Qualcuno commenterà “Fresche l’ova”, espressione tipicamente fiorentina che indica una frase che scopre l’acqua calda, quindi un’ovvietà. E’ tanto che la verginità non è considerata una virtù, anche se non pochi giovani  tendono ad elogiarne gli aspetti benefici, abbinati strettamente alla castità(tute persone che con il cibo hanno un pessimo rapporto, sicuro!). In realtà volevo rimanere ancorato ad un argomento strettamente culinario: l’olio di oliva, al quale la parola “extravergine” non dà più nessuna patente di affidabilità. E’ un mondo strano, quello legato alle olive, con una comunità europea che sembra faccia apposta a confondere le acque per il consumatore, ch non riesce certo a capire come un prodotto alimentare della stessa categoria possa variare di prezzo fino a 10 volte: certo, già il vino può avere questo rischio, ma sull’olio si rischia di fare ancora più confusione. Una nuova dizione per far capire a chi acquista, che la differenza organolettica è notevole potrebbe essere quella di denominarlo “olio di fattoria” oppure” olio di produzione agricola”. Qualche altro suggerimento?

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Un commento

  1. in effetti la questione dell’olio è molto importante. Da toscana doc a forza di utilizzare l’olio del contadino, o ancora meglio quello prodotto da mio zio, devo dire che noto moltissimo la differenza con quello, anche di buona qualità, del supermercato.
    Forse una dicitura appropriata per effettuare una prima distinzione fra i varii olii potrebbe essere “a media/bassa produzione” oppure “ad alta/altissima produzione”, forse così il consumatore medio riuscirebbe a distinguere tra prodotti dozzinali e quelli di livello un po’ più alto.
    …m’è venuta voglia di fett’unta!