A leggere quanto scritto nero su bianco nel rapporto della Coldiretti, rimanendo in Italia,le pizze prodotte nel nostro Paese di locale hanno ben poco, con gli ingredienti che provengono da ogni parte del mondo. Ed il problema non è limitato ai prodotti industriali surgelati, in molte pizzerie non si usa mozzarella ma derivati, l’olio è di semi invece che di oliva, senza considerare farina e pomodoro. Dunque, che cibo è diventata la pizza? Se andiamo ad analizzare la parabola del kebab, nasce sì in Turchia, ma come viene proposto oggi dell’originale ha conservato solo la maniera di preparalo: le carni sono blocchi surgelati che non provengono certo dal paese di origine del piatto, le sale che lo accompagnano pure, e quindi, viene da chiedersi, quale strada percorrere? La pizza è diventata il piatto nazionale dagli anni Settanta, con la nascita dei locali più democratici esistenti, ovvero le pizzerie dove siedono al desco persone di ogni età, sesso, etnia e condizione sociale, diffusa dal rifugio della Val d’Aosta alla spiaggia di Pachino, consumata in inverno ed in estate senza soluzione di continuità; facile presagire che un tale boom portasse ad una diminuzione di bontà, con molti dilettanti improvvisati pizzaioli. La conseguenza: un cibo che è ben lontano dall’originale, con problemi digestivi e notti insonni date da cattive digestioni. Il problema è che, a poco prezzo, siamo disposti a farci avvelenare e la pizza ha rappresentato una specialità che, per molto tempo, è stata semplicemente sopportata, senza volerci trovare un godimento palatale. Oggi che la lievitazione prolungata e naturale è diventata patrimonio di molti, la differenza nell’utilizzo di pomodori meno acidi e basilico profumato si fa sentire tra bocca e palato, la cottura a legna determina una qualità indubbiamente superiore, sono in molti ad essersi accorti che esiste una distinzione tra pizza e pizza, e questo li porta ad accettare di spendere di più per stare bene, ma il fenomeno rimane ancora limitato. Fa pensare che il mestiere di pizzaiolo non voglia essere svolto da italiani, pur in tempi di crisi: sarà duro, indubbiamente, ma regala soddisfazioni notevoli. Potrebbe essere interessante instaurare un circolo virtuoso come è successo con la pasta: ora si tende a rimarcare, anche nella comunicazione, che il grano utilizzato è di sola provenienza nazionale. Comincino a farlo anche per le pizze surgelate..

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12 Commenti

  1. Il grano, prima ancora che nazionale o straniero, dovrebbe essere semplicemente di qualità.
    E con le caratteristiche necessarie al fine di ottimizzare il prodotto che si intende fare.
    Non credo, tra l’altro, che la sola produzione nazionale, sarebbe mai capace di coprire il fabbisogno di tutta la nazione.
    Per esperienza personale… non sono tanto le pizze surgelate a creare problemi (di digeribilità) quanto la maggior parte delle pizzerie… che fanno lievitazioni accelerate, utilizzano (troppi) grassi nell’impasto e che condiscono in modo scellerato i prodotti. Per non parlare dei problemi in cottura (pizze troppo o poco cotte, mozzarella che caccia acqua in cottura, etc.)

  2. Dalla sua analisi, per me corretta, emerge evidente che il problema è spesso il consumatore che non premia chi merita ma spesso si lamenta e basta.
    Valorizzare chi usa la mozzarella, e non certi scadenti formaggi che si individuano da fuori della pizzeria, sarebbe il minimo. Così come comprendere che il bisogno di bere tutta la notte non è un buon segnale.

  3. sono discorsi da fare tra persone che conoscono il sapore della pizza buona e non che osannano pizze che di napoletano hanno solo l’altezza ma non la croccantezza, e il buono di fior di latte, pomodoro e basilico.

  4. Il guaio non è che non abbiano niente di napoletano… ci sono Pizze romane o siciliane altrettanto degne di nota per leggerezza dell’impasto, digeribilità, fragranza e qualità dei condimenti (sebbene il mio favore personale vada sempre e cmq. verso la Verace…) bensì il fatto che la preparazione dell’impasto avviene molto spesso con dei mix ad hoc… per facilitare la lavorazione ed accorciare le tempistiche di fermentazione.

  5. stefano, il mio commento era una personalissima battaglia contro il fiorentino medio che ama pasticcerie e pizzerie che in qualunque altra parte d’italia sono considerate mediocri.

  6. Direi che la “critica” si potrebbe estendere tranquillamente al toscano medio, almeno per quanto riguarda il contesto pizza & C.

  7. A questo punto allarghiamo il discorso agli italiani in generale. E poi magari Leonardo potrebbe scrivere qualcosa a proposito…

  8. stefano, meno male che non sono la sola a pensarla così. lorenzo, sei toscano? è tipico dei toscani lodarsi da soli e considerare italiano e non del campanile i difetti. così come è toscano dire “non per razzismo, ma i russi bla bla e gli zingari bla bla bla etc etc ” si veda altro post dell’autore. “noi non siamo razzisti. sono loro che sono fatti male”. un giorno ho sentito “non è per razzismo ma loro hanno abitudini troppo diverse dalle nostre”. dico solo che un ladro pure puzzolente e sporco dà fastidio indipendentemente se italiano o zingaro come può dar fastidio chiunque puzzi di fumo e sudore col codino e i capelli unti come molti se ne vedono in giro (e non sono stranieri o turisti solo gente che si lava poco. la stessa persona che magari non sente i sapori se la pizza costa poco).

  9. Cara controcorrente, se ho ben capito non sei toscana. Dall’ironia e dalla leggerezza che ti contraddistinguono posso tuttavia arguire che frequenti esponenti dell’etnia tosca