«Duri di menta, duri!» Bastava quel richiamo e la scena cambiava: i bambini correvano verso il venditore con le monete strette in mano, già intenti a scegliere quale prendere.
A Firenze il duraio poteva comparire con una cesta appesa al collo, oppure con una cassetta portata a tracolla, e il suo arrivo aveva qualcosa di molto più concreto di una pubblicità. La merce era lì, davanti agli occhi, spesso ancora legata alla figura di chi la preparava.
Il duro di menta nasceva da una lavorazione elementare solo in apparenza. Zucchero e acqua venivano scaldati fino a ottenere una massa calda e lucida che doveva essere tirata e lavorata con una certa abilità.

Il composto veniva appeso a un gancio e allungato fino a diventare un cordone, poi ridotto in bastoncini e tagliato in piccoli pezzi, spesso a forma di rombo. La caramella doveva essere dura, proprio come prometteva il nome, e sciogliersi lentamente in bocca. Mordere subito era quasi un errore: si perdeva il piacere di farla durare.
Il colore aiutava a scegliere. Il bianco apparteneva alla menta, mentre altre tinte indicavano aromi diversi. In Toscana, peraltro, il nome poteva sopravvivere al gusto: la stessa famiglia di caramelle veniva chiamata “menta” anche quando sapeva di limone, arancio o fragola.

Il richiamo del duraio
Negli anni Cinquanta e Sessanta il duraio faceva parte della vita di strada. Alcuni vendevano allo stadio, alle Cascine, alle feste, dove capitava che una cesta di dolci si trasformasse in un piccolo negozio ambulante.
A San Frediano, tra via del Leone e via della Chiesa, un banco diventava un punto conosciuto del quartiere e d’estate comparivano anche le granite. Al Ponte di Mezzo passavano venditori con duri a rombo oppure lunghi, a bacchetta. Per un bambino bastava incontrarli perché una serata qualunque potesse diventare una serata speciale.
Il duro di menta aveva già qualcosa in comune con il lecca lecca: era una caramella pensata per stare a lungo in bocca. Gli mancava soltanto il bastoncino, l’oggetto che avrebbe trasformato quel modo di mangiare lo zucchero in un prodotto destinato a diventare universale.

Quando lo zucchero finì sul bastoncino
L’idea di infilare un dolce su un bastoncino è molto più antica dell’industria dolciaria. Il miele poteva essere raccolto con un rametto e portato direttamente alla bocca, mentre in epoche successive frutta e frutta secca venivano candite nel miele e consumate in modo simile. In Russia gli antenati del lecca lecca erano già ricordati nel Quattrocento con il nome di ledenets. Ne esistevano diverse forme, poi il gallo diventò quella più riconoscibile, legata anche al ruolo che questo animale aveva nelle fiabe russe.
Con lo zucchero sempre più disponibile arrivarono anche i dolci bolliti infilati su bastoncini. In Inghilterra si diffusero caramelle vendute per strada, mentre in America il procedimento cominciò a entrare nelle fabbriche.
Una storia ambientata nel 1905 racconta di bastoncini usati per mescolare lo zucchero bollito durante la preparazione delle caramelle: dopo essere rimasti ricoperti di zucchero, finirono a casa del proprietario della fabbrica per i suoi figli. Da quell’idea nacque una prima forma commerciale del prodotto, ancora priva del nome che conosciamo oggi.
Nel 1908 la produzione fece un salto con una macchina della Racine Confectionary Machine Company, nel Wisconsin, capace di applicare caramelle dure sui bastoncini alla velocità di 2400 pezzi all’ora.
Nel 1912 Samuel Born mise a punto un’altra macchina, la Born Sucker Machine, che inseriva il bastoncino direttamente nella caramella. Era un dettaglio tecnico, però decisivo: il bastoncino restava fermo e il dolce poteva essere maneggiato senza il rischio di ritrovarsi con una caramella per terra dopo due leccate.

Da lollipop a Chupa Chups
Il nome arrivò più tardi. George Smith, proprietario della Bradley Smith Company, adottò nel 1931 la parola lollipop, riprendendola dal nome di un cavallo da corsa, Lolly Pop. Da quel momento la caramella con il bastoncino ebbe un nome destinato a viaggiare molto più lontano delle ceste dei durai.
In Italia il grande salto arrivò negli anni Cinquanta con Enric Bernat, imprenditore spagnolo che pensò a una caramella destinata soprattutto ai bambini e facile da mangiare senza sporcarsi le mani. Il primo prodotto aveva forma sferica e si chiamava Gol, un nome legato alla passione di Bernat per il calcio. Sarebbe diventato il Chupa Chups che tutti conosciamo.

Il duraio con la sua cesta e il richiamo gridato per strada apparteneva a un’economia piccola e locale. Il lecca lecca, nel giro di pochi decenni, sarebbe finito nelle confezioni industriali, nei negozi e nelle tasche dei bambini di mezzo mondo. La distanza sembra enorme, eppure il gesto è rimasto quasi identico: tenere in bocca un pezzo di zucchero e aspettare che finisca.
Forse è proprio questa la ragione per cui il ricordo del duro di menta resiste meglio di tante altre caramelle scomparse. Non serviva una confezione luccicante. Bastavano un rombo bianco, una moneta e una voce che arrivava dalla strada: «Duri di menta, duri!».








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