Leggo sul blog di Lorenzo Cairoli la condanna di un tribunale australiano ad un critico gastronomico che, a detta dei titolari,  a causa di una recensione negativa aveva causato la chiusura del loro ristorante. Quasi in contemporanea, Tommaso Farina cita il caso di Edoardo Raspelli che vince la causa intentata contro di lui da un famoso ristoratore napoletano, sempre a causa di una recensione feroce. E allora penso che tutto dipende da dove abitiamo. Sicuramente il cirtico gastronomico del mondo anglosassone ha un "potere" maggiore del nostro(parlo dei critici nostrani) ma anche molte scocciature in più. Penso al giornalista che recensisce locali per il New York Times, costretto a cammuffarsi per andare a mangiare. Me lo immagino senza amici, o quelli che ha saranno disinteressati al cibo e al vino per non creare pressioni di sorta. Dall’altro continuo a pensare che una critica corretta ma vera, non edulcorata da falso perbenismo debba comunque essere fatta. Il problema è sempre il solito: provi a proporre ad un quotidiano locale una rubrica dei ristoranti la prima richiesta è"Ma pagano"? E tutte le volte che vedo parlare di libri in televisione(vedi Fabio Fazio in "Che tempo che fa") non riesco mai a comprendere perchè quella non è promozione gratuita ma cultura. E parlare di un luogo dove si mangia cosa è? La Francia è lontana…

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