Terra di Seta è l’azienda agricola di Daniele della Seta e Maria Pellegrini dal 2000. Ci troviamo nel Comune di Castelnuovo Berardenga, all’interno della UGA Vagliagli, pochi chilometri a nord di Siena, sulla strada per Pievasciata.

Terra di Seta conia in sé il cognome di Daniele, ma come lui stesso spiega, ha una forte assonanza con le Terre di Siena, che qui si esplicano nella loro bella morbidezza arrotondata e piena di luce.

A prescindere dal nome di famiglia, Terra di Seta è un nome molto evocativo che pone l’accento sul fattore primario di una azienda agricola, la terra, che va a legarsi alla seta. La terra è di solito accostata a concetti che richiamano la durezza, la fatica, lo sforzo, poche volte la si sposa con immagini leggere, levigate e morbide come la seta. E niente è più piacevole del contatto della seta sulla pelle. Traslato sulla terra e sul contatto con questa a me dà proprio una idea di poesia.

A dirla tutta, seta non rispecchia esattamente la terra su cui poggiano i vigneti, ovvero il macigno del Chianti,  l’alberese, la roccia quella dura (non a caso il toponimo del luogo è Le Macìe). Tuttavia resta un nome che mi si è stampato in testa, e nella miriade di assaggi che si fanno per lavoro e per piacere, a volte anche il nome può far la sua parte nel tenere a mente il ricordo di un vino. Non è la prima volta che mi succede e in genere funziona, almeno per me.

Ci troviamo a 480 m di altitudine, e la proprietà si estende proprio sulla sommità della collina. Qui il paesaggio chiantigiano è molto aperto, con rilievi morbidi e dolci, pieni di luce. In lontananza lo skyline di Siena con la Torre del Mangia e il campanile del Duomo in bella vista.

I quindici ettari di vigneto, più o meno disposti in un unico corpo attorno alla cantina e alla casa padronale, sono circondati dal bosco, che a tratti ricorda la macchia mediterranea, per la forte presenza di leccio, pino marittimo e tanti corbezzoli a colorare di arancione il sottobosco.

Maria, che viene da una famiglia dalla lunga tradizione vinicola,  si occupa della parte agronomica, mentre Daniele si occupa più della cantina. Nel gruppo collaboratori di eccellenza: Enrico Paternoster per la parte enologica e Ruggero Mazzilli per la parte agronomica.

L’assaggio dissipa ogni aspettativa di morbidezza e tenore alcolico che ci si aspetta da Castelnuovo. La seta è solo nel nome. Nessuna cessione alle rotondità, o alla levigatezza di sorso. Sono vini fortemente caratteriali, tutti accumunati da una riconoscibilità che sta in un tannino presente, talora potente, ma sempre di gran bella fattura, saporito e scattante.

I vini sono anche certificati kosher, che per i non appartenenti alla religione ebraica conta il giusto. Per cui mi sono anche chiesta mentre scrivevo se l’informazione aggiungeva qualcosa al racconto.( In realtà si, sennò non l’avrei messo!); può servire a magari a sfatare qualche pregiudizio, scaturito dalla pura ignoranza in merito, che ammetto avevo anche io. Non avendo bevuto mai prima vini kosher li credevo frutto di processi di vinificazione invasivi, da cui risultano vini diciamo un po’ snaturati. Niente di più sbagliato. Non c’è nessun intervento massiccio. Senza scendere nei dettagli che non mi competono, kosher è il rispetto di alcuni requisiti, sia nella coltivazione dell’uva che nella vinificazione, e la conduzione fattiva di tutte le operazioni di cantina da religiosi del grado previsto.

Categories:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nessun commento