La cucina, si sa, è un luogo dove, nell’immaginario collettivo, si possono compiere le acrobazie più ardite durante amplessi ardimentosi. Complici preparazioni quali crema e maionese, unite a panna, olio e salsa al cioccolato, la fantasia galoppa su posizionamenti di tali ingredienti alquanto estrosi. Tutto nasce dal lessico utilizzato per denominare alimenti e strumenti, oltre a tecniche di lavorazione, che fanno dirottare la mente, in maniera inevitabile, su doppi sensi che in realtà assomigliano molto a sensi unici. Qualche esempio?

FAVA Meglio non ordinare fave e pecorino in una trattoria toscana, sempre meglio definirle “Baccelli”( ed anche in questo caso ci sarebbe molto da dire..). Lasciarsi andare ad espressioni quali “Queste fave sono troppo grosse” o anche “Senti come sono dure” può dare adito a fastidiose conseguenze: perlomeno non utilizzarle in una trattoria frequentata da lavoratori che mancano da casa dal lunedì al venerdì

PISELLI Commentare con il ristoratore che i piselli con pancetta appena mangiati sono “dolci e teneri, si sciolgono in bocca” può essere un complimento travisato

PATATA Rimaneva un vezzeggiativo anche tenero, ma dopo la pubblicità di Rocco Siffredi  a quelle fritte…attenti a quel nome!

LECCARDA Certo, un nome simile per una semplice teglia dove scola l’unto dell’arrosto..

MAIALONA Mai termine è diventato così facilmente sdrammatizzato..provare nel  vedere una nonna ordinare per il marito in pizzeria “Una maialona per lui!”

E siamo solo all’inizio….

 

Categories:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 Commenti

  1. Quando l’Henry Miller che c’é in te prende il sopravvento sul raffinato critico enogastronomico… c’è veramente da divertirsi.
    Mi aspetto grandi cose dal Tiramisù e dal Profiteroles ( noto a Firenze anche come “palle del Negus”)