Il Granduca Cosimo III de’ Medici doveva avere l’occhio lungo e il palato buono. A dispetto, si può affermare serenamente, di tanta puzza al naso circolata anzi dilagata negli ultimi decenni in questo strano, straordinario pianeta che è l’enofighettismo. Perché dir bene del Chianti, quello Classico, il perimetro geografico stretto, di Pomino e per estensione, Rufina e di Carmignano è voler vincere facile. Ma sul Valdarno di Sopra – anzi Val d’Arno di Sopra come si leggeva nel bando granducale Sopra la Dichiarazione de’ confini delle quattro regioni – che pure ha testimonial remoti e attendibili, dagli etruschi a Plinio il Vecchio, dal catasto fiorentino del Quattrocento fino appunto al Granduca e al suo editto del 1716, sul Valdarno di Sopra, dicevamo, quanti nasi snob si son visti storcere. Come se più che l’olio, un po’ di grano e qualche ortaggio, e giù in fondovalle i capannoni delle aziende (comprese Grandi Firme, certo), altro di buono non ci potesse nascere.

E invece. E invece loro, i produttori, ci hanno creduto. Di vario lignaggio, e poco importa se accanto a blasoni come i Ferragamo (al Borro, che era stata la tenuta dei Savoia Aosta) o i Sanjust di Petrolo, a pluripremiati come i Moretti Cuseri di Setteponti o i Rogosky del Carnasciale, ai Mannucci Droandi protagonisti degli indirizzi agricoli regionali o ai Luppino con quella storia che è un fragoroso mix di tragedia e di speranza, poco importa se accanto a nomi noti ce ne sono altri che ai più dicono meno ma hanno pure vicende degne di racconto e di passione. Come un po’ tutti gli agricoltori, i coltivatori, i contadini che fanno uva in questi 3mila ettari o poco più, i numeri dicono che sono 832 con una media di 3,66 ettari, che i primi 50 di ettari ne coprono 1.225 cioè il 38,93%, che il primo produttore lavora 87 ettari idonei, e 11 sono quelli del cinquantesimo. Dicono, i numeri, che quasi 18 ettari furono piantati tra il 1900 e il 1936, poi 672 fra il 1969 e il 1979, ma ben 1.054 tra il 2002 e il 2012, e infine 888 dopo il 2013: a coprirli, un bel campionario di 70 vitigni, domina certamente il Sangiovese che ne occupa 2.155, ma ci sono autoctoni come Ciliegiolo, Canaiolo, Pugnitello, Fogliatonda, e poi le Malvasie bianca e nera e il Trebbiano, e poi l’Orpicchio, la Gratena, c’è il Vermentino e l’oltreappenninica Ancellotta, ma anche un bel campionario di internazionali, cioè francesi, tra Merlot e i Cabernet (Sauvignon e Franc), Syrah e Petit Verdot e il bianco Chardonnay. 

E’ anche in tutto questo il fascino del Valdarno di Sopra. Che adesso, come scrisse del resto pure il Granduca, si è ampliato a tutta la vallata, compreso il côté fiorentino “fino al Fiume Vicano di S. Ellero”. E’ una delle conquiste di cinque anni di battaglia per le modifiche al disciplinare della Doc che punta su tre aspetti: territorio, biologico, qualità. Scelte chiare e precise, ribadite in un particolare focus nella giornata di chiusura delle Anteprime di Toscana, al Palazzo degli affari di Firenze, dal titolo “Valdarno di Sopra: dalle modifiche al disciplinare ai vini “Vigna“, l’evoluzione di una D.O. basata su vocazione territoriale, viticoltura bio e qualità”. Una vera grande novità, questa dei vini “vigna”, un’idea che sa di cru, di uva dei vigneti migliori, di vigne più pregiate che vengono iscritte e controllate, di rese per ettaro ridotte e rigorose, di processi di cantina verificati e certificati. “La punta più alta e qualificante – spiega il direttore del Consorzio, Ettore Ciancico – con gli stessi valori analitici dei vini riserva, per dare forza al territorio ritrovandone il “filo” nelle bottiglie”. “Siamo orgogliosi – aggiunge il presidente Luca Sanjust – di proporre come punta più alta della piramide qualitativa della denominazione i vini che nascono dalle vigne migliori. Pensiamo che questa sdia la strada giusta per un rafforzamento del legame delle denominazioni con il territorio”.

E, per mettere in pratica regole e parole, il focus si è chiuso con una masterclass dedicata appunto ai vini con menzione “Vigna” e guidata da “Doctor Wine” Daniele Cernilli. Sette i rossi proposti, ciascuno con proprie caratteristiche. Il via con Galatrona 2021 Vigna Galatrona di Petrolo, Merlot in purezza, “uva – dice Cernilli – della nobiltà, che in Toscana c’è da secoli come il Cabernet Sauvignon e che quindi, citando Veronelli, appartengono al territorio anche perché, come sottolineava Giacomo Tachis, in Toscana “sangiovesizzano”, e oltretutto questo è stato piantato da un sangiovesista come Giulio Gambelli da marze dell’Apparita del Castello di Ama”. Bel colore, spezie e lampone, tannino non astringente. Poi due vini della Tenuta Il Borro proposti da Salvatore Ferragamo. Il primo, Nitrito 2020 vigna Casella, “appena nato, su terreno sabbioso, e prende il nome dai cavalli usati per lavorare e arieggiare il terreno”. Grande equilibrio, ribes nero e bacche scure di bosco, note balsamiche e speziate. A seguire il Syrah 2018 Alessandro dal Borro vigna Alessandro dal Borro, “su ghiaie – spiega Salvatore Ferragamo – del vecchio lago del Valdarno perfette per il Syrah, solo 1.500 magnum perché in quel formato esprime il meglio”. Carattere, calore, per Cernilli “quasi un vino “hermitagé””, richiami di olive nere, tapenade e spezie. 

Alberto Moretti Cuseri di Tenuta Setteponti propone il Vigna dell’Impero 2019, Sangiovese in purezza dalla Vigna dell’Impero, storica, piantata nel 1935 appunto nel periodo “dell’impero” italiano e rinnovata negli ultimi vent’anni, “vigna anziana – spiega – trattata con vermicelli, coccolata, 3 ettari a muretti viste le pendenze”. Risultato: “Disteso – nota Cernilli – e morbido, vellutato e senza spigoli, “palatale” come avrebbe detto Gambelli”. Ettore Ciancico per La Salceta presenta il Ruschieto 2020, vigna Ruschieto, Sangiovese “che nasce dal lato del Pratomagno, alla spalle una montagna di 1500 metri che influenza microclima e terreni, con una brezza che scorre sempre e regala belle escursioni”. Bei sentori di ciliegia, per Cernilli “fresco e montanaro, da berne una secchiata”. Un vino “gastronomico” dalla riva sinistra dell’Arno è poi il Sangiovese 2020 Vigna Mulino di Tenuta San Jacopo, “austero – dice Cernilli – e dai tannini gagliardi, ottimo per una bistecca”.

Torna Luca Sanjust con Petrolo e il suo celebrato Bòggina C riserva Vigna Bòggina 2021, Sangiovese piantato nel 1952 da Gambelli “che veniva a caccia con mio zio ingegnere su una vigna ripida che si potrebbe definire chiantigiana” (anche qui siamo comunque in sinistra d’Arno, quindi appena dietro le vigne del Chianti Classico). Colore scurissimo, acidità e morbidezza, bei tannini, piacevole composta di frutta. Ultimo in assaggio il Fuorilinea 2023 Vigna Ruschieto, Sangiovese tenuta La Salceta, varietale e specchio dell’annata, con bel frutto vivo e anche balsamico.

Chiosa di Doctor Wine per i saluti, anche in replica alla recente puntata di Report su Raitre: “Dietro ogni vino – dice – ci sono scelte umane, il vino è un incrocio tra espressioni della natura e uomo, altrimenti la vite sarebbe selvatica e lascerebbe cadere a terra i grappoli: nessuno fa o beve vino che non sia umano, il vino non è completamente naturale. Quello che conta allora è la passione e il rigore che ci mettono, a farlo, con orgoglio e cercando di interpretare il territorio meglio che possono”.

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