di Barbara Bonaccini

alcune delle etichette di Salco in degustazione

Di buon mattino il telefono si illumina e vibra, appare un messaggio “Vieni domani sera alla verticale di Salcheto?” Il  tempo di riordinare i pensieri, aiutata dalla prima moka della giornata appena bevuta, e pronta la mia risposta “Si domani Salco anch’io!”

Come si fa a non partecipare ad una verticale di vino,  a quella corsa a tappe attraverso i fili del tempo che fra un bicchiere ed un altro, magari diversissimi fra loro, ti spinge a cercare il fil rouge che sta dietro e dentro la storia  di un vino, di una vigna, di un’azienda. Un viaggio emozionale imperdibile e tanto più necessario quando ci si imbatte in una realtà tutto sommato nuova e innovativa in una zona storica del vino toscano, come Salcheto a Montepulciano.

A guidarci in questo viaggio Michele Manelli, nordico viaggiatore che nel 1994, per la prima volta in Toscana, si innamorò di quel luogo, ritirando fuori uno dei sogni di bambino quello di fare l’agricoltore.  Agricoltore ma non senza dietro un’idea imprenditoriale e…sociale, nel senso che fin da subito a Salcheto si cerca di fare vino utilizzando il meno possibile solfiti aggiunti (fino a toglierli del tutto dal 2012-2013) e con più che un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale.

Michele Manelli

Per raccontarci il suo viaggio di “folgorato dal vino cantastorie di vita e dell’alternarsi delle stagioni” Michele Manelli ha scelto sei annate di Salco, Nobile di Montepulciano Docg, sangiovese in purezza proveniente dalle vigne più vecchie dell’azienda, il cui nome Salcheto deriva dal salice la pianta tradizionalmente usata come sostegno della vite.

Si parte con la vendemmia 2003, l’estate torrida che fa capolino nel bicchiere cancellando qualsiasi ricordo fruttato e mettendo invece in risalto profumi di tartufo, funghi secchi, caffè e, sul finale, fichi secchi.

Completamente diverso il bicchiere successivo, annata 2005. Estate decisamente più fresca pur con qualche pioggia di troppo a settembre: il profumo del vino ritrova la freschezza dei piccoli frutti di bosco e la vivacità delle erbe balsamiche. Un vino vibrante, più compiuto del precedente, che certo non dimostra i suoi 13 anni e passa.

Dopo i due figli di stagioni per certi versi un po’ estreme, ecco la 2006, annata più equilibrata, dove il Salco dimostra la sua vera natura e personalità. Intensità di colore, intensità e ricchezza olfattiva (confettura di frutti neri, cuoio, terra bagnata), potenza, struttura e lunghezza gustativa da vendere. 

Sullo stesso binario viaggia il Salco 2007, figlio di un’altra estate calda che ne accentua la struttura e la concentrazione di profumi. In bocca il vino si destreggia ancora bene fra alcool e freschezza , ma  è poco incline a svelarci il suo gusto.  Vabbè anche il vino, come le persone, ha le sue fasi di chiusura e va saputo prendere…al momento giusto.

Salto in avanti di qualche annata e arriviamo alla 2011 con un vino che, pur non tradendo le sue caratteristiche di Sangiovese irruento e potente, si affina e ingentilisce al sorso. Colpisce questo vino per il ricco bagaglio di profumi che ci regala (frutti neri, pout pourri di fiori appassiti, tabacco, erbe officinali) al naso e in bocca.

Ancor meno concentrazione e maggiore bevibilità nell’ultimo vino, il 2013 dove l’annata più equilibrata ha dato una mano a Manelli in quella che è la sua concezione del Nobile da qualche anno a questa parte: un sangiovese di personalità, intenso  e potente, ma con meno concentrazione ed una più facile bevibilità. Innovazione nel solco della tradizione.

Credits: Gilberto Bertini ph

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