendemmia 2015, da Merlot e Sangiovese di vecchie vigne, vinificato in acciaio (come tutti i vini che degusteremo) e affinato in una grotta della tenuta. L’idea di partenza era un invecchiamento di 4/5 anni, ma la freschezza e la balsamicità dei profumi che sfoggia hanno convinto a lasciarlo riposare ancora, viene imbottigliato ed etichettato a mano alla bisogna.

San Nilo Lazio IGP Bianco 2020: da Malvasia di Candia e Trebbiano; frutta bianca e accenni di fiori, fresco, piacevole e immediato.

Biancodarco Lazio IGP Bianco 2020: vendemmia selezionata di Malvasia e Trebbiano; fermentazione a temperatura controllata e senza solfiti aggiunti; finezza di profumi, acidità spiccata e bella lunghezza aromatica.

Frascati Superiore DOCG Philein 2020: stesse uve, con sei mesi di sosta sulle fecce fini con batonnage continui; intensità di fiori e frutti delicati, sapidità fine e grande persistenza; basterebbe questo calice per spazzar via i luoghi comuni.

Una giornata bella e intensa, utilissima per entrare sempre più in confidenza col terroir, dei vini ma non solo. Occasione di scambio coi produttori e incontri con persone nuove che come sempre, quando giri intorno al vino e alla terra in generale, si rivelano un regalo. Risalgo in macchina con la determinazione di mettere in agenda una prossima estensione personale, per completare il periplo di queste colline, per incontrare di persona gli altri produttori, per ripercorrere i miei passi in cerca di sfumature magari sfuggite al primo sguardo; e in tutta sincerità perché sono vanitosa: voglio fare bella figura con gli amici toscani in visita, quando li porterò qui da habituée, per farli ritemprare dopo che si saranno consumati le suole sui sanpietrini.

 

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