Argiano, la misura del restauro secondo Filippo Gastone Scheggi

Una casa di cinque secoli

A Villa Bellaria il tempo ha lasciato tracce precise. Il cotto dei pavimenti, le murature, le pietre, le travi raccontano l’età della casa in maniera precisa. Quando Filippo Gastone Scheggi ha ricevuto l’incarico di intervenire sulla villa di Argiano, ha lavorato su questa materia, cercando nei documenti e nelle strutture esistenti le indicazioni per procedere.

La costruzione risale alla fine del Cinquecento, tra il 1580 e il 1596, quando la tenuta passò alla famiglia senese dei Pecci. Nel 1616 un messo dei Medici la descrisse come «il più bel palazzo di campagna dello Stato senese». La definizione è rimasta nella storia di Argiano, insieme a un edificio che nei secoli ha cambiato proprietari, funzioni e abitudini senza perdere l’impianto originario.

Argiano - La storia

Scheggi, nato a Siena nel 1987, si è laureato in architettura a Firenze e ha poi conseguito con lode la laurea magistrale in restauro all’Università Roma Tre. La formazione sul restauro monumentale è passata anche dai cantieri seguiti in Vaticano tra i quali la Sala Capitolare di San Paolo fuori le Mura, il Cortile della Pigna, la Galleria dei Candelabri, l’Accademia di Francia e il Braccio Nuovo di Stern.

L'anima delle degustazioni in cantina tra arredo e funzionalità

Ad Argiano il progetto ha richiesto uno studio preliminare delle strutture, delle malte e delle argille utilizzate nella costruzione. Anche i materiali recuperati durante i lavori sono entrati nel nuovo progetto.

Un mattone cambia posto

Uno degli episodi più curiosi riguarda alcuni mattoni trovati all’ultimo piano della villa, oggi sede di un museo d’arte. Sono stati tagliati, arrotati e burattati e poi utilizzati nella cantina, posati a lisca di pesce.

È un piccolo particolare, però racconta bene il metodo di Scheggi. Il materiale viene osservato per quello che è, si verifica che cosa possa ancora fare e gli si trova una collocazione. Il segno del tempo rimane visibile.

Argiano - La storia

Lo stesso accade con il legno, il cotto, la pietra e gli elementi di recupero utilizzati negli arredi. In cucina, per esempio, il camino ha una cornice in legno massello e accanto trova posto un grande lavello rettangolare in pietra. Il pavimento conserva il cotto antico. I mobili hanno una fattura tradizionale, mentre altri elementi appartengono al Novecento.

La casa mette insieme epoche diverse senza bisogno di uniformarle. Il lavoro sta soprattutto nelle proporzioni, nelle distanze, nella scelta di ciò che deve avere maggiore presenza e di ciò che può rimanere sullo sfondo.

La macchina di Argiano

Argiano - La storia

Villa Bellaria è soltanto una parte della storia. La tenuta ha origini molto più antiche e il suo nome è stato ricondotto sia ad Ara Jani, con riferimento al dio Giano, sia a una possibile derivazione dall’antico nome dell’Orcia.

Nel Cinquecento arrivarono i Pecci e la costruzione della villa. Il vino era già una delle attività della tenuta e nel 1616 viene ricordato insieme all’olio. Nell’Ottocento la proprietà passò a Ersilia Caetani Lovatelli, che contribuì a far conoscere Argiano negli ambienti culturali del tempo. Carducci ne avrebbe ricordato il vino scrivendo: «nella quale asprezza mi tersi col vin d’Argiano, il quale è molto buono».

Ma è la struttura produttiva a mostrare quanto fosse avanzato il progetto originario della tenuta. La cantina disponeva di un sistema di ventilazione naturale basato sul movimento dell’aria, di una cisterna interrata per raccogliere l’acqua piovana e di una doppia scala che consentiva percorsi separati per la servitù e per la famiglia proprietaria.

Sono soluzioni pratiche, studiate per far funzionare una grande casa agricola. Oggi, guardandole dopo cinque secoli, raccontano anche il livello di precisione con cui era stato progettato l’intero complesso.

Argiano - La storia

La cantina restaurata conserva questa impostazione. La scala a chiocciola accompagna il percorso verso gli ambienti sotterranei, fra bottiglie e botti, fino alla cisterna. La parte produttiva e quella architettonica rimangono strettamente legate.

Il vino sotto terra

Scendendo nella cantina cambia anche la percezione della villa. Le stanze luminose dei piani superiori lasciano spazio a corridoi, volte, pietra e legno. Le bottiglie occupano gli ambienti con una presenza quasi fisica e le botti seguono il percorso degli spazi originari.

È qui che il lavoro di restauro diventa particolarmente delicato. Un ambiente destinato alla produzione del vino non può essere trattato come una semplice scenografia. Deve continuare a funzionare e nello stesso tempo conservare i segni della propria storia.

La cantina di Argiano mantiene questa doppia natura. Si visita, certo, ma continua a essere un luogo legato al vino.

Gli spazi ritrovati

L’intervento di Scheggi ha raggiunto anche una parte meno conosciuta della tenuta: gli ambienti che in passato ospitavano magazzini, lavanderia e stanza dell’olio.

Da qui è nato il Wine Club di Argiano, con sala degustazione, area relax e cigar room. Le aperture centinate verso il giardino sono state ricavate in modo da mettere in relazione gli interni con uno spazio verde rimasto a lungo poco utilizzato.

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La cucina è nascosta dietro superfici in calce. Una porta quasi invisibile conduce alla cigar room. Il legno recuperato torna negli ambienti, insieme al lino e al corten.

All’esterno la vegetazione accompagna il progetto con gaura, lavanda, stipa, verbena bonariensis e rosa banksia. Il giardino non viene trattato come una decorazione aggiunta alla casa: segue le sue proporzioni e lascia spazio alle murature.

Quello che resta

Il lavoro di Scheggi ad Argiano si legge meglio nei particolari che nelle fotografie d’insieme. Un mattone recuperato e spostato di piano. Il cotto antico che continua sotto i piedi. Una vecchia pietra diventata lavello. Le scale della servitù che tornano leggibili. La cisterna che riappare nel percorso della cantina. Sono dettagli diversi, accumulati nel corso dei secoli e poi rimessi in relazione attraverso un intervento contemporaneo.

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Una villa del Cinquecento non ha bisogno di essere resa più antica e nemmeno di essere trasformata in qualcosa che appartiene al presente. Ha bisogno che qualcuno sappia riconoscere quali parti hanno ancora qualcosa da dire.

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