La viticoltura era praticata in Italia ben prima dell’arrivo dei Greci: è quanto sostiene uno studio da cui è nato anche un volume edito dall’Istituto Geografico Militare

A Firenze, in occasione della presentazione del volume edito dall’Istituto Geografico Militare Fra le montagne di Enotria – Forma antica del territorio e paesaggio viticolo in Alta Val d’Agri, edito nell’ambito della ricerca sull’Enotria, Grumentum e i vini dell’Alta Val d’Agri, il curatore Stefano Del Lungo ha illustrato i risultati delle indagini scientifiche che combinano la genetica storica all’archeologia attraverso le scienze biologiche, agronomiche e delle antichità; e ha sostenuto che non furono i Greci a portare in Italia la viticoltura. L’Enotria, letteralmente la ‘terra della vite legata al palo’ (oinòtron) con due capi a frutto per meglio resistere ai venti, è la porzione di Appennino, dal Cilento alla Calabria, dove i Greci, all’inizio della colonizzazione di questi luoghi, dopo l’VIII secolo a.c., restano colpiti nel trovare un entroterra coltivato, con un paesaggio segnato dalla viticoltura. Risalendo il fiume Agri, dalla foce alla sorgente, si trovano al cospetto di una civiltà evoluta, l’enotra, produttrice di un bene primario, il vino. Attraverso la genetica, le fonti classiche trovano riscontro nelle varietà di vite, recuperate dopo anni di esplorazione di vecchi vigneti nell’entroterra appenninico, con risultati sorprendenti. Il massiccio del Pollino diventa uno degli areali di elezione del Sangiovese, originario delle terre messapiche prossime alla dorica Taranto. Mentre un’altra uva dalla colonia ionia di Elea nel Cilento prende la via di Marsiglia e con i Greci si diffonde nella media valle del Rodano. A lungo mantiene il nome antico, Serine, prima di mutarlo nel moderno Syrah, che con la Persia non ha niente a che vedere e etimologicamente mantiene in sé l’eredità del nome nelle forme sibarita e sannita (Sirica). I Romani lo trasformeranno in Siriaco, nella documentata consapevolezza di una relazione diretta con le regioni campana e lucana.
L’Alta Val d’Agri è uno dei terminali delle esplorazioni greche e poi della colonizzazione romana dell’entroterra lucano, un habitat adatto alla viticoltura con una peculiarità ambientale che la rende unica al mondo o meglio molto simile ad un’altra regione vitivinicola, posta sullo stesso parallelo, ma dall’altra parte del globo, in Argentina. La Denominazione di Origine Controllata Terre Alta Val d’Agri, tra i promotori dell’indagine, e le sette aziende vinicole che ne fanno parte nell’occasione della presentazione dell’indagine e del volume hanno curato una degustazione dei loro vini, arricchita da alcune microvinificazioni di vitigni autoctoni lucani, tanto antichi quanto pochissimo conosciuti, realizzate dal CREA Viticoltura ed Enologia di Turi (BA). Sono stati assaggiati il rosso Colatamurro e i bianchi Giosana (le cui uve compaiono nella foto di apertura) e Ghiandara (o Aglianico bianco); e alcune specialità alimentari
del territorio come il Fagiolo di Sarconi IGP e il pecorino Canestrato di Moliterno IGP. L’Alta Val d’Agri è quindi una piccola regione da conoscere per scoprire le sue ricchissime risorse ambientali e culturali, oltre che vitivinicole. Di grande suggestione ad esempio è il Parco archeologico Grumentum (nella foto di sinistra le terme) con tanto di Teatro, Tempio e Domus.

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