A Firenze sud, in una zona più vissuta che raccontata, ha aperto da meno di un anno, Nonna Lella, il ristorante di Andrea Bonini, classe ’94 con un percorso già piuttosto solido alle spalle: Four Seasons, Cibrèo, fino all’esperienza nelle cucine catalane del Sant Martí. Dopo anni dentro contesti strutturati e molto esigenti, Bonini ha scelto di tornare a casa e costruire un progetto proprio, lontano sia dalla nostalgia facile sia dalle rigidità del fine dining contemporaneo.

Il nome potrebbe far pensare a una trattoria della memoria, ma il lavoro fatto qui va in un’altra direzione. Nonna Lella prende alcuni riferimenti della cucina domestica come sapori netti, riconoscibilità, comfort e li traduce con una mano moderna, piuttosto essenziale. Pochi ingredienti nel piatto, tecnica presente ma mai esibita, gusto sempre al centro.

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Il piatto che racconta meglio questa impostazione è il Filetto alla Wellington, diventato rapidamente una sorta di firma della casa. Bonini lo affronta senza rigidità filologica: niente senape, eliminata perché percepita come estranea al suo linguaggio. Al suo posto arrivano bietola fresca, prosciutto crudo e funghi, dentro una costruzione precisa che richiede giorni di lavorazione ma che al tavolo evita qualsiasi pesantezza da piatto “muscolare”. È scenografico il giusto, ma soprattutto rassicurante. Più cena importante che esercizio tecnico.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante di Nonna Lella: il tentativo riuscito di tenere insieme ambizione e immediatezza, senza rifugiarsi nei codici un po’ prevedibili della cucina d’autore cittadina. Il menu cambia spesso, seguendo disponibilità e stagionalità reali, con piatti che cercano equilibrio più che effetto sorpresa.

Funziona molto bene la tagliatella con burro di bufala, parmigiano e “ristretto del cortile”, intensa ma pulita, così come il risotto con porri e cioccolato bianco, idea rischiosa sulla carta ma gestita con misura. Molto convincente anche il wagyu leggermente affumicato con salsa alla colatura di alici, dove grasso, fumo e sapidità trovano un bel punto d’incontro.

Tra i secondi spicca l’animella di vitello in crepinette mentre il dessert “Pane, latte e zucchero” chiude il percorso senza inutili complicazioni, coerente con l’idea del locale.

Anche il servizio segue la stessa filosofia: curato ma sciolto, attento senza diventare ingessato. La carta dei vini è piccola ma ragionata, i dettagli non sembrano mai messi lì per fare scena. E in una città dove spesso si rincorrono formule già viste, Nonna Lella dà l’impressione di voler costruire qualcosa di più semplice e forse proprio per questo più interessante: un posto dove tornare volentieri, magari già pensando a cosa ordinare la volta dopo.

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