Mica facile per un laico convinto trascorrere il giorno di Ferragosto: le chiese erano stracolme per una festa che, ne era convinto, la maggior parte dei fedeli nemmeno sapevano a chi fosse dedicata. D’altro canto, non era facile trovare rifugio in altri ambienti, visto che tutti sentivano la necessità impellente di uscire e tuffarsi nella grande abbuffata di  e confusione.

L’immagine della spiaggia con i fisici abbrutiti sudati e spalmati di creme dai profumi improbabili lo terrorizzava, unita al fatto che il caldo lo fiaccava, e pensare di avere addirittura vicini di ombrellone, dopo quelli di casa, era una prospettiva così allucinante che il mare era escluso dai suoi piani in maniera perentoria. Però nemmeno i prati affollati di montagna, con le famiglie schierate ventre a terra per leggere e riposare, ed i figli liberi di rompere le scatole a chiunque osasse stendersi sullo stesso prato, avevano per lui un potere attrattivo. Non rimaneva che sperare in un invito all’ultimo, degli amici rimasti in città, liberi da impegni familiari tipo vecchietti da assistere, che alla sua età cominciavano ad essere sempre più comuni. Ma non arrivava. La prospettiva del vuoto cosmico da attraversare in solitario  cominciava a fare capolino nella sua mente: genitori riposanti al cimitero, fratelli e sorelle non gli mancavano, quattro in totale ma ovunque dispersi in altri continenti, compagna storica della vita lasciata esattamente all’inizio dell’estate, sostitute nemmeno l’ombra per quel giorno, amici storici incastrati. Via di fuga una: la mensa dei poveri. Intuizione che gli venne pensando al discorso fatto con i volontari a Natale, quando di persone ad aiutare ce n’erano tante ma a Ferragosto non si trovava nessuno. Tirò le chiappe giù dal letto, anche se erano le 6 del mattino, mise la caffettiera sul fuoco ed iniziò una toelette personale che non faceva da tempo. In rapida successione doccia con shampoo, quindi barba, taglio unghie, crema per il corpo, pausa per il caffè e poi spuntatina ai baffi. Pronto per partire, e trovarsi  in cucina a confrontarsi con fegato da tagliare e fare alla veneziana con cipolle, spezzatino da tagliare per il giorno dopo, trippa da cuocere in umido. C’erano poi fagioli con le cotiche, e la pasta veniva condita con il ragù di frattaglie assortite. Amava pensare quanto fosse poco estivo il menu , ma anche al fatto che chi aveva fame, non stava certo a guardare per il sottile. Tagliava il pane divertendosi a pensare la razione personale che toccava ad ognuno che veniva in fila a chiedere un pasto. Il dolce era stato offerto da una pasticceria che aveva riciclato un diplomatico chantilly preparato per un matrimonio, regolarmente pagato , ma poi non scelto a causa dei capricci della sposa. Si era portato, ad uso personale, una magnum di vino rosso, tanto per rimanere in tema, niente champagne, che condivise con gli altri cuochi lontano dagli sguardi indiscreti dei dirigenti e quelli alenanti un sorso degli ospiti. E capì una volta per tutte quale era l’odore del sudore che amava.

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