Stamani sono stato a cucinare per il “personale” oserei dire, cioè per quelle persone che sono in delegazione a Miami, oltre che per gli ospiti americani presenti. In realtà, direi che ho riscaldato, porzionato, affettato , disposto nei vassoi quanto cucinato da Stefano, Marco e Fabrizio, ma l’aria della cucina è sempre piacevole per me. Penso di essere l’unico critico che abbia effettivamente lavorato in cucina, con tanto di assunzione testimoniata dal’antico libretto di lavoro: Serve aver cucinato per criticare? Di solito no, come non serve suonare uno strumento per fare il critico musicale o dipingere per un critico d’arte.  Ma il lavorare in cucina mi permette di capire molto meglio i cuochi, mi sembra di entrare meglio nell’essenza del loro lavoro..sbaglio?

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4 Commenti

  1. per me un critico gastronomico che non sa tenere un mestolo in mano è come un sessuologo che dà consigli sulla vita sessuale senza aver mai… 😉

  2. 😀 che cavolata…… allora per bere e poi giudicare un vino tutti enotecnici? per favore:D
    piuttosto un critico o un comunicatore deve avere una cultura che si differenzia, e non solo de ricette ma di italiano, storia, arte y lettere etc etc etc
    ciao ciao

  3. io credo che invece avere cognizione di come si cucini sia molto importante per avere una visione critica completa…un piatto non è fatto solo di sapori e colori, e sapere le modalità di preparazione penso aiuti molto anche a valutare la riuscita di una portata proprio dal punto di vista tecnico, ad esempio nell’approccio alla cucina molecolare o alla criogastronomia…e vale lo stesso per il vino: non dico di essere tutti enotecnici (anche perchè non serve), ma quantomeno conoscere le tecniche di base della degustazione penso sia fondamentale per valutare un bicchiere…
    ciao ciao