Un futuro che è qui, recitava lo slogan scelto per racchiudere in una immagine secca una giornata tutta dedicata ad assaggi, riflessioni, idee, proposte.

Un futuro che ha però più di trecento anni dietro le spalle: aveva fiutato giusto, evidentemente, Cosimo III de’ Medici quando insieme ai “Signori Deputati della Nuova Congregazione Sopra il Commercio del Vino”, fissò le prime “doc” ante litteram, definendone esatti anche i confini, e tra quelle quattro aree trovò naturale inserire il Valdarno di Sopra. Forse un tantino più larghi, quei confini stabiliti nel settembre del 1716 rispetto al territorio attuale della Doc, c’era dentro il versante “di là”, quello casentinese, del Pratomagno, oggi non più compreso. Oggi siamo al di qua di quelle creste: un migliaio di ettari di viti, meno di un milione di bottiglie, sui numeri non ci sono certezze forse anche volutamente perché, appunto, “il futuro è qui”.

E “Futuro”, è la sintesi del Valdarno Day appena celebrato, che passa attraverso alcuni assets: la vigna, il territorio, il clima e l’indissolubile legame con il biologico, motivo conduttore e fondante che i produttori vorrebbero inserire nel disciplinare per renderlo obbligatorio, come è stato possibile per il Cava spagnolo portato a naturale esempio durante la giornata, ma che trova resistenze nelle pastoie delle norme e delle burocrazie.

Valdarno DaySu quei temi, diventati parole d’ordine e bandiere, si è dipanata nell’anfiteatro della cantina nella Tenuta il Borro una mattinata di interventi ricchi di spunti, condotta a quattro mani da Luca Sanjust ed Ettore Ciancico, presidente e direttore del Consorzio della Doc, 19 produttori in quel fazzoletto di terra sulla cui vocazione al vino, con buona pace di Cosimo III, fino a non molti decenni fa in pochi avrebbero scommesso. E invece eccoli qua, fieri della loro doc che, viene ripetuto, è “l’unica biologica”: e se il bio non riuscirà almeno per ora a entrare nel disciplinare, ecco pronta una intelligente via di uscita, la costituzione di una Associazione Produttori Vigne Bio del Valdarno, che raccoglie già tutti i soci del Consorzio e anche i tre erga omnes, perché la scelta del bio, si ripete, “non è marketing, non è una operazione di green wash”.

Valdarno DayTanti spunti, si è detto. Prima tornata di interventi, domanda: è il territorio che marca direttamente i vini? Carlo Ferrini ricorda che il Valdarno in passato si riteneva origine del Sangiovese “piccolo”, e che comunque era sinonimo di vitigni a bacca bianca: non a caso, del resto, un po’ più avanti, lo storico Allan J. Grieco ricorderà in un gustoso intervento-affresco ricco di aneddoti che “quasi certamente qui è nato il Trebbiano”, e che “si potrebbero ricostruire appezzamenti in cui già nel 1300 si produceva questo vino” la cui fortuna “comincia appunto nel Trecento come ci ricordano i versi di Folgòre da San Gimignano per declinare verso la fine del 1600”, passando per quel Giulio III, “papa gran compratore di vini, che aveva proprio il Trebbiano del Valdarno tra i più graditi”. Ma a giudizio di un altro enologo, Maurizio Alongi, “va bene puntare sul territorio ma più ancora sul Sangiovese, attuale e moderno per dare vini che non sono molli, piatti ma più semplici per competere con territori più blasonati”. Per Monica Larner, la firma italiana di Wine Advocate, “in Valdarno l’identità di territorio si traduce in vini contemporanei più che moderni, insomma quelli che il consumatore vuole, con il territorio che diventa concetto fluido, pronto ad adattarsi”.

Valdarno DayNel capitolo clima, dopo una lunga disamina sui cambiamenti del meteodivo Paolo Sottocorona e la raccomandazione di Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, a scegliere sempre la via dell’approccio scientifico, la scienza parla davvero per bocca di Gabriella De Lorenzis, che all’università di Milano lavora con Attilio Scienza a progetti sulle tecnologie per la difesa delle viti dai rischi del cambiamento. Roba da ultima frontiera della ricerca, il miglioramento genetico sfruttando molecole naturali dal Rna a doppio filamento come fossero un “pesticida naturale”. Facilmente applicabile, osserva la prof, ma dietro l’angolo c’è subito la doccia fredda, “un prodotto – spiega – non può essere sperimentato se non è legiferato”. Una sveglia alla politica, ma ascolterà?

Valdarno Day

Il capitolo vigna la prende un po’ di punta, perché “ci pare poco significativo – nota Ciancico – ragionare di Uga, sottozone, Pievi, Contrade”, tanto per bacchettare vicini e lontani , piuttosto “puntiamo a valorizzare la singola vigna”. Qui riaffiora una sensazione colta fin da principio, una certa voglia di concorrenza o comunque di confronto con il Chianti Rufina, e se si lega quella frase al progetto-marchio Terraelectae… Stefano Chioccioli, tra l’altro enologo di casa, ci sta: parla di “vigne con qualità intrinseca non modificabile e con qualità acquisite, portate dalla nostra cultura e conoscenza”. A Jeff Porter di Wine Enthusiast l’idea del “single wineyard” piace, e Barbara Nappini presidente di Slow Food Italia ricorda la scelta che l’associazione ha fatto già da trent’anni per il “buono, pulito e giusto”, e auspica “etichette narranti come le cinque W del giornalismo”, cibo o vino fa lo stesso, purché “si racconti un luogo e le relazioni che ci sono, e in questo il vino è avanti”.Valdarno Day

C’è la questione del biologico, e s’è già detto dei paletti all’apparenza assurdi per inserirlo in disciplinare (dalla Spagna, Nicoletta Dicova spiega come sia stato possibile per la D.O. Cava), ma Paolo De Castro, europarlamentare e vicecommissario all’agricoltura, qualche speranza la dà nell’ambito della riforma delle indicazioni geografiche riconoscendo che “c’è bisogno di rafforzare le tutele per il bio, è il futuro e uno degli strumenti che aumentano il valore di mercato”. Di biologico come “conquista sociale e esempio di civiltà perché fa bene anche agli astemi” parla Ruggero Mazzilli, agronomo, mentre Maria Grazia Mammuccini, che di FederBio è la presidente, sciorinando tanti numeri si dichiara in prima linea per il riconoscimento della Doc biologica con un obiettivo chiaro, “il bio non più prodotto di nicchia ma elemento centrale dell’agricoltura e della viticoltura”. Per questo la Regione sul biologico ha messo quasi 70 milioni di euro, osserva la vicepresidente e assessora all’agricoltura Stefania Saccardi, che parla di scommessa forte con la richiesta al governo di inserire nei piani di sviluppo la scelta sul “tutto bio”.

Un futuro che è qui, recitava lo slogan scelto per racchiudere in una immagine secca una giornata tutta dedicata ad assaggi, riflessioni, idee, proposte. Un futuro che ha però più di trecento anni dietro le spalle: aveva fiutato giusto, evidentemente, Cosimo III de' Medici quando insieme ai “Signori Deputati della Nuova Congregazione Sopra il Commercio del Vino”, fissò le prime “doc” ante litteram, definendone esatti anche i confini, e tra quelle quattro aree trovò naturale inserire il Valdarno di Sopra. Forse un tantino più larghi, quei confini stabiliti nel settembre del 1716 rispetto al territorio attuale della Doc, c'era dentro il versante “di là”, quello casentinese, del Pratomagno, oggi non più compreso. Oggi siamo al di qua di quelle creste: un migliaio di ettari di viti, meno di un milione di bottiglie, sui numeri non ci sono certezze forse anche volutamente perché, appunto, “il futuro è qui”. E “Futuro”, è la sintesi del Valdarno Day appena celebrato, che passa attraverso alcuni assets: la vigna, il territorio, il clima e l'indissolubile legame con il biologico, motivo conduttore e fondante che i produttori vorrebbero inserire nel disciplinare per renderlo obbligatorio, come è stato possibile per il Cava spagnolo portato a naturale esempio durante la giornata, ma che trova resistenze nelle pastoie delle norme e delle burocrazie. Su quei temi, diventati parole d'ordine e bandiere, si è dipanata nell'anfiteatro della cantina nella Tenuta il Borro una mattinata di interventi ricchi di spunti, condotta a quattro mani da Luca Sanjust ed Ettore Ciancico, presidente e direttore del Consorzio della Doc, 19 produttori in quel fazzoletto di terra sulla cui vocazione al vino, con buona pace di Cosimo III, fino a non molti decenni fa in pochi avrebbero scommesso. E invece eccoli qua, fieri della loro doc che, viene ripetuto, è “l'unica biologica”: e se il bio non riuscirà almeno per ora a entrare nel disciplinare, ecco pronta una intelligente via di uscita, la costituzione di una Associazione Produttori Vigne Bio del Valdarno, che raccoglie già tutti i soci del Consorzio e anche i tre erga omnes, perché la scelta del bio, si ripete, “non è marketing, non è una operazione di green wash”. Tanti spunti, si è detto. Prima tornata di interventi, domanda: è il territorio che marca direttamente i vini? Carlo Ferrini ricorda che il Valdarno in passato si riteneva origine del Sangiovese “piccolo”, e che comunque era sinonimo di vitigni a bacca bianca: non a caso, del resto, un po' più avanti, lo storico Allan J. Grieco ricorderà in un gustoso intervento-affresco ricco di aneddoti che “quasi certamente qui è nato il Trebbiano”, e che “si potrebbero ricostruire appezzamenti in cui già nel 1300 si produceva questo vino” la cui fortuna “comincia appunto nel Trecento come ci ricordano i versi di Folgòre da San Gimignano per declinare verso la fine del 1600”, passando per quel Giulio III, “papa gran compratore di vini, che aveva proprio il Trebbiano del Valdarno tra i più graditi”. Ma a giudizio di un altro enologo, Maurizio Alongi, “va bene puntare sul territorio ma più ancora sul Sangiovese, attuale e moderno per dare vini che non sono molli, piatti ma più semplici per competere con territori più blasonati”. Per Monica Larner, la firma italiana di Wine Advocate, “in Valdarno l'identità di territorio si traduce in vini contemporanei più che moderni, insomma quelli che il consumatore vuole, con il territorio che diventa concetto fluido, pronto ad adattarsi”. Nel capitolo clima, dopo una lunga disamina sui cambiamenti del meteodivo Paolo Sottocorona e la raccomandazione di Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, a scegliere sempre la via dell'approccio scientifico, la scienza parla davvero per bocca di Gabriella De Lorenzis, che all'università di Milano lavora con Attilio Scienza a progetti sulle tecnologie per la difesa delle viti dai rischi del cambiamento. Roba da ultima frontiera della ricerca, il miglioramento genetico sfruttando molecole naturali dal Rna a doppio filamento come fossero un “pesticida naturale”. Facilmente applicabile, osserva la prof, ma dietro l'angolo c'è subito la doccia fredda, “un prodotto – spiega – non può essere sperimentato se non è legiferato”. Una sveglia alla politica, ma ascolterà? Il capitolo vigna la prende un po' di punta, perché “ci pare poco significativo – nota Ciancico – ragionare di Uga, sottozone, Pievi, Contrade”, tanto per bacchettare vicini e lontani , piuttosto “puntiamo a valorizzare la singola vigna”. Qui riaffiora una sensazione colta fin da principio, una certa voglia di concorrenza o comunque di confronto con il Chianti Rufina, e se si lega quella frase al progetto-marchio Terraelectae... Stefano Chioccioli, tra l'altro enologo di casa, ci sta: parla di “vigne con qualità intrinseca non modificabile e con qualità acquisite, portate dalla nostra cultura e conoscenza”. A Jeff Porter di Wine Enthusiast l'idea del “single wineyard” piace, e Barbara Nappini presidente di Slow Food Italia ricorda la scelta che l'associazione ha fatto già da trent'anni per il “buono, pulito e giusto”, e auspica “etichette narranti come le cinque W del giornalismo”, cibo o vino fa lo stesso, purché “si racconti un luogo e le relazioni che ci sono, e in questo il vino è avanti”. C'è la questione del biologico, e s'è già detto dei paletti all'apparenza assurdi per inserirlo in disciplinare (dalla Spagna, Nicoletta Dicova spiega come sia stato possibile per la D.O. Cava), ma Paolo De Castro, europarlamentare e vicecommissario all'agricoltura, qualche speranza la dà nell'ambito della riforma delle indicazioni geografiche riconoscendo che “c'è bisogno di rafforzare le tutele per il bio, è il futuro e uno degli strumenti che aumentano il valore di mercato”. Di biologico come “conquista sociale e esempio di civiltà perché fa bene anche agli astemi” parla Ruggero Mazzilli, agronomo, mentre Maria Grazia Mammuccini, che di FederBio è la presidente, sciorinando tanti numeri si dichiara in prima linea per il riconoscimento della Doc biologica con un obiettivo chiaro, “il bio non più prodotto di nicchia ma elemento centrale dell'agricoltura e della viticoltura”. Per questo la Regione sul biologico ha messo quasi 70 milioni di euro, osserva la vicepresidente e assessora all'agricoltura Stefania Saccardi, che parla di scommessa forte con la richiesta al governo di inserire nei piani di sviluppo la scelta sul “tutto bio”. Finite le parole, è l'ora dei calici. Nove vini in degustazione, 2019 e 2016, non solo Sangiovese. Si parte con la liquirizia amara del Ruschieto la Salceta, si passa al frutto e al sottobosco di Migliarina e Montozzi e poi alla rotondità speziata di Vigna dell'Impero. Peperone e ribes ma anche legno e soprattutto struttura sorprendentemente esile per il Carnasciale, acidità e tannino accentuato per il Cabernet Sauvignon Campo del Monte. Di Petrolo si assaggiano un fresco e persistente Galatrona dalla bella livrea scura e poi il Boggina B salino, affumicato, “francese”; in mezzo ai due, un intenso, elegante, fresco e speziato Alessandro Dal Borro. C'è tempo e modo, alla fine, di un po' di struscio tra i banchi d'assaggio. Ritrovi Federico Fazzuoli (8 ettari, 6 etichette, 20mila bottiglie) e la sua simpatia, con i 14 gradi del suo intenso Pugnitello 2012, addirittura 14,5 con il Senza Solfiti, 60% Sangiovese e 40 Merlot. Ecco Clio Cicogni (la fattoria porta il suo nome) e Antonio Dall'Oste, coppia nella vita e in azienda a Vepri di Bucine, 10 ettari per 7mila bottiglie in biodinamica, 7 etichette tra cui carte dei tarocchi (La Papessa) e 3 Cabernet Franc in materiali diversi dall'anfora alla barrique. Alla Malva di Loro Ciuffenna c'è il Podere la Madia di Lucia Madiai con il figlio Giacomo, 7 ettari di oliveta e 3 ettari di vigna, 7mila bottiglie, vecchie viti di Pinot Nero e Pugnitello ma in gamma anche una sorprendente Malvasia. Settemila anche le bottiglie della famiglia Luppino a Ejamu, ancora a Loro Ciuffenna: Caterina con i figli Meca e Rocco, e il ricordo del marito ucciso dalla 'ndrangheta, sempre vivo anche nell'etichetta di “Voglia di Volare”. Poi il particolarissimo Parresia, blend di Incrocio Manzoni, Malvasia e Trebbiano. E tanta voglia di sperimentare. Valdarno dal volto nuovo, appunto.Finite le parole, è l’ora dei calici. Nove vini in degustazione, 2019 e 2016, non solo Sangiovese. Si parte con la liquirizia amara del Ruschieto la Salceta, si passa al frutto e al sottobosco di Migliarina e Montozzi e poi alla rotondità speziata di Vigna dell’Impero. Peperone e ribes ma anche legno e soprattutto struttura sorprendentemente esile per il Carnasciale, acidità e tannino accentuato per il Cabernet Sauvignon Campo del Monte. Di Petrolo si assaggiano un fresco e persistente Galatrona dalla bella livrea scura e poi il Boggina B salino, affumicato, “francese”; in mezzo ai due, un intenso, elegante, fresco e speziato Alessandro Dal Borro.

Valdarno Day

C’è tempo e modo, alla fine, di un po’ di struscio tra i banchi d’assaggio. Ritrovi Federico Fazzuoli (8 ettari, 6 etichette, 20mila bottiglie) e la sua simpatia, con i 14 gradi del suo intenso Pugnitello 2012, addirittura 14,5 con il Senza Solfiti, 60% Sangiovese e 40 Merlot. Ecco Clio Cicogni (la fattoria porta il suo nome) e Antonio Dall’Oste, coppia nella vita e in azienda a Vepri di Bucine, 10 ettari per 7mila bottiglie in biodinamica, 7 etichette tra cui carte dei tarocchi (La Papessa) e 3 Cabernet Franc in materiali diversi dall’anfora alla barrique. Alla Malva di Loro Ciuffenna c’è il Podere la Madia di Lucia Madiai con il figlio Giacomo, 7 ettari di oliveta e 3 ettari di vigna, 7mila bottiglie, vecchie viti di Pinot Nero e Pugnitello ma in gamma anche una sorprendente Malvasia. Settemila anche le bottiglie della famiglia Luppino a Ejamu, ancora a Loro Ciuffenna: Caterina con i figli Meca e Rocco, e il ricordo del marito ucciso dalla ‘ndrangheta, sempre vivo anche nell’etichetta di “Voglia di Volare”. Poi il particolarissimo Parresia, blend di Incrocio Manzoni, Malvasia e Trebbiano. E tanta voglia di sperimentare. Valdarno dal volto nuovo, appunto.

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