C’era un ragazzo che come… no, dai, Gianni Morandi non c’entra, e comunque non so se questo ragazzo ama i Beatles e i Rolling Stones. Di sicuro, invece, ama il vino, nel senso di berlo ma anche di farlo, e ha una passione speciale per le macchine da cucire. Antiche.  E in ogni caso il “come” c’entra, a più riprese, e lo vedremo.

Lui ha 33 anni, quindi è comunque il caso di definirlo ancora “ragazzo” sotto certi aspetti, perché il ricambio generazionale nel mondo del vino – e in particolare nella zona in cui lui agisce – punta giustappunto sui trentenni, ed ecco spiegato intanto un “come”. Poi, un altro, e lo prendiamo largo: lui si chiama Tommaso, e di cognome fa Inghirami. Per i non più giovani la liaison è immediata. Inghirami uguale Ingram, i Caroselli con gli slogan “orizzonte di stile” e “la camicia italiana nel mondo”: già, Tommaso è il nipote di Fabio Inghirami, un indiscusso re dell’abbigliamento e in particolare delle camicie. Magari però a lui l’aria di Sansepolcro non bastava (anche se biturgensi sono la fidanzata Costanza e il coetaneo chef Lorenzo, sempre al suo fianco negli eventi che organizza), e quindi eccolo, finiti gli studi, a girare un po’ di mondo, proprio “come” – eccolo qua, il secondo – avviene per tanti rampolli di famiglie-azienda. Qualche anno in Monclèr, una bella esperienza in Ferrero a occuparsi del marketing dei Rocher, ed eccolo pronto per la Grande Avventura: il vino.

Tradotto: la Fattoria di Grignano, territorio del Chianti Rufina, storia plurisecolare che vede protagonista perfino Caterina de’ Medici, sua la firma per donare la villa – prima si chiamava Castello di Vico ed era stata dimora dei Conti Guidi, padroni anche di mezzo Casentino – al suo confessore e banchiere di fiducia, il cardinale Henry de Gondi. E proprio dalla famiglia Gondi (capaci di grandi trasformazioni ed evoluzioni, come dimostrano certificazioni di tanti premi appese qua e là per le stanze “tecniche”) Grignano passa a Fabio Inghirami. Il nonno di Tommaso: il quale si trova davanti una tenuta di 600 ettari di cui 50 a vigneto, ben 200 a oliveto, 100 a seminativo e 250 a bosco, ampliati oltretutto dall’acquisto (1999) della vicina Fattoria di Pievecchia con annessi e connessi.

Tommaso si appassiona, del resto materiale per commuoversi ce n’era in abbondanza, già i vini di famiglia dimostravano stile e personalità grazie ai terreni – siamo nel Chianti Rufina, sponda destra del fiume Sieve, vigneti fino ai 550 metri dell’insediamento etrusco di Montefiesole, esposizioni sud-sud est – e alle splendide cantine e al lavoro di agronomi ed enologi esperti. Lui ci si dedica anima e corpo, ci rimette mano, e naturalmente “come” è logico per “un ragazzo che amava” tante cose, le idee sbocciano a ripetizione. E ne parliamo poi. Perché il cuore dell’attenzione si fissa sul Chianti Rufina (lui si fa coinvolgere per un periodo anche come vicepresidente del Consorzio), e in particolare su una delle etichette, negli anni il top della cantina: la Riserva Poggio Gualtieri.

E qui parte la storia dell’oggi. Perché Poggio Gualtieri nasce nel 1997, e insomma è tempo di festeggiare questo primo quarto di secolo di un vino ideato con Franco Bernabei già allora come cru di vigna da 8 ettari tutti a Sangiovese da piante che hanno tra i 20 e i 35 anni, quelle giusto nella parte più alta, a Montefiesole. Bernabei voleva vinificazione lenta, con estrazione lenta del colore, in acciaio, cemento e botte grande “perché il legno – commenta Tommaso – deve essere un attore non protagonista”. Un breve intervallo con la “regina del Merlot” Barbara Tamburini – e si avvertirà nel corso della verticale di sei annate – e poi il lavoro con Stefano Chioccioli, “che ha ripreso il piano di vinificazione di Bernabei”. Sei annate in assaggio: la prima, 1997; la 2001; la 2008, ultima con Bernabei; la 2013, l’intervallo-Tamburini; la 2015 e la 2018, con Chioccioli (Poggio Gualtieri non è uscito nel 2010, nel 2014 e nel 2017, sull’esempio di grandi aziende che nelle annate “difficili” destinano l’uva ad altre etichette).  “Tradizione” è il motto di Tommaso Inghirami nei confronti del Poggio Gualtieri, “in Piemonte – spiega – ho preso ispirazione dai grandi barolisti per il legno, non più di castagno ma di rovere, più grandi con legno leggero, e dal 2019 con vinificazione integrale in tonneau ma a tostatura più leggera”. E il ricorso al territorio, con il bottaio Filippo Carmignani di Rufina, laggiù sotto casa.

La verticale d’assaggio riserva non poche sorprese. Il colore rimasto sempre vivo, anche nell’annata 1997 dai profumi molto evoluti e dalla bocca di frutto maturo ma con freschezza e lunghezza; il 2001 più polposo e di sorprendente freschezza; il 2008 che risulterà l’annata più “votata” per ricchezza di aromi, freschezza e profondità di gusto, levigatezza di un tannino solo lievemente più vispo; nel 2013 si avvertirà l’annata calda, la polposità del naso e la maggiore morbidezza in bocca, ma la “mano” era diversa, e la presenza dio altri vitigni è più che sensibile; altra splendida annata la 2015, fresca e ricca di bei frutti nel naso e nell’assaggio, setosa e profonda; bel frutto e bel tannino anche nella 2018, con tanta acidità perché ancora giovanissima. E naturalmente non manca la ciliegina finale. Si chiama Montefiesole, è il rosso creato per aderire al Progetto Terraelectae lanciato dal Consorzio Chianti Rufina, e al quale aderiscono ormai quasi tutte le 20 aziende del territorio, una super-riserva cru di vigna per promuovere al meglio il Sangiovese del “Chianti più alto”.

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Ma non finisce mica qui. Perché “come” – eccone un altro – si confà a un giovane con tanta passione, Tommaso una ne fa e cento ne pensa, e le idee diventano sempre prodotto.

S’è detto della passione per le macchine da cucire, tradotta in 300 esemplari di tutti i formati in bella mostra nei grandi armadi dei saloni di Villa Grignano. Passione anche questa diventata vino, sempre con il Sangiovese protagonista. Questa volta però di tutt’altro livello, il “Sangiovese per l’estate” declinato in tre tipologie, rosso rosato e bianco, tappo a vite e via andare in frigo, per i giovani ma non solo, per mille abbinamenti stuzzicanti e divertenti. 

Fin dal nome, SingerSangio, sciarada facile da interpretare anche per chi in enigmistica è scarsini. Sangiovese che intanto in cantina sperimenta anche l’anfora. Sangiovese che diventerà Vinsanto, due versioni di Occhio di Pernice da affiancare al tradizionale di uve bianche (assaggiato il 2009, eccellente, a conferma che i vinsanti di Rufina hanno davvero una marcia in più), uno di sola uva Sangiovese, l’altro con un 20 per cento di Trebbiano.  Last but not least, come dicono quelli bravi, il progetto vino-arte. Binomio che qualcuno ha già sperimentato, ma che Tommaso lancia con una carta in più. Un ritratto di Raffaello Sanzio, conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, che effigia un tal “Fedra”, all’anagrafe proprio Tommaso Inghirami, letterato volterrano protetto da Lorenzo il Magnifico, detto così per quanto era bravo nell’interpretare l’omonima tragedia di Seneca. “Sarà un vino esclusivo, solo 1.200 bottiglie ogni anno, nato da uve “particolari” – spiega il giovane Tommaso – per celebrare la famiglia e il passato: Fedra portava gli artisti a dipingere in Vaticano, io li chiamerò a celebrare ogni anno questo vino con etichetta e altri dettagli per una confezione prestigiosa. Ci sono già candidati dagli Usa e dal Giappone, dalla Germania e dalla Corea. Vi stupiremo”. Sì, c’è da crederlo.

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