Nella Tenuta Buon Tempo passione, impegno, rispetto del territorio e del lavoro
cominciano a dare i loro frutti

Se la superficie vitata fosse l’unico indicatore valido per definire la qualità dei vini di un’azienda, allora la Tenuta Buon Tempo sarebbe certamente una delle migliori di Montalcino. Sono anche altri però i fattori che determinano in modo positivo le caratteristiche di una produzione. Nel caso della tenuta in questione, sicuramente la passione per il vino di Per Landin, uno svedese produttore di Bordeaux, sedotto dal sangiovese, che durante uno dei suoi viaggi a Montalcino insieme alla sua compagna Janet Lansill scoprì la tenuta Oliveto, di proprietà della famiglia Machetti, e se ne innamorò.Decise di acquistarla e nel 2015 scelse di chiamarla Tenuta Buon Tempo, cercando di seguire alcuni valori cardine, orientati a produrre vini nel rispetto del territorio, della tradizione e di tutte le persone coinvolte all’interno dell’azienda. L’azienda ha recuperato così 26 ettari di terreni abbandonati, prevenendo l’erosione e il rischio idrogeologico, attraverso una manutenzione costante dei terreni e dei corsi d’acqua all’interno della proprietà. Su questa linea si colloca la decisione di condurre i vigneti in agricoltura biologica, e la prima vendemmia certificata sarà nel 2021; e di perseguire il principio che la qualità del vino nasce in vigna con il minimo intervento possibile in cantina.

Nel vigneto viene praticato il sovescio e l’utilizzo di induttori di resistenza e antagonisti naturali. Molta attenzione viene rivolta alla gestione della chioma per controllare la maturazione delle uve, senza andare incontro ad un eccessivo sviluppo di zuccheri. Nella cantina, dove sono state recentemente sostituite le botti piccole con botti grandi in rovere di Slavonia, la fermentazione avviene in maniera spontanea attraverso il solo controllo della temperatura; è provvista delle più moderne tecnologie di vinificazione e, grazie alla struttura completamente interrata, può consentire un ottimale controllo della temperatura, con un importante risparmio energetico e un ridotto impatto ambientale. Collocata in cima ad una collina di fronte al Monte Amiata, la proprietà si estende per un totale di 28 ettari, di cui 14 vitati, 12 a Castelnuovo dell’Abate e 2 a Montosoli. L’unico varietale coltivato è il Sangiovese Grosso, allevato interamente a cordone speronato; dei 14 ettari totali, solo 5 sono destinati alla produzione del Brunello e della Riserva. La restante parte è destinata per lo più al Rosso di Montalcino e in una piccolissima percentuale alla produzione di un IGT, La Furba, vinificato e affinato totalmente in un’anfora di cocciopesto; il nome fa riferimento a quanto accaduto una sera prima del giorno del Ringraziamento, quando una volpe rubò il tacchino che doveva essere mangiato il giorno dopo. 

È questo il primo vino assaggiato nel corso della presentazione fiorentina della tenuta, curata da Alberto Machetti, direttore commerciale, e dall’enologo Filippo Bellini; servito con vellutata di cavolfiore e parmigiano di 24 mesi, terrina di fegatini al vin santo e tarese del Valdarno, nell’annata 2022 ha naso leggero, leggermente balsamico con tannini lievi e vellutati in bocca. Il Rosso del ‘22 ha naso forte di frutta rossa matura, bocca piena gustosa e vinosa, molto gastronomico; mentre il Brunello ‘19 ha naso ancora più imponente, ma suadente al tempo stesso, con note balsamiche prima e di ciliegia dopo, la bocca è fresca con tannini piacevolmente quasi impercettibili. Ha accompagnato benissimo dei favolosi ravioli pieni di peposo. Il Brunello riserva ‘16 ha naso un po’ più spento, la bocca è sapida con tannini pungenti e si è ben abbinato con sorra di vitello in umido e purea di patate.

Janet Lansill e Per Landin

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