“Tanto tuonò che piovve!” verrebbe da dire, leggendo la notizia dove viene riportato che per i ristoranti giapponesi nel mondo dovranno essere certificato dal governo giapponese, che sancirà in maniera definitiva se gli chef sono in grado di seguire i dettami della cucina “washoku”. In tanti oggi preparano sushi e sashimi senza aver seguito corsi nel paese del Sol Levante e, soprattutto in Italia, il fenomeno della cucina giapponese è stato assorbito e gestito dalla comunità cinese, abile nel seguire l’onda della moda e trasformare i suoi ristoranti in tanti “all you can eat” con il pesce crudo a fare da padrone sulla tavola dei commensali. La notizia è stata commentata quasi con supponenza dal direttore dell’Avnp ovvero Associazione Verace Pizza Napoletana “I giapponesi non si sono inventati niente Noi abbiamo fatto lo stesso più di trent’anni fa.” Peccato che in tutto il mondo siano solo 350 le pizzerie associate, rispetto ad un prodotto che è sulla tavola di milioni di persone ogni giorno, al di fuori dell’Italia, e che ha ancora problemi di riconoscibilità se molti americani ritengano che la pizza sia nata proprio negli States. Diventa veramente difficile, certificare, mettere bollini, difendere un prodotto fuori dai propri confini, soprattutto quando è un prodotto di successo e gli italiani lo sanno bene, essendo incapaci di arginare il fenomeno dell’ “Italian sounding” utilizzato a piene mani in campo alimentare. Tornando alla cucina giapponese, sono quasi 90000 i ristoranti giapponesi nel mondo: per essere certificati GOLD il cuoco dovrà aver frequentato un corso biennale di cucina, SILVER sei mesi e BRONZE per i corsi di apprendimento di base.  A leggerla così, tanto per chiudere con un altro detto popolare sembra quasi che “si chiuda la stalla dopo che i buoni sono scappati”. Buona fortuna!

Credits chiarskitchen.com

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